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LUCIO FULCI (1927-1996)

Avviare una biografia su uno dei registi più prolifici del cinema italiano senza rischiare di essere prolissi e ripetitivi è un’impresa ambigua. Molto si è già detto quando il buon Lucio era ancora attivo e tanto si è scritto dopo la sua scomparsa, rivalutando a capolavoro ciò che un tempo appariva come una porcheria. Quale esempio di atto purificatorio! Aldilà di ogni considerazione di critici e benpensanti, rimane il lavoro di un "manovale del cinema" a testimoniare la bontà delle opere acclamate da milioni di fans, che coprono una carriera iniziata nei lontani anni 50 alla corte del suo maestro Steno (Stefano Vanzina) ed interrotta nei primi anni 90, causa l’aggravarsi della malattia che lo attanagliava da tempo.
Quarant’anni di cinema vissuto con perseveranza e nel rispetto delle proprie convinzioni, ricoprendo numerosi ruoli, modificando sul posto sceneggiature già avviate, inventando soluzioni e personaggi sovente di successo. Un mondo che ha frequentato con perizia, ma che non gli ha mai aperto le soglie del grande cinema, relegandolo a produzioni a budget limitato e a compensi contenuti, nonostante gli incassi al botteghino fossero tutt’altro che avari. Purtroppo i giochi tra le produzioni ed il regista, causa l’incertezza sull’esito finale, non gli permisero di arricchirsi con questa professione.

Alcune immagini del Maestro Fulci che lo ritraggono in diversi momenti della sua carriera

Come ogni regista di mestiere che si rispetti, ha abbracciato quasi tutti i generi in voga: dalle commedie demenziali con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia ai musicali con i big della canzone italiana, dallo spaghetti western al giallo argentiano, dall’avventuroso al fantascientifico e, non ultimo, sparando le sue cartucce migliori con l’horror ed il thriller.
Un dato curioso che salta all’occhio del cinefilo attento: Fulci adottò raramente qualche pseudonimo anglofono per commercializzare i suoi film; ciò dimostra che, qualche volta, non servono degli “smith” o dei “williams” per vendere all’estero il proprio cinema. Altro elemento d’interesse è la presenza del regista stesso in piccoli camei nei suoi film, soprattutto nei ruoli del dottore e del commissario; ciò accadeva soprattutto per risparmiare sulle comparse, ma nulla vieta di pensare che dentro di sé covasse il desiderio di rendere più completa la sua attività nel mondo della celluloide. La maggior parte delle storie erano scritte di suo pugno, qualche volta con l’aiuto di alcuni collaboratori quali Dardano Sacchetti, Roberto Gianviti, Gianfranco Clerici e Giorgio Mariuzzo, tra i suoi più fidi collaboratori. Non possiamo dimenticare altri nomi che sovente compaiono nelle locandine insieme a quello del regista romano: Sergio Salvati alla fotografia, Fabio Frizzi alle musiche, Giannetto De Rossi agli effetti speciali e Vincenzo Tomassi al montaggio sono i più ricorrenti, fidi compagni di molte battaglie (è proprio il caso di dirlo!). Molti attori lo ricordano come una persona burbera sul set, capace di trattare le star dei suoi film come una qualsiasi comparsa; non amava particolarmente le “prime donne”; non le mandava di certo a dire nemmeno ai collaboratori, se non svolgevano coscientemente il loro compito, nè alle produzioni, ree di averlo spesso gabbato economicamente, ma ciò non gli impediva di ottenere il giusto rispetto da chi lo ha conosciuto bene dentro e fuori il set.
Il marchio di fabbrica di Fulci, a partire dagli anni 70, risulta evidente in quasi tutte le sue pellicole, dov’è presente la volontà di scioccare e di provocare lo spettatore con immagini al limite del sopportabile. Un impegno che gli ha garantito l’affetto e la riconoscenza di milioni di incalliti amanti del cinema d’evasione, nonché appassionati dello splatter a profusione. E saranno loro a garantirgli l’immortalità nell’olimpo dei registi più amati, rappresentante di un cinema passionale ormai decaduto.

Da sinistra: Lucio Fulci, lo sceneggiatore Dardano Sacchetti e lo special Fx Maker Giannetto De Rossi

