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Scheda Film | Recensioni | DVD | Immagini | Video | News Survival of the Dead (2009)
Regista: George A. Romero
Sceneggiatura: George A. Romero
Cast: Kenneth Welsh, Julian Richings, Wayne Robson, Richard Fitzpatrick, Athena Karkanis, Devon Bostick, Kathleen Munroe, Alan Van Sprang, Joris Jarsky, George Stroumboulopoulos, Stefano DiMatteo, Michael Rhoades, Heather Allin
Nazione: Francia
Produzione: Capture The Flag Films
Sito Ufficiale: Clicca Qui
Data di uscita Internazionale:
Data di uscita Italiana:
Titoli alternativi: George A. Romero's Survival of the Dead
Citazione:
RECENSIONE FILM
Recensione scritta da Abe in Data 11-12-2009 alle 00:57
Valutazione:
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Nicotine Crocket, il simpatico bastardo graduato che in Diary of the Dead derubava il camper dei giovani filmakers, lascia l’esercito e cerca rifugio dall’epidemia di non morte su un’isola al largo della Pennsylvania. Si ritrova nel fuoco incrociato di due clan rivali: gli O’Flynn, che sono per lo sterminio di massa dei ritornanti, e i Muldoon, convinti che gli zombie si possano riassorbire nel sistema come schiavi e braccianti. Al solito, i vivi sparano prima di riflettere e l’unico possibile epilogo per la faida è un bagno di sangue a beneficio dei morti.
La lucidità dello sguardo e i nobili intenti non bastano a fare un buon film. Survival of the Dead ribadisce il pessimismo del cineasta di Pittsburgh, ma si spegne in fretta e procede stancamente tra una testa che esplode e l’altra. I personaggi sono appena abbozzati e l’intreccio ristagna. I dialoghi sono forzatamente duri, e ciò che rendeva divertente la scrittura di Romero di qualche decennio fa ora suona irritante come una battuta di spirito ripetuta troppe volte. La domanda che aleggia per la maggior parte del film è perché Romero abbia voluto girarlo: non dice nulla di nuovo e lo dice peggio degli episodi precedenti.
La fastidiosa impressione, che già si respira nel noioso Diary of the Dead , è che Romero si stia prendendo troppo sul serio, dimenticando che il cinema è anzitutto intrattenimento. Che abbia qualcosa da dire è indiscutibile, considerato che le metafore alla base dei suoi ultimi film sono potenti come nei suoi primi lavori. Tuttavia, è venuta a mancare la spontaneità degli esordi, che non si è tradotta in una maggiore consapevolezza nella messinscena e nello stile, ma in una minor cura nella narrazione, sempre più ripetitiva e didascalica. Che un film faccia riflettere non è mai un male, ma al cinema la riflessione è veicolata dal coinvolgimento emotivo: se questo viene a mancare resta solo la noia, per quanto profondo e condivisibile sia il messaggio.
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