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Chiudiamo la prima serie dei Masters of Horror con l'episodio che ha fatto parlare in assoluto più di tutti a causa della sua estromissione dalla programmazione televisiva della Showtime, per via della violenza dell'opera. Non sapremo mai se si tratta di una mossa commerciale o meno, fatto sta che Imprint è veramente una mazzata tra i denti ed è assolutamente fuori qualsiasi discussione che una cosa del genere possa andare in tv a qualsiasi ora. Si è parlato dell'opera più politica dopo l'episodio di Joe Dante, ma è evidente che il termine che si confà maggiormente all'universo di Miike è "anarchia", perchè l'autore giapponese è ovviamente un cane sciolto in un panorama mondiale (quindi non solo asiatico) che gira su parametri assolutamente diversi. Miike è esponenzialmente cresciuto sia come regista che come produttore e manager di sè stesso e riesce ad avere una visione ancora più nitida del suo universo misterioso.
L'architettura della violenza, protratta all'inverosimile in tutte le sue forme, fino al limite ove la sopportazione umana raggiunge livelli di allerta. I temi della violenza sui minori, la menzogna, la ferocia della tortura (la scena di Imprint è un esponenziale di Audition) e la presenza di feti morti non lasciano speranza all'idea della prevaricazione del male sulle vicende umane. Sulle immagini di una favola morbidamente quanto morbosamente fotografata, Miike ci racconta del ritorno in Giappone dell'esule Christopher (un magnifico Billy Drago, scelta fantastica per le visioni Miikiane) alla ricerca della prostituta, Kimomo, di cui si era innamorato e a cui aveva dato promessa del proprio ritorno. Kimomo si è impiccata e a narrare la sua storia c'è, il monstrum, l'orrida prostituta sfigurata che traghetterà Christopher in un orrore senza tempo. Imprint ci conduce passo passo giù verso tutti i gradini della malvagità umana, con un occhio impietoso e dannatamente feroce di inaudita (dis)grazia, tanto da guadagnare risvolti poetici inaspettati come nella narrazione dell'infanzia della povera bambina. Forse troppo macchiettisticamente violento nella parte finale, che rischia di asfissiare lo spettatore per l'esagerata (ed ovviamente voluta) mortificazione della carne, Imprint si pone come spartiaque tra una tradizione cinematografica occidentale e la sua prima esperienza nel mondo malato di Miike, che non è Giappone e non è Asia, è semplicemente "altro". Articolo a cura di: Gianluigi Perrone Sito Ufficiale: Mastersofhorror.net Sito Ufficiale Giapponese:
Moh13.jp |
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