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THE
RING VS RINGU - INTRODUZIONE
E’
indiscutibile, che piaccia o meno oramai bisogna accettarlo: il cinema
fantastico Made in Asia è sempre più una realtà
nella storia dell’horror del nuovo millennio. Il problema è
annoso ed intricato, in quanto la critica, quando si accenna a questo
tipo di produzioni, sembra letteralmente spaccarsi in due, quasi come
se si trattasse di un dibattito politico o di una conversazione sportiva
da bar. I fans sostengono l’incredibile innovazione che questo
stile ha portato e sta portando al cinema, grazie anche al retaggio
culturale che in oriente è abbastanza differente dal nostro (ma
non per questo meno interessante). I detrattori si scagliano invece
senza pietà contro i registi horror dagli occhi a mandorla, usando
il termine "orrore" per definire direttamente la qualità
dell’opera. La
Trama
La
versione originale di Nakata mostra subito quanto di buono ci sia nella
seppur semplice idea che muove il plot narrativo: una vera e propria
leggenda metropolitana, incentrata su un video che ha davvero dell’inquietante
tanto è enigmatico e angoscioso.
La caratterizzazione della ragazzina del filmato (Sadako), con i lunghi capelli perennemente calati sul volto e la lunga veste bianca, rimarrà sicuramente sinonimo di terrore sottile, sinistro ed ineluttabile. La sua minacciosa andatura è stata ottenuta facendo camminare la ragazza all’indietro, per poi mandare la sequenza alla rovescia in fase di montaggio: ne è scaturito così un passo così innaturale da rafforzare ancor di più l’aurea di spavento attorno al personaggio. Notevolissimo il finale, con vette di grande cinema del terrore nella sequenza di Sadako: una perfetta cadenza nel montaggio ne fanno una perla da antologia, dove lo spettatore viene completamente catturato ed inchiodato alla sedia nell’osservarne i terrorizzanti particolari. Il tutto senza usare nemmeno una goccia di sangue o di make-up, con un uso molto parsimonioso degli effetti speciali ed un minimalismo tipicamente orientale. Tutta la parte centrale della vicenda risulta invece essere troppo lenta a tratti, con alcuni cali di ritmo nell’estenuante ricerca effettuata dalla giornalista e del suo ex marito. I passaggi descrittivi tendono ad affossare leggermente il climax costruito dalle sezioni emotivamente più coinvolgenti. Per quanto riguarda le musiche, interamente curate da Kenji Kawai, si possono segnalare inserti suggestivi anche se piuttosto centellinati; la sensazione è che il regista nipponico abbia volutamente cercato il suono del silenzio e dei rumori di fondo per quest’opera che mostra il suo punto di forza soprattutto nell’atmosfera irreale, creata anche dalla rarefatta colonna sonora.
Ringu
vanta una serie di ottime intuizioni registiche, mixate ad una serie
di vere credenze folkloristiche in cui molti giapponesi effettivamente
credono: un esempio può essere lo sconvolgente presagio di morte
che si vede nelle foto delle vittime, con il volto deforme e sfocato.
Memorabile anche il concetto di morte per "spavento" che accompagna
il racconto, in una sorta di essenza suprema del terrore che ha origini
soprannaturali tanto orribili da non poterne sopportare la vista neanche
per un attimo.
A prescindere dalla trama quasi identica all’originale, The Ring mostra subito tutta una serie di sottili influenze, tributi e citazioni che non passano indifferenti all’occhio attento. La famosa sequenza iniziale delle due teen-ager che si confidano la leggenda ha fortissime influenze Craveniane (i fans di Scream se ne accorgeranno immediatamente). Questa stessa scena cita lo stesso Nakata ed il suo bellissimo Dark Water, con la presenza dell’acqua che ogni volta preannuncia la morte. Altro evidente tributo è riscontrabile nella figura del figlio della giornalista Rachel, che richiama prepotentemente la figura del bambino protagonista de Il sesto senso. Il tutto filtrato con un ottica stavolta decisamente occidentale, con un intreccio quasi identico che funziona alla perfezione nelle mani di due registi così diversi in stile e cultura, ma così abili e creativi con la m.d.p. Verbinski infatti, coadiuvato dalla buona sceneggiatura di Ehren Kruger, abbandona il minimalismo per il dettaglio pianificando con astuta logica la sua incessante necessità di spiegare e focalizzare tutto, fin nei minimi particolari. The Ring è infatti un film che basa le sue fondamenta proprio sulla bellezza (e l’inquietudine) del dettaglio; particolarità messa in evidenza soprattutto dalla visione dell’incredibile filmato (più lungo di quello presente nella versione originale giapponese).
