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A CURA DI LUCA DURANTE

THE RING VS RINGU - INTRODUZIONE

E’ indiscutibile, che piaccia o meno oramai bisogna accettarlo: il cinema fantastico Made in Asia è sempre più una realtà nella storia dell’horror del nuovo millennio. Il problema è annoso ed intricato, in quanto la critica, quando si accenna a questo tipo di produzioni, sembra letteralmente spaccarsi in due, quasi come se si trattasse di un dibattito politico o di una conversazione sportiva da bar. I fans sostengono l’incredibile innovazione che questo stile ha portato e sta portando al cinema, grazie anche al retaggio culturale che in oriente è abbastanza differente dal nostro (ma non per questo meno interessante). I detrattori si scagliano invece senza pietà contro i registi horror dagli occhi a mandorla, usando il termine "orrore" per definire direttamente la qualità dell’opera.
In questa sede prenderemo in esame un film molto rappresentativo della new wave horror giapponese, il RINGU del giapponese Hideo Nakata, tratto dal romanzo di Kôji Suzuki, contrapposto al suo celebre remake americano, THE RING di Gore Verbinski. Il remake americano espone una trama pressoché identica all’originale nipponico, con sottili differenze nella personalità dei protagonisti e nella sceneggiatura.

La Trama
La vicenda è tutta incentrata su una leggenda metropolitana giapponese, che vede come protagonista una videocassetta maledetta. Chi guarda il suo inquietante ed enigmatico contenuto riceve subito dopo una strana telefonata da una voce sconosciuta che esclama un fatidico:"Sette giorni". Tanto sarà infatti il tempo che rimane da vivere a chi lo ha visto, a prescindere dal luogo in cui si trovi. Una giornalista, zia di una delle vittime, trova la cassetta e la visiona per intero, scatenando su se stessa la maledizione. Inizia così un conto alla rovescia in cui la donna, assieme al suo ex, cercherà di risalire ai motivi ed alle persone protagoniste dell’orribile filmato per poter fare luce sul suo terribile segreto e per tentare di salvare la sua stessa vita e quella dei suoi cari.


Regia: Hideo Nakata
Interpreti: Miki Nakatani, Nanako Matsushima, Hiroyuki Sanada
GIAPPONE 1998

La versione originale di Nakata mostra subito quanto di buono ci sia nella seppur semplice idea che muove il plot narrativo: una vera e propria leggenda metropolitana, incentrata su un video che ha davvero dell’inquietante tanto è enigmatico e angoscioso.
La concezione dell’orrore del regista giapponese è sicuramente pregevole e suggestiva: la scena iniziale, che vede le due adolescenti discutere cautamente sulla leggenda per poi soccomberne è indiscutibilmente ottima, con un buon ritmo ed un continuo crescendo tensionale. Interessante come Nakata giochi sottilmente con l’atto di "tramandare" oralmente una storia paurosa, rendendo una sorta di tributo alla tradizione del fantastico, aggiornato al 2000’. La sua visione in Ringu è, infatti, strettamente legata al supporto tecnologico (la VHS, la televisione, il telefono) che funge da inquietante tramite della spettrale condanna che perseguita i malcapitati spettatori del video. La fotografia mostra un gusto piuttosto cupo per le luci, una certa predilezione per le zone d’ombra, il buio fugace, la sfuggevolezza dei primi piani. Il tutto mantenendo sempre molto netta e pulita l’inquadratura e molto delineati i personaggi. Alcuni punti di forza del racconto sono magistralmente riprodotti, a tratti anche migliorati grazie alla sceneggiatura di Hiroshi Takahashi: la visione del video è davvero spaventosa, nella sua totale indecifrabilità iniziale che va man mano dissolvendosi con l’evoluzione della storia.

La caratterizzazione della ragazzina del filmato (Sadako), con i lunghi capelli perennemente calati sul volto e la lunga veste bianca, rimarrà sicuramente sinonimo di terrore sottile, sinistro ed ineluttabile. La sua minacciosa andatura è stata ottenuta facendo camminare la ragazza all’indietro, per poi mandare la sequenza alla rovescia in fase di montaggio: ne è scaturito così un passo così innaturale da rafforzare ancor di più l’aurea di spavento attorno al personaggio. Notevolissimo il finale, con vette di grande cinema del terrore nella sequenza di Sadako: una perfetta cadenza nel montaggio ne fanno una perla da antologia, dove lo spettatore viene completamente catturato ed inchiodato alla sedia nell’osservarne i terrorizzanti particolari. Il tutto senza usare nemmeno una goccia di sangue o di make-up, con un uso molto parsimonioso degli effetti speciali ed un minimalismo tipicamente orientale. Tutta la parte centrale della vicenda risulta invece essere troppo lenta a tratti, con alcuni cali di ritmo nell’estenuante ricerca effettuata dalla giornalista e del suo ex marito. I passaggi descrittivi tendono ad affossare leggermente il climax costruito dalle sezioni emotivamente più coinvolgenti. Per quanto riguarda le musiche, interamente curate da Kenji Kawai, si possono segnalare inserti suggestivi anche se piuttosto centellinati; la sensazione è che il regista nipponico abbia volutamente cercato il suono del silenzio e dei rumori di fondo per quest’opera che mostra il suo punto di forza soprattutto nell’atmosfera irreale, creata anche dalla rarefatta colonna sonora.

