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R.L. La prima cosa che mi viene in mente è come la casualità sia entrata di prepotenza nella mia vita. A dire il vero sulle prime il plico contenente il documento non mi aveva emozionato più di tanto. Probabilmente perché scritto in inglese che, seppur con una grafia regolare, era difficile da leggere. La cosa che invece mi ha più affascinato era la cartolina raffigurante le Procuratie Nuove di Venezia con quella firma “Granpa Theo”. Ma anche lì il collegamento non l’ho fatto subito. Poi un giorno ho avuto l’illuminazione. Nonno Theobaldus era uno dei tanti pseudonimi che usava di sovente Lovecraft quando teneva i suoi rapporti epistolari con parenti ed amici. A quel punto mi sono lanciato nella lettura del manoscritto prendendo un sacco di appunti quando una frase me ne ricordava un’altra che avevo letto nei suoi racconti. La cosa più inquietante è stato quando ho potuto constatare che alcuni passi de La Maschera di Innsmouth erano molto simili a dei passi riportati nel manoscritto. Non nego che mi tremavano le gambe al solo pensiero che per un caso fortuito ero venuto in possesso di un documento del genere. Sapevo per inciso che Lovecraft non aveva mai fatto lunghi viaggi, oltremodo fuori dagli Stati Uniti. La cosa di per sé sembrava pazzesca. E forse lo è ancora adesso. Quindi non si possono descrivere le emozioni che provavo mentre andavo avanti con la lettura. Una cosa comunque era ben chiara: come potevo dire al mondo che quello che avevo trovato su un banchetto di antiquariato, in Italia per giunta, poteva appartenere a Lovecraft? Chi ci avrebbe mai creduto? Certo, mi venne in mente subito Sebastiano Fusco. Ma potevo permettermi di andare da lui e dirgli semplicemente “Signor Fusco, mi trovavo a Montecatini e per 15 euro ho comperato una lettera manoscritta di Lovecraft? La vuole vedere?” Come minimo mi avrebbe preso per pazzo, se non addirittura per mitomane. Così ridendo e scherzando chiamai Federico, che come me divide la passione per i miti di Cthulhu. Ci incontrammo a casa mia e dopo averne riletto dei passi prendemmo la decisione di contattare Fusco. Anche a costo di fare la figura degli stupidi. Così mi feci dare un appuntamento. Per l’evento Federico portò la sua telecamera. Il nostro intento era anche quello di filmare le sue reazioni davanti ad un documento del genere. Il resto è cosa nota. 2. S.C.: Come è nata l’idea di farne un documentario? F.G. Quando
abbiamo deciso di scoprire innanzitutto se il viaggio descritto nel
diario aveva delle aderenze reali o era frutto di fantasia. Prima ancora
cioè di cominciare ufficialmente la verifica della paternità
lovecraftiana. Che in effetti non abbiamo ancora affrontato fino in
fondo, tutti presi dal progetto che ci è cresciuto tra le mani
inaspettatamente.
3. S.C.: La sua diffusione rimarrà esclusiva di Studio Universal, o in futuro ci sarà la possibilità di entrare nelle case di più italiani? F.G. Pare, dico
pare, che il documentario si potrà vedere su RAI DUE all’interno
di un format molto seguito di seconda serata. Probabilmente avrete già
capito di cosa sto parlando. Per ora non posso dire molto. Però,
e anche qui purtroppo non posso ancora approfondire, al documentario
sta per essere affiancata una versione cinematografica di circa 90’,
prodotta sempre dalla Digital Desk insieme con la Minerva Pictures.
In quest’occasione verrà raccontato quello che è
accaduto alle sei persone di troupe durante gli undici giorni di riprese
nel Polesine. Non è stato tutto piacevole. Diciamo… indimenticabile.
Il titolo del film d’altronde parla da solo: Road to L. (che in
inglese sta per Strada per L. – cioè Loreo, il paesino
in cui Lovecraft e noi della troupe abbiamo fatto base; ma anche, per
assonanza, Strada per l’inferno. Oppure, perché no, Strada
per Lovecraft). 4. S.C.: Raccontateci qualcosa sulle vostre giornate “on the road” e sull’atmosfera che si respira in quei luoghi così suggestivi. R.L. Il Polesine
è per sua conformazione orografica un posto che si sposa bene
per una avventura on the road. Ci sono argini, rivoli, villaggi abbandonati
e strade che veramente non portano da nessuna parte. A volte basta un
niente per perdersi e girare intorno senza sapere dove si è arrivati.