Già critico d’arte, la carriera cinematografica di Fulci inizia verso la fine degli anni 40 come documentarista, dopo aver acquisito il diploma di regista al CSC di Roma. L’ingresso nel mondo della celluloide è giunto come aiuto regista e sceneggiatore in numerose commedie, tra le quali val la pena citare Totò a Colori, Un Americano a Roma, Totò sulla Luna di Stefano Vanzina e Totò all’Inferno di Camillo Mastrocinque. Il 1959 è l’anno del debutto come regista nel film I Ladri con Totò, col quale lavorò in numerose pellicole. Negli anni 60 si specializza nei cosidetti “musicarelli”, film che vedevano protagonisti molti dei cantanti italiani più in voga del momento; scrisse anche i testi di un paio di canzoni di Celentano (Il Tuo Bacio è Come un Rock e 24mila Baci), a conferma della poliedricità del regista romano. Ha avuto il merito di aver lanciato una coppia storica come Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, per i quali diresse molti titoli (I 2 Evasi di Sing-Sing, 002 Agenti Segretissimi, I 2 Imbroglioni, ecc.). Parallelamente all’attività di regista, scrisse diverse sceneggiature per Enzo Castellari, Sergio Corbucci, Stefano Vanzina, Riccardo Freda e diversi altri. Il periodo d’oro dello spaghetti western è a cavallo tra i 60 ed i 70 e Fulci contribuisce con film quali Le Colt cantarono la morte: e fu tempo di massacro (1966), I 4 dell’Apocalisse (1974) ed il tardo Sella d’Argento (1978). Con Zanna Bianca (1973) e Il Ritorno di Zanna Bianca (1974), due avventurosi per le famiglie, il nome di Fulci inizia ad assumere rilevanza internazionale, girando i due film a più elevato budget della sua carriera. Ma sarà con il giallo all’italiana, zeppo di titoli “animaleschi”, che il suo nome circolerà tra gli amanti del cinema a tinte forti; per il regista romano inizierà una cavalcata nel mondo del cinema grandguignolesco, con lavori molto importanti a partire dal 1971 (Una Lucertola con la Pelle di Donna) fino al 1991 (Le Porte del Silenzio) anno della sua ultima fatica cinematografica.

Alcune immagini tratte da Una Lucertola con la Pelle di Donna e al centro la mitica coppia formata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia

A dir la verità Fulci esordì già nel 1969 col giallo psicologico Una Sull’Altra, storia di un medico che perde la moglie e diventa proprietario di un ingente patrimonio. Successivamente incontra una donna che assomiglia in modo impressionante alla defunta moglie e l’agenzia assicurativa che ha sborsato l’ingente somma, insospettita dalla incredibile coincidenza, indaga sulla vicenda.
Pur mancando dei tipici aspetti gore che caratterizzeranno il futuro cinema fulciano, il film presenta gran parte della tematica malsana e pregna di negatività che rappresenta i suoi personaggi e le sue storie. Alcuni dettagli, come un accenno di amore saffico ed il rapido scandire del tempo che sta per portare il medico verso morte certa, sono sintomatici dell’abilità registica di Fulci, che ha voluto omaggiare apertamente con quest’opera il cinema di Hitchcock ed in particolare Vertigo (La Donna che visse due Volte). Un film che la critica del periodo ha acclamato come uno dei meglio riusciti dal punto di vista tecnico.

Iniziamo il percorso che lo ha portato ad attraversare la soglia dello splatter col giallo Una Lucertola con la Pelle di Donna (1971). Carol è la figlia di un noto avvocato col problema degli incubi notturni. Durante una seduta psichiatrica, racconta di aver ucciso la vicina di casa in sogno con un tagliacarte; il dilemma è che la donna è stata uccisa davvero con quella modalità! Ovviamente Carol è la prima indiziata e da quel momento inizia un'angosciante corsa dalla quale emergerà una verità molto amara.
Seconda incursione fulciana nel mondo del thriller ed altro omaggio hitchcockiano, con i primi veri approcci a quel cinema splatter che lo resero famoso in tutto il mondo. Anche in questo caso sono le atmosfere morbose ed oniriche ad essere esaltate, con stacchi a scene molto crude e psicologicamente violente. Fulci gioca molto col suo personaggio principale a fondere realtà e fantasia e mescolerà le carte della certezza instillando il dubbio sull’esito della vicenda. Una pellicola giudicata da più parti come una delle migliori del filone giallo all’italiana.

Alcune immagini tratte da Non si Sevizia un Paperino (Don't Torture a Duckling)

Passiamo al 1972 con un altro thriller ad alto tasso di negatività dal titolo Non Si Sevizia un Paperino. Ci troviamo in una paese dell’Italia meridionale, dove alcuni ragazzini vengono trovati uccisi da mano ignota. Le ricerche delle autorità giudiziarie vanno nelle direzioni più disparate (dallo scemo del villaggio, alla fattucchiera, alla donna benestante), finchè un indizio quasi insignificante mette sulla giusta strada i protagonisti.
Questa volta Fulci gioca la carta dell’infanticidio come arma per colpire l’immaginazione, per stupire e scioccare lo spettatore che cercherà inutilmente il capro espiatorio nelle varie figure che si alterneranno nel film. Ma la verità fulciana è sempre più sordida e morbosa di quello che si possa umanamente pensare; è da sottolineare la capacità del regista di creare una dimensione di malsano terrore in un tranquillo paesello di una provincia del sud, di esaltare l’ambiguità di tutti i protagonisti, minorenni compresi. Un ottimo esempio di giallo anticonvenzionale in un periodo piuttosto monotematico ed in cui il clero ne esce con le ossa rotte; il tema della chiesa come bersaglio del male ricorrerà più volte nella carriera di Fulci, come a voler demonizzare un mondo puro solo in superficie. Tornerà ancora il soggetto dei bambini, visti da Fulci come esseri appartenenti ad un mondo diverso e quindi facili vittime delle superstizioni e del peccato.