Ringu vanta una serie di ottime intuizioni registiche, mixate ad una serie di vere credenze folkloristiche in cui molti giapponesi effettivamente credono: un esempio può essere lo sconvolgente presagio di morte che si vede nelle foto delle vittime, con il volto deforme e sfocato. Memorabile anche il concetto di morte per "spavento" che accompagna il racconto, in una sorta di essenza suprema del terrore che ha origini soprannaturali tanto orribili da non poterne sopportare la vista neanche per un attimo.
Il film ha generato un sequel (Ringu 2) e un prequel (Ringu 0), entrambi al di sotto sia del primo film che del suo epigono statunitense. Nakata rimane un regista dotato, con un ottima cultura horror (si dice che guardi oltre 300 film dell’orrore all’anno); questa pellicola, pur non essendo esente da alcuni difetti, lo colloca senza indugi tra i registi più interessanti del panorama horror degli ultimi anni.


Regia: Gore Verbinski
Interpreti: Naomi Watts, Martin Henderson, Brian Cox, David Dorfman, Lindsay Frost
USA 2002

A prescindere dalla trama quasi identica all’originale, The Ring mostra subito tutta una serie di sottili influenze, tributi e citazioni che non passano indifferenti all’occhio attento. La famosa sequenza iniziale delle due teen-ager che si confidano la leggenda ha fortissime influenze Craveniane (i fans di Scream se ne accorgeranno immediatamente). Questa stessa scena cita lo stesso Nakata ed il suo bellissimo Dark Water, con la presenza dell’acqua che ogni volta preannuncia la morte. Altro evidente tributo è riscontrabile nella figura del figlio della giornalista Rachel, che richiama prepotentemente la figura del bambino protagonista de Il sesto senso. Il tutto filtrato con un ottica stavolta decisamente occidentale, con un intreccio quasi identico che funziona alla perfezione nelle mani di due registi così diversi in stile e cultura, ma così abili e creativi con la m.d.p. Verbinski infatti, coadiuvato dalla buona sceneggiatura di Ehren Kruger, abbandona il minimalismo per il dettaglio pianificando con astuta logica la sua incessante necessità di spiegare e focalizzare tutto, fin nei minimi particolari. The Ring è infatti un film che basa le sue fondamenta proprio sulla bellezza (e l’inquietudine) del dettaglio; particolarità messa in evidenza soprattutto dalla visione dell’incredibile filmato (più lungo di quello presente nella versione originale giapponese).

Un meccanismo quasi perfetto quello creato da Verbinski, che alterna terrificanti sequenze shock a lunghi passaggi quasi contemplativi: si possono comunque considerare meglio riuscite le prime, come l’agghiacciante flashback sul cadavere della giovane Katie, dove un incredibile make-up trasforma un semplice spavento in un vero e proprio sussulto d’orrore. Effetto simile è riscontrabile nel montaggio volutamente brusco in alcuni punti, con l’effetto mirato di scuotere lo spettatore dall’ipotetico rilassamento costruito dalle scene precedenti. Anche questa versione occidentale del romanzo di Suzuki difetta di una parte centrale a tratti troppo lunga e lenta, con alcune sezioni che si rivelano quasi ininfluenti alla resa finale del racconto. Degne di nota alcune riuscite e suggestive metafore, come l’incessante sorgere e tramontare di un sole pallido e malato sul primo piano dell’albero, simbolo di vita, che va man mano perdendo le sue ingiallite foglie col trascorrere dei giorni. Il tutto con una fotografia davvero eccezionale, decadente e sognante, tutta plasmata sui toni di grigio. Quasi un voler trasfigurare nella realtà l’orrore del bianco e nero lugubre e abbacinante del filmato, mantenendo anche l’occhio in uno stato di pseudo-riposo, stravolto da improvvisi contrasti fiammeggianti.

Il regista americano, oltre all’approccio molto più esplicativo verso la storia, delinea con più forza rispetto alla versione originale alcune immagini ossessive, impreziosendo notevolmente la pellicola: una su tutte il celeberrimo anello di luce (ring, in inglese) che diviene una sorta di costante per tutto il film, con la curiosa (e fortunata) corrispondenza linguistica con il sostantivo trillo (ancora ring, in inglese). Il personaggio di Samara (Sadako, nel film di Nakata) è davvero ben delineato: tanto simile alla versione originale orientale ma tanto personale al tempo stesso, sempre con gli inquietanti capelli neri a celare il misterioso volto. Ancora più massiccio, in questo remake, l’uso della tecnologia: l’analisi della VHS su banchi di regia e missaggio-video modernissimi, l’uso di cellulari e di Internet per la ricerca di Anna Morgan e della Moesko Island. Il tutto a rafforzare ancor di più l’idea di una concezione moderna della ghost-story, dove i tradizionali elementi di questo tipo di storie (caminetti, catene cigolanti e castelli) sono sostituiti da un’elettronica sempre più custode delle paure del nuovo millennio. Tutti bravi gli attori, ma svetta su tutte l’ottima interpretazione di Naomi Watts nella parte di Rachel (questo ruolo era stato offerto prima a J. Connely e poi, addirittura, a G. Paltrow). Più opaco e indefinito il finale, stranamente frettoloso e meno efficace dell’originale. Rimane comunque inalterato l’indubbio valore di questo remake statunitense.

