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In occasione dell'ottava edizione del Far East Film Festival, il grande Takashi Miike è stato uno degli ospiti più attesi. Oltre alla proiezione in anteprima del chiaccheratissimo Imprint, l'episodio della prima Serie di Masters of Horror escluso dalla programmazione televisiva perchè ritenuto troppo violento, il regista Giapponese ha tenuto anche una conferenza stampa molto interessante, che vi riportiamo qui di seguito.

Una delle caratteristiche del film (Imprint ndr) sono i momenti disturbanti. Ho notato che lei ironizza molto sulla violenza come ha fatto ieri alla presentazione o adesso. Però ho visto che lei era divertito del feedback della platea. Come si pone di fronte a questo stilema della sua filmografia?

TM - Sicuramente molti pensano che io faccio film violenti per il gusto di farli o perchè mi piace la violenza. Personalmente non penso sia così, non penso a quello che succederà oltre lo schermo ma semplicemente faccio istintivamente quello che sento di fare, quindi lo metto in scena in quanto tale. Non penso che i miei film siano particolarmente violenti. Nel caso di Imprint ci sono delle scene di tortura. Sono cose che possono effettivamente succedere. Io non ho fatto altro che riprendere questa possibile realtà e trovo che sia un'espressione di sincerità.

Visto che ha fatto un cameo in Hostel, volevo sapere se il film le è piaciuto o se lei l'avrebbe fatto in maniera differente.

TM - In Giappone non è stato ancora distribuito per cui non l'ho visto. Quando sono andato a Praga per le riprese, il regista Eli Roth era contento di avermi lì quindi mi ha fatto vedere il girato dei giornalieri. Io ho avuto un pò di dubbi su cosa potesse venire fuori ma, visto il suo entusiasmo, sono curioso di vedere il film finito.

Lei è noto per film di genere come Ichi the Killer, Graveyard of Honor o lo stesso Imprint, ma ha fatto anche un film, Shangri-La, che ha anche vinto il secondo premio al Far East di qualche anno fa.Vorrei che ci parlasse di questa sua esperienza.

TM - Shangri-La è un film che mi piace molto ed è molto diverso dagli altri. E' un dramma sull'economia. La contrapposizione tra chi ha i soldi e chi no. Non mi piace fare film dello stesso genere. Preferisco fare una cosa poi prendere un'altra direzione. Perchè così si può avanzare di più, andare più lontano. Infatti nonostante molti dicano che non è un film "alla Miike", io lo considero fondamentale nel mio percorso registico.

Le va di dare qualche anticipazione sui suoi nuovi progetti, come Waru:Final o 51 Ways to Protect the Girl?

TM - Tra i molti progetti che sto seguendo ce n'è uno in particolare a cui tengo di più ed è un progetto che inseguo da anni, ma ogni volta che lo proponevo ad un produttore, questo mi diceva:"Buona fortuna, sarebbe bello ma non è possibile". Invece ora forse ho trovato qualcuno che mi da retta per cui mi metto d'impegno per fare questo film che sarà uno spaghetti western ambientato in Giappone (!!!). Mio padre amava gli spaghetti western ed anche io da piccolo ho subito questa influenza, per cui spero per l'anno prossimo di aver finito.

Ho notato come lei utilizzi musiche composte ad hoc come nel prologo del primo Dead or Alive ma anche brani pre-esistenti come in Black Sabbath nel prologo Deadly Outlaw Rekka. Vorrei sapere quale funzione ha la musica nel suo stile espressivo.

TM - Endo Koji, il musicista con cui collaboro da anni, è un autore che amo molto al di là del fatto che lavoriamo insieme. Andiamo d'accordo quindi le musiche originali sono quasi sempre curate da lui. Io gli propongo una scena e lui trova la musica che più si adatta e spesso ho pensato che il suo lavoro desse un significato ulteriore alla scena. Mentre per quanto riguarda le musiche non originali, mi capita di sentire un pezzo straniero o giapponese che mi colpisce molto e mi capita di pensare di volerlo tradurre in immagini e su questa percezione costruisco l'inquadratura. Sono due approcci differenti. In uno la musica nasce dall'immagine, nell'altro l'immagine nasce dalla musica.

Nonostante il suo cinema sia considerato estremo e molto politico, trovo che sia molto umanistico, non solo in film come il già citato Shangri-La o The Bird People of China, ma anche in opere considerate più estreme come Ichi the Killer o Gozu. Cosa ne pensa?

TM - Da quando ho cominciato a far parte del mondo del cinema ho pensato che non fosse giusto che mi occupassi di politica nei miei film, visto che sono un regista e non un politico. Ancora adesso ho qualche dubbio. Certo che per fare un film ci vuole un argomento e il regista ha la sua opinione sull'argomento, però credo sia più bello che il significato venga fuori da sè senza dover per forza dare un messaggio. Certo, si parte da un'idea, ma lungo le riprese me ne dimentico e lascio che sia il mio essere a prendere il sopravvento e dare la direzione. Molto spesso alla fine del film trovo qualcosa di completamente diverso dall'idea iniziale che non mi ricordo più, ma quello che viene fuori è comunque una parte di me.

Qual'è il suo rapporto con il film The Bird People of China che è molto apprezzato, tanto da essere copertina del libro? Ci vuol dire qualcosa sul rapporto sulla violenza sui bambini che pare molto importante nei suoi film?

TM - Anche io amo molto questo film perchè parla di un ragazzino della mia generazione cresciuto dove sono cresciuto io. Quindi mi ci immedesimo molto. Riguardo alla violenza, penso che abbia molte sfumature. Può essere la paura di venire feriti oppure la passione per la forza. E per questo io preferisco sviluppare le storie sui personaggi secondari, perchè nel momento in cui uno di essi viene picchiato, il pubblico si immedesima e prende parte a ciò che succede, perchè lo sprona a resistere. E' questo è un potere che ho io come regista. Allo stesso tempo, quando due attori si picchiano si crea tra di loro un rapporto di assoluta fiducia perchè devono cercare di non farsi male veramente e qui la violenza diventa molto forte. Questa cosa succede solo sul set e non in fase di sceneggiatura. Per esempio, sullo script di Imprint c'è scritto:"Una donna viene torturata", e basta.

La scelta del protagonista americano è stata una denuncia versa il sistema statunitense?

TM - Essendo una produzione americana e il film in lingua inglese, ho pensato, spronato dai produttori, di usare un attore americano. Dal punto di vista politico si potrebbe vederlo come una persona espulsa dall'america e va da solo in cerca di nuovi valori. Con questo non voglio dire che se uno va in Giappone gli succedono tutte quelle cose tremende.

Usualmente nei film di genere di oggi, vengono rubate parti da altri film chiamandole "citazioni". La cosa sorprendente è che nei suoi film non si riesce a percepire nessuna influenza cinematografica. Chi sono i suoi modelli?

TM - Ho lavorato come assistente alla regia per più di 30 film, anche con Inoue Umetsugu, che è ospite qui al FEFF. E da tutti ho imparato delle cose. Non tanto come deve essere un film, poichè ogni film è diverso ed ognuno deve trovare il proprio modo per rendere unico il proprio lavoro. Mi hanno influenzato ma non sono modelli. Non ho imitato lo stile ma il modo di fare film.

 

Domenica 21 Maggio 2006

CREDITS

Materiale realizzato da Gianluigi Perrone e Davide Casale


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