Dopo un periodo in cui Fulci si cimentò in svariati generi (dall’avventuroso Zanna Bianca al grottesco Il Cav. Costante Nicosia Demoniaco, ovvero Dracula in Brianza, dal western I Quattro Dell’Apocalisse alla commedia La Pretora), nel 1977 torna al thriller con Sette Note in Nero. Virginia è una bella donna, sposata con un ricco uomo d’affari, che ha delle frequenti visioni fin dalla giovinezza, in una delle quali assiste al suicidio della madre. Un giorno prevede la morte di una donna anziana e riconosce in un vecchio casolare, appartenente al marito, il luogo del delitto. Le autorità trovano uno scheletro murato, ma appartenente ad una donna di giovane età ed il marito, primo sospettato, viene accusato dell’omicidio ed incarcerato. Virginia è convinta che la soluzione sia un’altra e ha ragione… ma le sorprese non sono finite.
Fulci muove i suoi primi passi nell’occulto, tematica che non tarderà a svilupparsi concretamente di lì a poco. Ed allo stesso tempo rinuncia alle scene sanguinolente, preferendo rimarcare l’intelaiatura fantastica del copione sullo sfondo di una Toscana inquietante e misteriosa. Una storia meno morbosa rispetto ai precedenti film, ma ugualmente pessimista ed angosciante, dove non c’è spazio per i sentimentalismi. Purtroppo non fu un gran successo al botteghino, causa l’uscita estiva nelle sale, un problema che ha contribuito allo scarso successo nazionale di molti film italiani di genere.

Ai lati alcune immagini tratte da Sette Note in Nero; al centro la splendida Edwige Fenech in La Pretora

Facciamo un salto in avanti di un paio d’anni (1979) ed arriviamo al primo vero horror, il film che ha spalancato definitivamente le porte della notorietà internazionale al regista romano, ossia Zombi 2. La figlia di uno scienziato scopre che la barca del padre è arrivata nel porto di New York senza il proprietario e con uno strano essere (opportunamente abbattuto dalla polizia) che aggredisce chiunque. La ragazza vuole vederci chiaro e, insieme ad un giornalista, si reca nell’isola caraibica probabile meta del padre, dove scoprirà che i morti tornano misteriosamente in vita! Chi o cosa li ha riportati dal regno delle tenebre?
Il titolo del film non deve spaventare più di tanto: non si tratta di una mera operazione di riciclaggio del capolavoro romeriano; la storia di Fulci ne prende decisamente le distanze, concedendo meno spazio al sociale e puntando direttamente sul folklore. La storia affonda le sue radici nella culla dei riti voodoo (le isole caraibiche), con gli zombi che ritornano dal mondo dei morti tramite le magie degli stregoni locali. Effetti speciali e scene truculente si sprecano, con corpi macilenti e putrefatti, arti strappati, occhi trafitti ed ettolitri di liquido rosso sparsi per tutta la pellicola. Un successo clamoroso che proietta il nome di Fulci nel gotha dei registi splatter per eccellenza. Un dato curioso: molte locandine dell’epoca raffiguravano lo zombi ciccione che compare sulla barca all’inizio della storia, ma in fase di montaggio la sequenza è stata tagliata, aggiunta successivamente nella versione home video.

Ai lati l'indimenticabile sequenza dell'occhio trafitto in Zombi 2, mentre al centro una "pausa pranzo" sempre tratta dallo stesso titolo

Trascorre un anno e giunge il periodo pseudo gotico, col primo film di un’ideale trilogia dal titolo Paura Nella Città dei Morti Viventi. Una medium vede, in stato di trance, il suicidio di un prete nella cittadina di Dunwich. Insieme ad un giornalista, si reca sul posto e scopre episodi assurdi che accadono in quella zona. La gente muore, ma non tarda a rimettersi in circolazione sotto le sembianze di orrendi cadaveri che terrorizzano ed uccidono. Chi era quel prete e cosa ha a che fare con la vicenda?
In questo film sono presenti diversi elementi del nuovo cinema fulciano: la non linearità della storia (spesso stravolta in fase d’opera), le ambientazioni goticheggianti e provinciali, i finali ambigui e pessimisti (già evidenziati in Zombi 2), i misteri rimasti insoluti. Un Fulci che mostra il suo lato più tetro ed oscuro, ma che non vuole svelarci l’arcano che nasconde la sua storia (scritta insieme a Dardano Sacchetti), dove ancora una volta troviamo l’elemento ecclesiastico ad origine del male. Sono presenti alcune delle scene più gore della sua cinematografia, se non addirittura in assoluto, come una donna che vomita le sue interiora e una testa trapassata da un trapano industriale. Il cast artistico è composto da attori di una certa notorietà e presenze costanti del nostro cinema, come Giovanni Lombardo Radice, Antonella Interlenghi, Kathrine MacColl, Janet Agren e Christopher George. Una storia che i puristi dell’horror non apprezzeranno completamente a causa dei troppi enigmi inspiegati, ma che non può lasciare indifferenti di fronte alla suggestività dell’ambientazione, agli effetti splatter truculenti ed alle musiche di un ispiratissimo Fabio Frizzi.

