Warm Bodies

Recensione

Mercoledì, 16 Gennaio 2013
Voto film:
Voto splatter:

Si può tornare indietro da una non-vita?

In Warm Bodies si!

Lasciate per un attimo da parte il fatto che alle spalle di questa pellicola ci sia ad aleggiare lo spettro di Twilight, dimenticate per un istante che possa essere un edulcorato film di zombie, sedetevi e godetevelo.

Qualcosa ha cambiato le regole del gioco, un virus che non si lascia delineare e non ruba la scena con inutili spiegazioni pseudoscientifiche, l'ha cambiato e tanto basta, trasformando gli uomini in zombie, mangiando le loro emozioni, i loro ricordi e persino la memoria dei loro nomi.

Questo ha fatto inevitabilmente anche a “R” (Nicholas Hoult), giovane non-morto dallo sguardo spento, che in una dilagante solitudine sente nascere dentro di se delle domande, come se nel suo corpo corrotto e privo di calore si celassero ancora le braci tiepide di una coscienza che lotta per resistere alla devastazione, una voce che lo interroga sulla sua condizione, che lo rende inquieto.

Il terminal di un aeroporto ormai in rovina è la sua casa, qui ammazza il tempo, grugnendo con il suo unico amico zombie “M” (Rob Corddry) appoggiati ad un ormai fatiscente bancone di un bar, e trascinandosi in giro in cerca di una risposta negli occhi vacui degli altri non-morti.

I superstiti vivono rinchiusi in una Zona Verde, circondata da alte mura, in uno stato militarizzato e tenuto sotto scacco dal Generale Grigio (John Malkovich), accanito spacca teste, che ha perso la moglie proprio per “bocca” di uno zombie e al quale resta solo la figlia Julie (Teresa Palmer) e il suo bisogno di mantenere un ordine nel caos apocalittico.

Tutto cambia durante una ricognizione per cercare del cibo; gli zombie intercettano gli umani, li assalgono e durante lo scontro “R” vede Julie...

Si, c'è dell'amore in questo film ma non è stucchevole, a mio avviso c'è finalmente un senso che spero i più giovani colgano: “R” è uno zombie tra gli zombie ma non si arrende ad una esistenza amorfa e basica, lui continua a cercare qualcosa che gli dia nuovamente un senso, e trova in Julie il barlume da seguire per ritrovarsi e per tornare ad esistere.

E' un film destinato a tutti per cui non aspettatevi scene da ribaltamento di stomaco, preparatevi piuttosto a vedere un film dove la prospettiva è diversa, gli zombie non sono un contorno scotto in questa pellicola ma svelano un loro mondo, fatto anche di contraddizioni e di senso di perdita per qualcosa che erano e che hanno dimenticato di essere stati.

Isaac Marion scrive un racconto di sette pagine, lo pubblica on line e riscuote consensi da chi lo legge...decide di farne allora un libro, lui che non ha vinto concorsi, non è andato al college debutta con una storia che a mio parere ha meritato di essere premiata e portata sul grande schermo. Jonathan Levine ne firma regia e sceneggiatura, rendendolo al contempo ironico e riflessivo, cupo e desolante nelle sue ambientazioni, mantenendosi in equilibrio tra un romanticismo nero e un horror che rispetta i canoni dello zombie classico.

In conclusione: se siete aperti alle nuove prospettive di zombie in love, andatelo a vedere, ma se siete ancorati ai cari vecchi non-morti squarcia budella e succhia cervella allora non credo che il vostro appetito sarebbe soddisfatto.

Io da vecchia romantica lo consiglio...a voi la scelta!

 


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