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Albert Fish

Rating: 3.00/5 (1 Vote)
Albert Fish 3.00 of 5 1 Vote.
Docudrama. E' con questo termine, un ibrido tra documentario e finzione drammatica, che il regista-produttore John Borowski ha personalmente definito il suo Albert Fish: In sin he found salvation.
Per raccontare la sua storia il regista - già autore nel 2004 di H.H.Holmes: America's First Serial Killer - ha alternato alla fredda cronaca documentaristica alcune ricostruzioni e scene recitate, che ripercorrono in poco più di 80 minuti ciò che le parole del narratore (Tony Jay) descrivono in maniera impeccabile. Scelta coraggiosa e molto originale. Opzione anche molto ponderata, in quanto presentando un semplice documentario si sarebbe corso il rischio di tediare lo spettatore.
Ma a questo punto vi chiederete:Chi è Albert Fish (1870-1936), il "Vampiro di Brooklyn"? Probabilmente ai frequentatori del "sanguinario" Splattercontainer questo nome non suonerà nuovo. Si tratta infatti di uno dei più disumani serial killer di tutti i tempi. Famigerato non tanto per il numero - non molto elevato - delle sue vittime, ma per il lungo elenco di disturbi/manie di cui era affetto il suo cervello; di grande effetto sarà leggere queste sue molteplici tendenze che scorrono in sovrimpressione verso la fine del film: cannibalismo, masochismo, sadismo...e tante altre amenità del genere...in dissolvenza.Come già accennato, si alternano immagini originali dell'epoca a ricostruzioni davvero ben fatte. Considerevoli le fotografie d'epoca scelte, quasi tutte in una straordinaria tonalità seppia su cui il regista spesso indugia nei particolari (gli occhi spenti di Fish). Si passa dal citare dei semplici dati agiografici sul protagonista (interpretato da Oto Brezina) per arrivare alle fasi della sua cattura; dalla descrizione della sua infanzia al suo macabro modus operandi, fino all'evoluzione della sua personalità. In quest'ottica molto efficaci sono le interviste ad uno stranissimo artista di nome Joe Coleman ed alla esperta di crimini Katherine Ramsland. Il "film" raggiunge il suo climax quando rappresenta la lettera che il serial killer inviò alla famiglia di una delle sue piccole vittime. Senza aggiungere dettagli sulla stessa posso assicuravi che si tratta di parole/pensieri assolutamente sconvolgenti.
Ovviamente la raffigurazione dei delitti di Fish, mai mostrati completamente dal regista, occupa una parte importante di quest'opera congiuntamente ai suoi deliri religiosi - raffigurati con immagini e movimenti di camera e colori vagamente psichedelici. Quadri in movimento che fanno da contrasto all'immobilità e la crudezza di alcune opere religiose ispirate dalla Bibbia, riprese direttamente in alcune Chiese statunitensi. Cito quasi testualmente le parole di Fish:" ... un Angelo ha afferrato la mano di Abramo poco prima che uccidesse il figlio, allo stesso modo qualcuno mi avrebbe dovuto fermare.
Ma visto che nessun Angelo dal Paradiso l'ha fatto ho considerato le mie azioni come ben volute dal Signore...". Questo e molto altro era Albert Fish, un vero diavolo nato tra le fiamme della depressione che colpì gli States nei primi decenni del secolo scorso. John Borowski non ha bisogno di scrivere sulla locandina di Albert Fish "ispirato ad un fatto realmente accaduto". In Albert Fish TUTTO è realmente accaduto. Questo lo rende ancora più disturbante di tanti altri horror movie.
English Translation (a cura di Mariaclelia Pescatore)
Docudrama. That's how the director and producer John Borowski personally defined his film Albert Fish: In Sin He Found Salvation, which represents a mix between a documentary and dramatic fiction. In order to tell his story, the director - also author of H.H.Holmes: America's first Serial Killer (2004) - alternates the cold facts - typical of a documentary - with some reconstructions and scenes which retraces, in 80 minutes time, what the words of the author/narrator (Tony Jay) describes in an absolutely flawless way. That certainly is a courageous and very original choice. It's well-thought too, because, presenting such a mere documentary, they risked to annoy the audience. At this point, you will ask:"Who is Albert Fish (1870-1936), also known as the "Brooklyn Vampire"?" Presumably nothing new for the customary guests of the web-site Splattercontainer.
Albert Fish was one of the most cruel serial killer that ever lived, not actually for the number of his victims (which weren't that many in comparison to other serial killers), but for the long list of his manias and mental diseases; you will be impressed to read his sick inclinations which will appear subtitled at the end of the film: cannibalism, masochism, sadism...and many other amenities like these...vanishing.As said before, this film is a mixture between original images of the times and of some really well-done recreations. The period pictures chosen are outstanding and most of them are in a unwitting sepia shade: often the director hesitates on the details of these scenes (such as Fish's dull eyes). It starts by mentioning simple hagiographical informations about the main character (played by Oto Brezina) arriving to the phasis of his capture; then by describing his childhood revealing his gruesome morbid modus operandi to the evolution of his personality. In this way, the interviews to the eccentric artist Joe Coleman and to the crime expert Katherine Ramsland are very forceful. The film gains its climax when the director shows the letter that the serial killer sent to the family of one of his little victims. Without mentioning any further details about the letter, I can assure you that his words and toughts are quite disturbing. Obviously the representation of Fish's crimes, never entirely shown by the director, fill an important portion of his work and combined with his religious delirium represented by images and movements of the camera and vague psychedelic colours. Moving paintings make a great contrast with the immobility and the cruelty of some religious works inspired by the Bible and directly shooted with a camera in some American churches. I will quote almost textually what Fish said:"...an Angel took Abraham's hand a few minutes before he would slain his son: in the same way, someone should have stopped me. As no angel came from Paradise, I've considered my actions well-seen by the Lord...". This - and much more - was Albert Fish, a real devil, born in the fiery depression which hit the United States of America in the first decades of the last century. John Borowski doesn't need to put on Albert Fish's cover:"Inspired by Real Events". Albert Fish IS a real event. That's why we can find this film more disturbing than other horror movies."

 

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