Tre momenti da brivido in Paura nella Città dei Morti Viventi (City of the Living Dead, Gates of Hell)

Il 1981 è un’annata molto prolifica sotto l’aspetto delle produzioni horror, ad iniziare da quello che molti identificano come il suo capolavoro assoluto: L’Aldilà...E Tu Vivrai Nel Terrore!. Ci troviamo in un albergo della Louisiana nel 1927, quando un gruppo di cittadini fa giustizia di un pittore ritenuto un negromante. Nel 1980 lo stesso albergo viene ereditato da Lisa, che intende restaurarlo. Ma i lavori subiranno diversi intoppi, con le curiose ed allo stesso tempo angoscianti morti di alcuni lavoratori. La ragazza scoprirà che l’edificio è stato costruito su una delle porte di accesso per l’aldilà e che i morti possono attraversarla!
Prosegue l’opera di elevata drammaticità, condita da un alto tasso di emoglobina versata. E continuano i riferimenti alla letteratura di Lovecraft: dopo Dunwich, ecco spuntare il libro di Eibon già utilizzato nelle storie sui “grandi antichi”. Sul film si è già detto molto, forse anche troppo, tanto che sono nate alcune leggende metropolitane su un possibile sequel e su alcuni minuti di pellicola girati (il titolo inglese avrebbe dovuto essere Beyond the Beyond). Fantasie di qualche famelico speculatore o esiste davvero questa regia incompiuta? Aldilà (è proprio il caso di dirlo!) di queste considerazioni, la storia risulta la più complessa e riuscita della trilogia gotica, dove la fotografia di Salvati (immancabile presenza di fianco al buon Lucio), le musiche di Frizzi e la sceneggiatura di Sacchetti si incastrano come tasselli di un puzzle. Da segnalare un’altra curiosità: la scena iniziale del linciaggio di Schweick doveva essere, nelle intenzioni del regista, in bianco e nero; la produzione si oppose, così fu ripresa a colori e rielaborata in fase di montaggio, col definitivo viraggio verso una tonalità dorata. Solo in Germania fu trasmesso nell’originale a colori.

Alcune immagini tratte da L’Aldilà...E Tu Vivrai Nel Terrore! (The Beyond, Seven Doors of Death)

Sempre nell’81 gira Quella Villa Accanto al Cimitero. Norman Boyle si trasferisce con la famiglia in una villa del New England, per continuare il lavoro di un suo stimato collega tragicamente deceduto. Ma fin da subito nell’edificio si respira un’aria pesante ed enigmatici episodi (rumori misteriosi, strane apparizioni e inquietanti scomparse) turbano la tranquillità famigliare. E proprio il figlio Bob sembra essere il fulcro del dilemma, con la sua capacità di avvertire la presenza malefica all’interno della casa.
Forse siamo di fronte al suo film più inquietante, grazie in parte alla location selezionata (un’antica villa non lontano da Boston) ed in parte alle rivoltanti fattezze del mostro di turno (Freudstein). Proprio questi riesce a colpire l’immaginazione dello spettatore a partire già dal nome, una commistione tra Freud e Frankenstein; un essere che, proprio come il famoso personaggio creato dalla penna di Mary Shelley, è composto dalle parti di diversi cadaveri ed è vestito con un’uniforme dei soldati confederati a sancire la secolarità della sua presenza in quel luogo. Non di meno colpiscono i dettagli delle efferate morti: da Daniela Doria (già in passato maciullata nei film di Fulci) trafitta da un coltellaccio alla testa, alla decapitazione di Anja Pieroni, all’infilzamento con un attizzatoio di Dagmar Lassander. Insomma, una serie di scelte e situazioni che hanno trasformato il film in un piccolo cult della cinematografia horror internazionale.

