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INTERVISTA A RUDY SALVAGNINI di Paolo Spagnuolo Corte del Fontego Editore presenta il primo dizionario completo mai pubblicato in Italia dedicato al cinema horror. In oltre 800 pagine e 2400 voci, tutti i film horror usciti nel nostro paese più un'ampia selezione di opere straniere inedite. Sono rappresentati tutti i filoni, dai classici temi dei vampiri e dei licantropi ai più recenti slasher e psycho-thriller, passando per serial killer, mostri umani e animaleschi, zombie, spettri, alieni, entità diaboliche e quant’altro abbia saputo inventare l’inesauribile immaginazione del genere. Ogni scheda riporta i dati essenziali del film - titolo originale, nazionalità, anno di produzione, regista, interpreti principali, durata. Segue un riassunto esauriente della trama (senza svelare colpi di scena e finali) e un articolato giudizio critico, sintetizzato alla fine dalle solite stellette. Inoltre per ogni film si riportano commenti, trivia (curiosità su attori e personaggi) e informazioni sulla produzione e sui filoni di appartenenza. Con l'indice dei registi e i film diretti da ciascuno. Per l'occasione abbiamo il suo Autore, Rudy Salvagnini, ci ha concesso un'interessante intervista all'interno della quale troverete ulteriori info a riguardo. Buona Lettura. SC - Ciao Rudy, avevo preparato una breve scheda di presentazione per chi non ti conosce o pensa che tu sia solo un critico cinematografico. Per essere più precisi mi piacerebbe che stilassi direttamente tu un tuo "mini curriculum". RS - Sono principalmente uno sceneggiatore di fumetti. Ho pubblicato il mio primo fumetto nel 1971, a sedici anni, e da allora non mi sono più fermato. Qui parliamo di cinema e quindi non mi dilungo, ma posso quantificare in quasi un migliaio le sceneggiature che ho scritto per le testate più svariate. Ho scritto anche, nei primi anni '90, alcuni fotoromanzi per la Lancio e la cosa più curiosa (e simpatica) è stata scoprire tra gli attori che li hanno interpretati nientemeno che Kirk Morris (Adriano Bellini, indimenticabile Maciste per Freda). Pochi anni dopo aver cominciato a pubblicare fumetti, dato che mi piaceva molto il cinema, ho preso anche a scrivere sull'argomento. Ho collaborato a fanzine dell'epoca - The Time Machine, Kronos, Il Re in Giallo (con un pezzo sulla carriera di Gordon Hessler) - e poi anche a riviste professionali, che uscivano in edicola. Per Robot, nel '76, in particolare, ho scritto un lungo articolo in due puntate in cui ripercorrevo la carriera di uno dei miei registi preferiti di quei tempi (e anche di questi), Terence Fisher. Con le pause che venivano dal dover seguire la mia attività di fumettista, ho continuato a scrivere di cinema nel corso degli anni, facendo il recensore per il quotidiano Il mattino di Padova e collaborando ad Aliens (con pezzi su Pete Walker e Robert Fuest) e più tardi a Nosferatu, per cui, tra l'altro, ho fatto un lungo articolo in tre parti sull'horror del "dopo Romero", quell'horror sociopolitico che nasce dall'esperienza fondamentale di La Notte dei Morti Viventi e per qualche anno caratterizza il cinema horror indipendente, non solo americano. In quell'articolo era confluita l'idea che avevo di fare un libro - che poi non ho scritto - sull'horror dal '68 in poi. Parte di quel libro avrebbe dovuto essere un dizionario dei film. Scrivendone un centinaio di voci, mi ero reso conto da un lato della difficoltà dell'operazione, dall'altro che proprio scrivere il dizionario era la cosa che mi divertiva di più. Vent'anni dopo, sono arrivato a fare quello che avevo abbozzato allora. Dopo la prematura fine di Nosferatu, per fare un salto di qualità e scrivere comunque un "libro" di cinema, mi proposi a Fernaldo Di Giammatteo per un Castoro. Volevo farlo su Terence Fisher o su George A. Romero, ma Di Giammatteo mi consigliò di farlo su Hal