Un meccanismo quasi perfetto quello creato da Verbinski, che alterna terrificanti sequenze shock a lunghi passaggi quasi contemplativi: si possono comunque considerare meglio riuscite le prime, come l’agghiacciante flashback sul cadavere della giovane Katie, dove un incredibile make-up trasforma un semplice spavento in un vero e proprio sussulto d’orrore. Effetto simile è riscontrabile nel montaggio volutamente brusco in alcuni punti, con l’effetto mirato di scuotere lo spettatore dall’ipotetico rilassamento costruito dalle scene precedenti. Anche questa versione occidentale del romanzo di Suzuki difetta di una parte centrale a tratti troppo lunga e lenta, con alcune sezioni che si rivelano quasi ininfluenti alla resa finale del racconto. Degne di nota alcune riuscite e suggestive metafore, come l’incessante sorgere e tramontare di un sole pallido e malato sul primo piano dell’albero, simbolo di vita, che va man mano perdendo le sue ingiallite foglie col trascorrere dei giorni. Il tutto con una fotografia davvero eccezionale, decadente e sognante, tutta plasmata sui toni di grigio. Quasi un voler trasfigurare nella realtà l’orrore del bianco e nero lugubre e abbacinante del filmato, mantenendo anche l’occhio in uno stato di pseudo-riposo, stravolto da improvvisi contrasti fiammeggianti.
Il regista americano, oltre all’approccio molto più esplicativo verso la storia, delinea con più forza rispetto alla versione originale alcune immagini ossessive, impreziosendo notevolmente la pellicola: una su tutte il celeberrimo anello di luce (ring, in inglese) che diviene una sorta di costante per tutto il film, con la curiosa (e fortunata) corrispondenza linguistica con il sostantivo trillo (ancora ring, in inglese). Il personaggio di Samara (Sadako, nel film di Nakata) è davvero ben delineato: tanto simile alla versione originale orientale ma tanto personale al tempo stesso, sempre con gli inquietanti capelli neri a celare il misterioso volto. Ancora più massiccio, in questo remake, l’uso della tecnologia: l’analisi della VHS su banchi di regia e missaggio-video modernissimi, l’uso di cellulari e di Internet per la ricerca di Anna Morgan e della Moesko Island. Il tutto a rafforzare ancor di più l’idea di una concezione moderna della ghost-story, dove i tradizionali elementi di questo tipo di storie (caminetti, catene cigolanti e castelli) sono sostituiti da un’elettronica sempre più custode delle paure del nuovo millennio. Tutti bravi gli attori, ma svetta su tutte l’ottima interpretazione di Naomi Watts nella parte di Rachel (questo ruolo era stato offerto prima a J. Connely e poi, addirittura, a G. Paltrow). Più opaco e indefinito il finale, stranamente frettoloso e meno efficace dell’originale. Rimane comunque inalterato l’indubbio valore di questo remake statunitense. PARALLELISMI Uguali
e diversi al tempo stesso, questi due film rappresentano sicuramente
due dei migliori prodotti visti in questi ultimi otto anni. E’
strano come le due opere, pur essendo tratte dallo stesso riferimento
letterario, quasi si compensino nella distribuzione di pregi e difetti.
Volendo azzardare un confronto diretto, un vero e proprio testa a testa
tra le due pellicole, risulta subito arduo stabilire chi può
prevalere sull’altro, tenendo comunque fortemente presente la
soggettività di opinioni e considerazioni. Tentiamo, partendo
dall’inizio.
Alcune
sequenze del filmato Giapponese
Il filmato contenuto nella famigerata VHS, che è forse il vero
ed unico protagonista della storia, risulta essere invece di gran lunga
più efficace (in termini di terrore e di arte visiva) nella versione
occidentale. Più lungo di circa un minuto racchiude in sé
l’essenza più pura dell’orrore, la legge che tutti
i grandi maestri del fantastico hanno rispettato e tramandato: suggerire
invece di mostrare. La versione di Verbinski ha davvero del raccapricciante
nei suoi dettagli aggiunti (il faro, i cavalli, il dito, ecc…),
nell’astratto simbolismo, nell’atmosfera surreale ed inquietante.
Riesce brillantemente nel difficilissimo compito di rapire completamente
l’attenzione e lo sguardo dello spettatore, come se si stesse
davvero assistendo ad un frammento proveniente direttamente dall’inferno.
Non è eccessivo affermare che il solo filmato in questione varrebbe
la visione di tutto il film tanto è intriso di terrore primigenio.
Alcune
sequenze del filmato Americano
CONCLUSIONI
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