Alcune immagini tratte da Quella Villa Accanto al Cimitero (House by the Cemetery)

Restiamo ancora nel 1981 e troviamo un aperto omaggio alla letteratura classica nel film Black Cat. Siamo nella campagna della provincia inglese, dove una fotografa è testimone di alcuni omicidi. La sua attenzione è diretta ad un uomo anziano che ha la bizzarra abitudine di registrare le voci dei morti; a fargli compagnia troviamo un inquietante gatto nero. La donna crede che il felino non sia immune a quanto sta accadendo, ma pagherà la sua curiosità.
Questa volta è il grande Edgar Allan Poe ad essere scomodato da Fulci, con una storia che rimanda direttamente all’omonimo racconto Il Gatto Nero. In questo caso gli effetti speciali sono stati volutamente ridotti per dare maggior risalto alla sceneggiatura, piuttosto fedele all’originale letterario. Le atmosfere velatamente gotiche suggeriscono una scelta più soft per quanto riguarda le locations: non più cittadine o ville lovecraftiane, ma una più tranquilla e non meno allarmante provincia anglosassone. In un certo senso, il finale di Black Cat ha molto in comune col precedente Sette Note in Nero con la muratura delle donne protagoniste, segno che le tematiche del terrore affrontate dallo scrittore hanno colpito l’immaginario di Fulci. Non manca il supporto alla fotografia del sempre presente Sergio Salvati e della partecipazione di attori di peso come Mimsy Farmer, Patrick Magee, Dagmar Lassander e mestieranti del nome di David Warbeck, Al Cliver e Daniela Doria (sua vittima preferita), a contribuire alla discreta qualità della pellicola in questione.

Nell’82 si concede un ritorno al thriller, questa volta a tinte forti, con Lo Squartatore di New York. Un misterioso killer elimina selvaggiamente belle donne; un tenente di polizia ha una sola traccia da seguire: una strana voce da papero che lo psicopatico utilizza al telefono con la polizia. Le indagini lo porteranno ad una ragazza ricoverata in un ospedale a causa di una grave malattia…
Una storia molto forte dove poco è lasciato all’immaginazione. Fulci sbatte in faccia allo spettatore l’efferata crudeltà dell’assassino, che elimina le sue vittime nel modo più brutale ed ogni volta con strumenti differenti. Il degrado sociale dei protagonisti, in una metropoli come New York, è mostrato in modo impudico, senza lesinare su dettagli raccapriccianti; ma allo stesso tempo c’è uno spicchio di dolorosa umanità nella figura del killer e sulla motivazione che lo spinge a compiere i suoi crimini: non sceglie personaggi disadattati e depravati, che pure abbondano nel film, ma donne che hanno la fortuna di essere attraenti, quasi a punirle della loro fortuna in un ambiente sordido come quello che Fulci mostra nel film. Buona prova generale dei protagonisti per l’ennesimo pugno allo stomaco sferrato dal regista.

Alcune immagini tratte da Lo Squartatore di New York (New York Ripper)

Sempre nell’82, dirige un horror atipico, meno legato a temi gotici dei non-morti e più vicino al sapore della stregoneria, dal titolo Manhattan Baby.
Un archeologo scopre un’antica tomba egiziana, ma una volta entrato nella camera perde la vista. Nello stesso momento la figlioletta, che abita a New York, riceve uno strano amuleto da una vecchia. Rientrato negli Stati Uniti, l’uomo riacquista la vista, ma trova che i comportamenti della figlia siano alquanto bizzarri. Quando inizieranno a morire delle persone, l’archeologo teme che una maledizione gravi sulla sua famiglia e si rivolge ad un negromante.
Una storia priva del tasso di splatter e gore che farcivano i film precedenti. Un plot che assomiglia maggiormente ai vecchi horror Universal e che Fulci trasforma in un caleidoscopio di bizzarrie. Non mancano citazioni provenienti da classici film horror, come il nome del negromante prelevato da Rosemary's Baby o la baby sitter che porta il nome di Jamie Lee (la Curtis del film Halloween). Un titolo un pochino sottovalutato, forse per la mancanza di effettacci, forse per una sceneggiatura stravolta in fase di lavorazione. È un peccato in quanto la visionarietà fulciana trova il suo compendio in questo bistrattato film, unitamente ad una colonna sonora esemplare eseguita dal solito Fabio Frizzi. Curiosamente da segnalare la partecipazione di una giovanissima Brigitta Boccoli nel ruolo della figlia dell’archeologo.

Ecco il nostro Maestro in compagnia dei suoi inseparabili ferri del mestiere: arti mozzati e frattaglie di vario genere

Nel 1984 pone la sua firma su un thriller ambientato nel mondo della musica: Murderock Uccide a Passo di Danza. Una ex-danzatrice dirige un corso di perfezionamento per aspiranti ballerini. Un pò alla volta alcune allieve vengono uccise con uno spillone conficcato nel cuore. Come se non bastasse, l’insegnante inizia ad avere degli incubi in cui vede la mano del killer che cerca di eliminarla.
Fulci si prende una pausa, dopo la sbornia di horror e splatter profuso a piene mani, e lo fa con un giallo che strizza l’occhio al periodo; fungerà da apripista ai vari Sotto il Vestito Niente, Le Foto di Gioia, Caramelle da Uno Sconosciuto e Deliria, che seguiranno il trend danzereccio/modaiolo. Pur restando fermo su alcuni clichè (il cinismo della protagonista su tutti) e garantendo nuova linfa ad un genere che stava segnando il passo, il risultato finale non è dei migliori; si sente la mancanza di originalità ed alcuni passaggi soffrono di eccessiva lentezza. Forse con l’uso di effetti speciali più marcati, il risultato finale sarebbe stato maggiormente apprezzabile, anche se non avrebbe risolto il problema alla radice. Le musiche sono state curate da Keith Emerson, mentre il cast artistico è di tutto rispetto con la presenza di Olga Karlatos, Ray Lovelock, Claudio Cassinelli e Al Cliver.