Ashby, un nome che avevo proposto in seconda battuta. Gliene sono grato perché così ho potuto approfondire un regista unico e assolutamente sottovalutato. Ho scritto poi un lungo (ma dimezzato per motivi di spazio, ahimè) articolo su Romero per Amarcord. Infine, sono felicemente approdato a Segnocinema dove scrivo una serie annuale dedicata ai registi di exploitation (tra quelli già usciti ci sono quelli su Jack Hill, Doris Wishman, Jean Rollin ed Eddie Romero). SC - Da appassionato di cinema in generale e di quello horror in particolare considero il tuo "Dizionario dei film horror" (2007, ed. Corte del Fontego) come un fondamentale strumento d'approfondimento per tutti gli appassionati dell'orrore, esperti e non. Com'è nata l'idea di scriverlo? RS - Ho fatto quello che fanno spesso molti autori: scrivere il libro che vorrebbero leggere. Mi è sempre piaciuto il format del dizionario dei film, un concentrato di fatti, critica, riflessioni sulle persone e sulle loro vicende, senza punti morti, con uno spirito ludico-informativo che mi ha sempre affascinato sin da quando ho visto i primi dizionari americani quando qui ancora non ce n'erano, a parte l'accademico dizionario di Sadoul, che mi aveva molto interessato all'epoca, ma che aveva un'impostazione particolare e un numero di film ridotto. Il primo dizionario americano che ho visto è stato il Maltin di cui ho ancora un'edizione distrutta (dall'eccesso di consultazione) credo del '78 e che era un puro dizionario, senza nemmeno l'indice dei registi, per cui la consultazione era un vero e proprio viaggio nell'ignoto. Poi ho scoperto i dizionari tematici americani: quelli di Weldon, scritti con un irresistibile stile che non prevede giudizi. Quello di Stanley ( Creatures Features) e diversi altri con quelle che loro chiamano capsule review di tre-quattro righe in cui non si capisce niente, neanche se il tizio ha visto veramente il film, ma che sono divertenti lo stesso. Comunque, fare un dizionario dei film horror è una cosa che ho sempre in qualche modo desiderato, anche se ogni volta mi dicevo che era un lavoraccio e accantonavo l'idea. Poi ho smesso di dirmelo e l'ho fatto. Ho cercato di farlo come mi sarebbe piaciuto trovarlo e quindi con schede relativamente lunghe e articolate, restando molto "sul film" senza generalizzazioni, scorciatoie e giudizi preconcetti.
RS - Ho cominciato a lavorarci nel dicembre 2005 e ho finito nell'aprile 2007, praticamente sino a pochi giorni prima della stampa. È stato effettivamente piuttosto impegnativo, anche perché, per evitare errori e avere una visione il più possibile omogenea, ho preferito rivedere anche molti dei film che già conoscevo.
RS - Ho battuto tutti i repertori, i cataloghi, le riviste per formare un elenco il più ampio possibile e poi da lì ho cercato di trovare una coerenza interna che desse un senso all'appartenenza al genere. L'intenzione era di non farmi sfuggire nessun titolo horror. Ci sono riuscito? Lo spero.
E parlando di Carnival of Souls (1962), mi viene in mente un'altra "oscurità" per certi versi simile, il delirante Dementia (1955) di John Parker, un horror quasi astratto e letteralmente senza parole, che si affida solamente alle immagini e alla musica per introdurre lo spettatore in un vortice mesmerico di singolare fascino. È un film sicuramente non perfetto, ma unico (anche nel senso che purtroppo il regista non ne ha diretti altri).
SC - Come giudichi l'odierno panorama cinematografico italiano in generale, horror e non? RS - Non è un gran panorama, purtroppo. Rimpiango i tempi in cui il cinema italiano aveva una ricchezza di temi e di generi invidiabile. Difficile che quei tempi ritornino, comunque, per una serie di motivi strutturali e internazionali. Quello che resta è qualche buon film ogni tanto. Rimaniamo aggrappati a qualche autore importante, che per fortuna non manca, e speriamo nel futuro.