PARALLELISMI

Uguali e diversi al tempo stesso, questi due film rappresentano sicuramente due dei migliori prodotti visti in questi ultimi otto anni. E’ strano come le due opere, pur essendo tratte dallo stesso riferimento letterario, quasi si compensino nella distribuzione di pregi e difetti. Volendo azzardare un confronto diretto, un vero e proprio testa a testa tra le due pellicole, risulta subito arduo stabilire chi può prevalere sull’altro, tenendo comunque fortemente presente la soggettività di opinioni e considerazioni. Tentiamo, partendo dall’inizio.
I due registi sono entrambi dotati di stile, personalità e tecnica molto differenti ma comunque notevoli: tutti e due mostrano il loro background e la loro cultura, con il risultato di un accentuato minimalismo e dilatazione dei tempi per il giapponese, in contrasto con un maggior virtuosismo visivo e tecnico per lo statunitense. Ad un’attenta analisi, la sequenza iniziale sembra realizzata meglio nel film di Nakata, tenendo anche presente (e questo non va mai dimenticato) che si tratta di un’opera "pilota", quindi una creazione artistica quasi del tutto originale, con unico riferimento il racconto di Suzuki. Meno inquadrature, meno virtuosismi visivi rispetto alla versione di Verbinski, ma più efficacia nel convogliare la suspense ed il ritmo.

Alcune sequenze del filmato Giapponese

Il filmato contenuto nella famigerata VHS, che è forse il vero ed unico protagonista della storia, risulta essere invece di gran lunga più efficace (in termini di terrore e di arte visiva) nella versione occidentale. Più lungo di circa un minuto racchiude in sé l’essenza più pura dell’orrore, la legge che tutti i grandi maestri del fantastico hanno rispettato e tramandato: suggerire invece di mostrare. La versione di Verbinski ha davvero del raccapricciante nei suoi dettagli aggiunti (il faro, i cavalli, il dito, ecc…), nell’astratto simbolismo, nell’atmosfera surreale ed inquietante. Riesce brillantemente nel difficilissimo compito di rapire completamente l’attenzione e lo sguardo dello spettatore, come se si stesse davvero assistendo ad un frammento proveniente direttamente dall’inferno. Non è eccessivo affermare che il solo filmato in questione varrebbe la visione di tutto il film tanto è intriso di terrore primigenio.
Per la fotografia vanno evidenziati stili e scelte differenti, che risultano forse leggermente più pregevoli nella versione americana, in sé davvero incantevole. La colonna sonora potrebbe risultare più suggestiva in Ringu, vista anche la cura profusa per i rumori di fondo ed i crescendo, con un’ottima scelta artistica per le timbriche e le durate in funzione delle immagini.

Alcune sequenze del filmato Americano


La lunga sezione centrale di ricerca della protagonista, come si è già accennato sopra, risulta essere quasi fiacca in entrambe le versioni, anche se The Ring contiene qualche trovata in più nella sceneggiatura di Ehren Kruger. Per il finale la spunta decisamente la pellicola nipponica, con la sequenza di Sadako nel televisore che, al contrario della scena iniziale, risulta essere molto più dilatata rispetto alla versione occidentale ed anche in questo caso più efficace e spaventosa. Difficile, infine, confrontare la recitazione: buona ed efficace per tutti i caratteristi, con una Sadako/Samara che si è già ritagliata un posto d’onore nel Gota dei grandi personaggi del cinema horror di tutti i tempi. Una nota particolare per Nanako Matsushima (Ringu) e Naomi Watts (The Ring), pregevoli attrici perfettamente calate nel ruolo.

I DUE VIDEO MALEDETTI
FORMATO WINDOWS MEDIA PLAYER

CONCLUSIONI


Non è una sfida, non c’è un vincitore: si tratta di due ottimi horror, ognuno a suo modo debitore e creditore del romanzo (comune a entrambi) a cui si ispira. Gli stili sono differenti, il linguaggio sembra a tratti diametralmente opposto, ma il risultato è raggiunto con successo da entrambi. Va comunque fatta una considerazione, forse opinabile ma senz’altro importante: Nakata è stato il battistrada, ha tracciato un solco fondamentale, fungendo da punto di riferimento (magari velato) per il remake. Verbinski ha forgiato un'opera visionaria, poliedrica, multiforme, con vette di notevole virtuosismo sempre scevro dal mero esercizio stilistico.
Intanto tutti noi, almeno per un attimo, avremo pensato al suono del nostro telefono che squilla, dopo aver visionato l’agghiacciante filmato.

 

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