Dopo una pausa di qualche anno dovuta a malattia, nel 1987 torna all’horror con Aenigma. La storia è ambientata in un collegio, dove la figlia della donna delle pulizie è fatta oggetto di un tragico scherzo da alcune compagne che le procurerà un incidente col conseguente coma. La vendetta avrà le sembianze di una nuova arrivata, posseduta dallo spirito della degente, che eliminerà tutte le ragazze coinvolte nel drammatico episodio che l’ha vista tragicamente protagonista.
Un ritorno senza troppa enfasi per Fulci, che dirige una storia con l’idea principale prelevata dal più noto Patrick di Franklin. Poco da segnalare anche sotto l’aspetto degli effetti speciali, complice un budget ridotto rispetto al passato. Non mancano spunti interessanti qua e là, come nella parte finale del film, ma non basta a rendere gradevole una sceneggiatura (scritta insieme a Mariuzzo) in cui mancano gli elementi trainanti della cinematografia fulciana. Inoltre la colonna sonora è farcita di stucchevoli canzoni dance, tipiche del periodo anche nel cinema horror. Tra i protagonisti una Lara Naszinski che non manterrà mai completamente le attese di una carriera sotto i riflettori.

Da sinistra una sequenza tratta da Aenigma e due immagini di Zombi 3

Nel 1988 inizia a girare un horror che non porterà mai a termine, ossia Zombi 3. Un terribile virus di origine batteriologica cade in mano ad un terrorista che lo preleva da un laboratorio militare. Purtroppo la fiala si rompe ed il contagio ucciderà e trasformerà in zombi famelici chiunque ne venga a contatto. I militari hanno il compito di bloccare e circoscrivere il fenomeno eliminando chiunque tenti di lasciare la zona contaminata, mentre tre soldati in licenza ed alcuni turisti cercano di unire le forze e sopravvivere in un ambiente improvvisamente diventato ostile.
Girato nelle Filippine con un budget risicato, Fulci girò solo una parte del film a causa di problemi con la produzione: intendeva modificare parte della sceneggiatura scritta da Claudio Fragasso che non riteneva all’altezza della situazione. Il progetto passò nelle mani di Bruno Mattei, che girò la parte rimanente della pellicola con l’aiuto dello stesso Fragasso. Purtroppo i risultati di questo cambio di regia sono sotto gli occhi dei fans: a parte gli effetti speciali, tutto il resto è solo confusione condita da una pessima recitazione. In mezzo al groviglio qualche buona idea Fulci l’aveva piazzata e la mattanza generale di zombi e uomini è degna dei vecchi tempi. Peccato che la produzione, la Flora Film, non abbia ascoltato le parole di Fulci, in caso contrario poteva uscirne qualcosa di accettabile.

Ancora delle sequenze tratte dal controverso Zombi 3 (Zombie Flesh Eaters 2)

Il 1988 torna ad essere un anno piuttosto prolifico e gira un paio di film che, nelle intenzioni iniziali, dovevano far parte di un ciclo televisivo, ma che a causa dell’elevato tasso gore sono stati editati direttamente in video col sottotitolo "Lucio Fulci presenta". Il primo dei due titoli è Quando Alice Ruppe lo Specchio. È la storia di un killer di bell’aspetto che ama concupire, mutilare e uccidere "belle donne", per poi mangiarne alcune parti del corpo. La caratteristica principale di questo psicopatico seriale è il folle dialogo che intrattiene con la sua metà oscura, quasi a voler scovare un’attenuante al suo scempio.
Non siamo di fronte ad un canonico horror e nemmeno al classico giallo sui serial killer; Fulci lavora col materiale (scarso) e con i tempi (ristretti) dettati dalla produzione (di Augusto Caminito) e lo fa con una sorta di malcelata ironia, unendo elementi tipici della commedia noir con un tasso emoglobonico e scene gore rimarchevoli. Non siamo in presenza di un capolavoro, ma è un’opera che può tranquillamente rivaleggiare con le tante pellicole sugli assassini seriali editate negli ultimi vent’anni.