RS - L'horror è uno dei pochi generi ad avere segnato le cinematografie più svariate, in ogni parte del mondo. Ed è un genere che proprio per questo trova continuamente linfa vitale nei posti più disparati. A parte gli Stati Uniti, dove l'horror, tra alti e bassi, ha una presenza produttiva costante, ultimamente si sono messe in evidenza altre scuole interessanti, come quella giapponese (che ha comunque una lunga storia) o quella coreana, per non parlare di quella spagnola che ha rinverdito i suoi vecchi fasti. Ma la situazione italiana non è unica: basti pensare all'Inghilterra che ai tempi della Hammer e della Amicus era una forza trainante e ora è sostanzialmente sparita dalla scena, tranne qualche eccezione (Neil Marshall). La crescita dei budget medi dei film e il perfezionamento (e il costo sempre maggiore) degli effetti speciali ha tagliato fuori dal mercato internazionale le realtà produttive più deboli quando non hanno saputo supplire alla carenza di fondi con una dovizia di idee. In questo senso la lezione giapponese è illuminante: budget ridotti, attenzione alle atmosfere e alle storie ed effetti speciali quasi inesistenti. Su queste basi, anche in Italia si potrebbe fare qualcosa di buono, in attesa di poter avere quei budget consistenti che permettano all'autore di scegliere quale registro espressivo vuole tenere.
SC - Ogni anno pubblichi per Segnocinema una monografia (Kings of Exploitation) su alcuni dei registi più bizzarri/alternativi - se così si possono definire - che il mondo della celluloide abbia conosciuto. Se non sbaglio il primo è stato Jesus Franco, un regista che adoro e che ho avuto la possibilità e la grande fortuna d'incontrare (QUI l'intervista). Per un tuo giudizio generale su questo personaggio ci affideremo a quanto hai già scritto; mi piacerebbe solo che tu indicassi uno dei tuoi titoli preferiti di Franco ed il perché della scelta.
RS - Tradizionalmente è sempre una sorpresa. Per il momento dico solo che andremo in Messico e che non si tratterà di un solo regista, ma di due. L'appuntamento è sul numero di Segnocinema che esce in settembre, come al solito.
RS - L'ho rivisto da poco e devo dire che è un film che ancora sorprende per la complessità e l'originalità delle tematiche, la capacità di usare splendidamente il paesaggio a fini drammatici, la padronanza stilistica e le scelte coraggiose e riuscite (basterebbe l'uso della canzone della Vanoni come sfondo musicale assolutamente incongruo e però appropriato per la scena del massacro di Florinda Bolkan). È forse il film di Fulci che preferisco: amaro, anti-istituzionale, morboso, raffinato, la prova di un regista in stato di grazia. Ed è anche da sottolineare come, pur uscendo in pieno periodo di imitazione argentiana nel campo del thriller, sia invece un'opera assolutamente autonoma e ricca della personalità del suo autore.
SC - Sei davanti ad una persona che non ha mai visto un film dell'orrore e vorrebbe vederne uno per capire di cosa si tratta, tra i 2400 titoli riportati nel tuo dizionario quale gli consigli?
SC - Conoscevi già lo Splattercontainer? Ti piace? RS - Sì, l'avevo visto e mi aveva fatto un'ottima impressione. Non ho purtroppo molto tempo per fare surfing sul web, ma è un sito a cui ho dato volentieri un'occhiata più di qualche volta. E colgo l'occasione per fare a voi tutti che ci lavorate i migliori auguri per il futuro del sito.
Solo una cosa. L'horror è un genere antico e persistente che non è mai di moda perché sostanzialmente lo è sempre. Sin dall'inizio si è cominciato a fare horror: il Frankenstein muto del 1910 ne è la prova e non è la sola. L'espressionismo tedesco ne ha fatto il suo genere per eccellenza. Registi come Dreyer hanno trovato stimoli per capolavori proprio perché l'horror offre infinite possibilità. La Universal, la Hammer, la AIP: cicli e filoni si sono susseguiti. In ogni latitudine c'è una tradizione horror: messicana, spagnola, persino brasiliana (Marins). Ci si è accorti solo recentemente che esiste quella asiatica, ma esiste da un pezzo: capolavori come Kwaidan (1964), per fare solo un titolo, ci ricordano che in Giappone gli horror sono di casa da parecchio tempo. Hong Kong, Indonesia, Filippine e altri ancora, ognuno con i suoi mostri e le sue inquietudini. La vivacità e la poliedricità sono le caratteristiche che fanno dell'horror - al di là dell'inevitabile monotonia e ripetitività di molti film formulaici - un genere sempre vivo. Per questo val sempre la pena di non perderlo d'occhio: quando pensi d'aver visto tutto e che nulla possa sorprenderti, arriva qualcosa da qualche parte del mondo a farti cambiare idea. SC - Grazie Rudy, sei stato gentile a dedicarci un po' del tuo tempo. Sabato 8 Settembre 2007
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