Che poi è quello che è successo anche a noi. Ad ogni modo
la nostra giornata cominciava con un piano preordinato anche se poi
ci trovavamo a girare tutt’altro. Dipendeva dagli indizi che scoprivamo
e dalle persone che incontravamo. Ad esempio, Sparapan ci portava in
certi luoghi che per noi erano quelli descritti nel manoscritto, poi
però questi risultavano diversi se non addirittura insignificanti
e, quindi battevamo altre strade. Un’intuizione giusta è
stata quando Sparapan ci ha portato a S. Maria in Punta. In quel luogo
non solo il fiume si allarga come la bocca di un enorme serpente…
5. S.C.: Quali aspetti avete privilegiato nel documentare una vicenda ancora così densa di interrogativi, e quali avete dovuto invece tralasciare? R.L. Abbiamo
cercato di filmare tutto quello che secondo noi aveva a che fare con
il manoscritto ritrovato, soprattutto il senso di mistero e di scoperta
che traspare dalle pagine del documento. Mettiamoci anche il pizzico
di avventura che ci stava coinvolgendo. Alcuni interrogativi sono stati
svelati: “L.”, ad esempio, è ormai chiaro essere
Loreo, come l’albergo disegnato nel manoscritto è quasi
certamente l’albergo Cavalli. Al contrario abbiamo cercato di
non tralasciare nulla anche perché abbiamo filmato tutto quello
che capitava mentre proseguivamo nelle nostre indagini. In questo senso
abbiamo girato un instant-movie. Il problema grosso si è affacciato
in moviola dove Fulvio Molena, il montatore, ha dovuto fare delle scelte
drastiche per poter cercare di dare un senso compiuto al nostro viaggio
e al nostro documentario.
R.L. Superata la meraviglia di un ritrovamento del genere, entrambi ci hanno dato la loro completa disponibilità. Fusco è stato forse il più appassionato. Fin dal primo momento si è lasciato prendere dal piacere della scoperta. Ha letto il documento così bene che alla fine poteva recitarcelo a memoria. Ricordo che ogni volta che lo incontravamo, lui ci esponeva i dubbi, le perplessità ma anche le certezze che quel documento che stava esaminando doveva essere per forza stato scritto la Lovecraft. “Qui – diceva – questa “e commerciale” è proprio quella che usava Lovecraft…. Qui, invece, vedete come fa uso della sintassi, ed il modo di descrivere i luoghi? Nessuno può aver scritto queste cose se non lui!”. In pratica si è affezionato al documento come se fosse un suo figlio. Ma nonostante tutto questo entusiasmo non ha mai dato per scontato che non possa trattarsi di un falso. Anche perché a tutt’oggi la certezza matematica non esiste. De Turris, invece, è sempre stato molto attento nel dare giudizi affrettati. Anche perché, al contrario di Fusco, il documento l’ha solo visto e leggiucchiato. Ma alla fine si è posto la domanda del chi e perché qualcuno si sarebbe dovuto prendere la briga di scrivere un documento del genere. E se non è stato Lovecraft? Questo è un altro grande mistero a cui non siamo mai riusciti a dare risposta.
7. S.C.: Come era e come è attualmente il vostro rapporto con l’opera dello scrittore di Providence? F.G. Si è
evoluto da semplice amante della sua letteratura a – inevitabilmente
– quasi-esperto. Faccio fatica ad usare appieno la parola ‘esperto’,
perché ultimamente mi sono reso conto, parlando con alcuni dei
veri esperti lovecraftiani d’Italia (a parte Fusco, De Turris
e Lippi), che essere lovecraftiani significa molto di più, per
esempio, di essere kubrickiani. Il lovecraftiano – ecco, io non
sono certo un lovecraftiano – è per forza di cose un mezzo
genio: perché non conosce solo i racconti, i saggi, le poesie
e i trattati scientifici che Lovecraft ha scritto, ma anche le decine
di migliaia di lettere che ha compilato fino alla sua morte. Lettere
lunghe anche un centinaio di pagine. E tra queste, tra l’altro,
ci sono capolavori ancora sconosciuti ai più. Essere lovecraftiani,
ho capito, significa anche essere rigorosissimi: soprattutto non credere
possibile neppure per un secondo che il manoscritto ritrovato a Montecatini
possa essere vero. E senza neppure vederlo, a prescindere. 8. S.C.:Nonostante Lovecraft sia oramai unanimemente equiparato a E. A. Poe, sembra che la televisione tenda ancora a snobbarlo: “H.P. Lovecraft – Ipotesi di un viaggio in Italia” potrebbe fungere anche da viatico di divulgazione della sua vita e della sua opera? F.G. E’
esattamente uno dei motivi per i quali io e Roberto abbiamo deciso di
intraprendere questo faticoso viaggio nel suo mondo. Purtroppo l’Italia
ha tre difetti dal punto di vista dell’editoria. Innanzitutto
si legge pochissimo. Poi si legge poca letteratura di genere. E infine,
se la leggi sei considerato un idiota. Lovecraft è un autore
pienamente ascrivibile al genere, ma purtroppo non gode del credito
di cui gode Poe. E neppure di quello di Dick. Ma la differenza con Dick
è che dallo scrittore californiano nato a Chicago sono stati
tratti bei film. Dai racconti dello scrittore di Providence invece,
ad oggi non risulta un solo film che gli abbia fatto giustizia. Se possiamo
contribuire a muovere le acque, lo facciamo con entusiasmo. E se la
situazione editoriale è quella che vi ho appena descritto, quella
della televisione è molto peggiore. Quindi ben vengano progetti
del genere.
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