Il secondo film della serie s’intitola I Fantasmi di Sodoma. Alcuni amici si fermano in una villa abbandonata, teatro nella seconda guerra mondiale di convegni orgiastici da parte di ufficiali nazisti. Realtà e sogno si confondono, quando i protagonisti rivivono gli oscuri e sordidi episodi di oltre quarant’anni prima.
Anche se non manca qualche genialata tipica del regista, siamo lontani dalle migliori pellicole; una ghost story pesante da digerire, con tempi allungati, priva di particolari colpi di scena e con la mancanza di sequenze splatter. Un’idea di base interessante, se non viene suffragata da un’adeguata sceneggiatura ed un’interpretazione quantomeno decente, rischia di perdersi nel mare della noia. Purtroppo il titolo in questione rispecchia questa analisi, anche se Fulci ha parecchie attenuanti (soldi, tempi limitati e problemi di salute). Una curiosità: Fulci avrebbe dovuto dirigere diversi film horror per la casa di produzione di Caminito (Distribuzione Alpha Cinematografica), ma portò a compimento solo i due succitati; gli altri sono stati firmati da Leandro Lucchetti (Bloody Psycho), Mario Bianchi (Non Avere Paura Della Zia Marta), Andrea Bianchi (Massacre), Gianni Simonelli (Hansel & Gretel) e Enzo Milioni (Luna di Sangue). Visti gli esiti finali inconcludenti, ci rammarichiamo che il nostro non abbia portato a compimento l’intera serie.

Alcune immagini tratte da Quando Alice ruppe lo Specchio (When Alice Broke the Looking Glass, Touch of Death)

Nel 1989 tenta nuovamente la strada televisiva e Reteitalia commissiona un paio di pellicole horror, con soggetto le magioni maledette, da trasmettersi sulle reti Fininvest (altri due titoli furono assegnati ad Umberto Lenzi); il primo della serie è La Casa Nel Tempo. Dopo una rapina, alcuni ladri trovano rifugio in una vecchia casa uccidendo i proprietari. Per qualche stravagante motivo gli orologi iniziano a muoversi al contrario, portando indietro il tempo e facendo rivivere la coppia assassinata che potrà così vendicarsi.
Un'interessante prova stilistica ed un parziale ritorno ai fasti che competono a Fulci, autocitandosi a più riprese in varie sequenze. Una sceneggiatura stimolante per una ghost story abbastanza sanguinolenta (e per tale motivo scartata dalla produzione) e ben diretta. Il punto debole risulta essere la recitazione, ma fortunatamente i dialoghi sono piuttosto limitati.

Il successivo La Dolce Casa Degli Orrori vede due bambini rimasti orfani in seguito alla morte dei genitori, per mano di uno sconosciuto che nottetempo s’introduce nella loro abitazione. Vengono affidati alle cure degli zii, ma il loro comportamento è alquanto strano: trascorrono molto tempo in contatto con entità invisibili, che li aiuteranno a scoprire l’assassino dei genitori.
Una prova un pochino inferiore rispetto al precedente La Casa Nel Tempo, dove la ghost story risulta appesantita dallo scarso ritmo dell’azione e dalla mancanza di effetti speciali corposi. Tuttavia l’idea di base, scritta dallo stesso Fulci, aveva qualche spunto interessante con l’aggiunta di qualche venatura ironica. Giusto per la cronaca, la bambina protagonista è Ilary Blasi, moglie di Totti e showgirl televisiva. Purtroppo il progetto televisivo di Reteitalia (che comprendeva tra l’altro La Casa Del Sortilegio e La Casa Delle Anime Erranti di Umberto Lenzi), a causa dell’eccessiva violenza di alcune scene, finì nel dimenticatoio per poi essere riesumato da una piccola etichetta (Shendene & Moizzi) che li editò in vhs a prezzi popolari.

Alcune immagini tratte da Sodoma's Ghosts (I Fantasmi di Sodoma)

Nel 1990 Fulci sceglie la Sicilia come set per il successivo Demonia. Secoli addietro, alcune suore di un monastero vennero torturate e giustiziate dagli abitanti del vicino villaggio perché sospettate di atti stregoneschi. Torniamo ai giorni nostri, quando un’equipe di archeologi studia alcune rovine greche nei pressi dello stesso monastero. Un’assistente ha delle strane visioni su ciò che accadde in quei nefasti giorni ed il suo comportamento muterà di conseguenza.
Splatter a profusione, in questa pellicola dalla storia non originale (qualcosa del genere venne realizzato nei primi anni 70 dallo spagnolo De Ossorio) e dai contenuti un pochino scarni (interpretazione e doppiaggio non sono all’altezza). Una parte della responsabilità va attribuita ai tempi di lavorazione che si dilatarono a causa di problemi con la produzione, una situazione che impedì al film di essere proiettato nelle sale per venire distribuito direttamente in vhs. Alcune leggende hanno accompagnato le vicissitudini del film, tra le quali l’infezione contratta dal regista nell’ossario del monastero e una maledizione che lo perseguitò dopo aver violato una cripta. La carriera cinematografica di Fulci è costellata di anedotti simili.

Sempre nel 1990 girerà un film quasi autobiografico che lo vedrà, una volta tanto, protagonista principale: Un Gatto Nel Cervello. Lucio Fulci è un regista di film horror tormentato da incubi ad occhi aperti. Decide di rivolgersi ad uno psichiatra per risolvere il suo problema, ma la sostanza non cambia ed inizierà una catena di delitti di cui crede di essere il responsabile.
Fulci dirige ed interpreta una storia a metà strada tra il serio e l’ironico, con la voglia di scioccare ancora con immagini forti utilizzando il sarcasmo come strumento. Decide di eseguire un collage di sequenze prelevate dalla sua filmografia recente, ovviando ad una evidente carenza di finanziamenti; purtroppo il risultato finale non è dei meglio riusciti, dove il solo autore riesce ad emergere con un’interpretazione maiuscola. Da segnalare che, in fase di montaggio, è stato escluso il finale in cui tutto risulta essere la scena di un film diretto sempre dallo stesso Fulci.

Alcune immagini tratte da La Casa nel Tempo (House Of Clock)

Nel 1991 si chiude l’attività registica di Fulci con un paio di thriller a sfondo occulto, il primo dei quali è Voci Dal Profondo. Un ricco uomo d’affari muore in seguito ad un’emorragia interna. La figlia inizia ad avere degli incubi, in cui le appare il padre che domanda giustizia; è tormentata dalla certezza che la responsabilità della sua morte sia da ricercarsi in un membro della famiglia.
Una storia che ricorda, sotto diversi aspetti, il televisivo La Dolce Casa Degli Orrori: la dipartita del genitore, il ritorno dall’aldilà (sotto forma di spirito o sogno, non importa) e il desiderio di rivalsa sui colpevoli, il figlio utilizzato come strumento di vendetta sono particolari in comune tra le due pellicole. Il film trasmette diversi spunti di riflessione sui valori della famiglia, sui rapporti che intercorrono tra parenti, divisi tra chi amava il defunto e chi non aspettava altro che la sua dipartita per dividere l’eredità. Una sceneggiatura interessante, non innovativa, ma ben congegnata, anche se i ritmi non sono vertiginosi e gli effetti speciali sono molto limitati (non è, tuttavia, un film indicato ai patiti dello splatter).

Il secondo titolo, quello che chiuderà definitivamente la carriera di Fulci dietro la macchina da presa, è Le Porte Del Silenzio. Marvin si trova al funerale del padre, quando viene avvicinato da una ragazza sconosciuta che lo chiama per nome. Nei giorni successivi la incontrerà nuovamente e la seguirà in un motel, ma la ragazza sparirà senza lasciare traccia, non prima di avergli lasciato un inquietante messaggio. Da questo momento sarà tormentato da visioni di un carro funebre, che tenterà inutilmente di avvicinare.
Un’opera anomala e, in un certo senso, precognitiva del destino che il regista sta per affrontare. La violenza fulciana viene accantonata ed è privo di qualsiasi effetto gore, per lasciare spazio ad una più angosciosa paura che sarà il leit motiv del film. Una buona ed intensa partecipazione dell’attore principale, un rispolverato John Savage, rende la sceneggiatura credibile. Una curiosità: in alcune locandine straniere il nome di Fulci è stato sostituito (per la prima volta nella sua carriera) con quello di H. Simon Kittay, anche se i motivi non sono noti.

Da sinistra: una sequenza tratta da Demonia, una da Un Gatto nel Cervello ed una da Voci dal Profondo

Ormai stanco e malato, dovette rinunciare all’ultimo corposo progetto (MDC: La Maschera di Cera) sotto l’egida produttiva di Dario Argento, sostituito da Sergio Stivaletti. Guardandosi alle spalle, Fulci dichiarò più volte di non rimpiangere nulla, di essere appagato da ciò che ha realizzato e di essere conscio di aver vissuto intensamente, godendo delle piccole-grandi soddisfazioni della vita. Un uomo semplice, ma dal carattere forte e deciso, temprato da dure esperienze personali (la perdita della moglie e svariati malanni), che non è mai voluto scendere a compromessi con gli avvoltoi del mondo del cinema. L’esistenza di Fulci si spegne nel 1996, senza troppi clamori e nell’impassibilità generale. Rimane la sostanza dei suoi film a testimonianza della qualità artistica di un regista visionario, poco compreso nel circuito, ma dannatamente efficace nell’immenso cimitero che è il cinema italiano di genere.

Filmografia horror/thriller

1969 – Una sull’altra
1971 – Una lucertola con la pelle di donna
1972 – Non si sevizia un paperino
1977 – Sette note in nero
1979 – Zombi 2
1980 – Paura nella città dei morti viventi
1981 – L’Aldilà…E Tu Vivrai Nel Terrore!
1981 – Black cat
1981 – Quella villa accanto al cimitero
1982 – Lo squartatore di New York
1982 – Manhattan baby
1984 – Murderock uccide a passo di danza
1987 – Aenigma
1988 – Zombi 3
1988 – Quando Alice ruppe lo specchio
1988 – I fantasmi di Sodoma
1989 – La casa nel tempo (film per la tv)
1989 – La dolce casa degli orrori (film per la tv)
1990 – Demonia
1990 – Un gatto nel cervello
1991 – Voci dal profondo
1991 – Le porte del silenzio

 

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