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Antefatto
Parma, A.D. 2006, l'estate sta per lasciare spazio all'autunno. Mi trovo in un bel ristorante a due passi dal battistero. Al convivio, oltre al mio stomaco, partecipano gli amici Gorka e Carmen, venuti dalla Spagna in missione...turistica. L'ottima gastronomia parmigiana tiene impegnati pancia ed intelletto. A fine pasto iniziamo a parlare di cinema, si discute del Festival Internazionale di Malaga. Pochi minuti ed è chiaro che tra me e Gorka (professore universitario e collega giornalista) c’è una certa affinità di gusti in campo cinematografico. Si parla anche di b-movies, horror e dei vari Bava, Fulci & co.. Il punto d’incontro è però dato da un solo nome: Jesus "Jess" Franco! Carmen con espressione disgustata dichiara:"Tengo miedo de este hombre!" (ho paura di quest'uomo). Non mi stupisco della cosa. In linea di massima è la reazione tipica che suscita la figura di questo prolifico regista in coloro che non apprezzano i suoi lavori.

Saldiamo il conto e ci salutiamo con la labile speranza di poterci rivedere presto.

Primi contatti
Poche settimane dopo una e-mail di Gorka m’informa che sta provando a prendere contatti per un’intervista esclusiva a Jesus Franco. Proviamo a far conciliare alcuni miei impegni in Andalucia con l’incontro col regista. Ipotesi di difficile realizzazione, ma l’impegno c’è.
Il tempo passa e le notizie che arrivano dalla Spagna sono più che incoraggianti. Contatto Actarus (boss dello Splattercontainer) e gli prospetto il mio grande progetto per il sito...

Decine di telefonate, incontri ed e-mail dopo…

LA CITTA' DI MALAGA

Lieto fine
Febbraio 2007, "una missiva elettronica" mi comunica che è quasi tutto pronto per l’incontro. C’è anche una data per l’intervista: 20 aprile.
13 aprile, a pochi giorni dalla partenza direzione Spagna so con certezza che alle ore 17 di venerdì 20 aprile avrò la possibilità d’incontrare il regista.

L'Incontro
Una volta giunto in Spagna vengo a sapere che un esaustivo reportage su Franco è stato pubblicato nel febbraio 2007 dall’importante quotidiano "El Pais" (paragonabile ai nostri "Repubblica" o "Corriere della Sera"): pagina (intera) 48/cultura – viernes 2 de febrero de 2007, firmato Jordi Costa. Una pagina che Gorka mi ha conservato e regalato. Mi riferiscono che ormai il regista non rilascia più molte interviste e che le sue apparizioni si sono molto diradate. Devo controllare la mia emotività, l’occasione è più unica che rara.

Malaga 20 aprile 2007 – ore 17.00 in punto – mi trovo nell’immenso androne di un anonimo palazzo situato nella prima periferia della città. Pochi piani più in alto mi aspetta Jesus Franco per l’intervista. Sono con me il già citato collega Gorka, un giovane produttore spagnolo venuto in veste di uditore (di cui non posso fare il nome) e Maricla. Quest’ultima ha il compito di aiutarmi con lo spagnolo ove sia necessario, nel frattempo lotta con la sua timidezza e con il timore di trovarsi di fronte un individuo così particolare come Franco. Ne ha sentito solo parlare (dal sottoscritto circa diecimila volte!) e per quel che ne sa al momento ne risultava vagamente terrorizzata. Carmen, come aveva dichiarato a suo tempo, non fa parte della spedizione.

IL VOLTO E IL CORPO DELLA SPLENDIDA LINA ROMAY IN FEMALE VAMPIRE (1973)

Suoniamo alla porta e...emozione...ad aprire è la compagna nonché musa del regista, la grande Lina Romay.
Quello che segue è il risultato di oltre due ore di colloquio con un disponibile e gentile regista quasi ottantenne (classe 1930), una persona straordinaria. Non ho tagliato quasi nulla del flusso di parole e aneddoti del Maestro, ed è per questo motivo che avrete l’impressione di leggere qualcosa di poco organico ma comunque coerente col personaggio Franco. Credo che sarebbe stato un peccato "tagliare e montare" risposte e domande.

Nota: durante l’intervista Franco ha parlato in italiano, un italiano a dir poco perfetto. Condito anche da diverse e colorite espressioni dialettali romane e da vari "mannaggia".


JESUS FRANCO MANERA – DIRECTOR DE CINE
L'INTERVISTA

(Malaga 20 aprile 2007)
A cura di Paolo Spagnuolo

SC - Conosco la sua grande passione per la musica, soprattutto il jazz, lei è anche un musicista-compositore…è nata prima la sua passione per la musica o quella per il cinema?

JF - A me è sempre piaciuto il cinema fin da piccolo. Ricordo che a sette-otto anni scappavo da casa con mio fratello per andare al cinema. Mio fratello maggiore studiava il pianoforte ed anche io, spinto dalla curiosità per questo strumento, ho iniziato a strimpellare per gioco. Col tempo abbiamo iniziato a comporre insieme degli arrangiamenti al piano fino a quando sono stato costretto a studiare seriamente la musica (nel Real Conservatorio de Madrid n.d.Paolo). Le due passioni più importanti della mia vita sono nate quindi nello stesso momento. Tuttavia, visto che ero appassionato di jazz e esibendomi in una piccola orchestra, mi sono reso conto che non avrei potuto fare il musicista per tutta la vita. Secondo me la vita di un musicista non è altro che suonare di notte e dormire di giorno. Non mi sarei sentito completo.
Ecco perché ho finito col fare cinema. Perché dedicarsi al cinema vuol dire realizzare tante cose: scrivere, pensare, montare, comporre la colonna sonora…
In effetti poi, come mi rimproverava mio fratello, studiare musica era una cosa seria. Non mi ci vedevo ad esercitarmi e studiare per una vita intera. Mi sono diplomato in armonia ma mai in composizione. Preferivo scappare ed andare a vedere un bel film. Nel 1952/53 ho iniziato ad occuparmi unicamente di cinema.

SC - Agli inizi della sua carriera nel mondo della celluloide ha lavorato con grandissimi registi, uno per tutti il grande Orson Welles...(vengo interrotto)

JF - Certo ho collaborato anche con Orson, nel 1965 come regista di 2° unità del Falstaff, ma prima ho avuto la fortuna di affiancare molti altri registi bravissimi.

SC - Quali insegnamenti o segreti ha tratto da questi illustri colleghi?

JF - Beh, ho appreso tutto quello che ho potuto! In parte il mio stile lo devo anche a loro.
Ho lavorato col grande Robert Siodmak, che a mio parere è stato uno dei più grandi registi della storia del cinema. Un suo capolavoro è stato The Killers (I Gangsters – titolo italiano) del 1946 con Burt Lancaster. La prima opera di Robert a cui ho potuto dare il mio contributo è stato anche il primo film girato e proiettato in Spagna nel formato cinerama: Custer eroe del West. Ad interpretarlo dei grandissimi nomi come quello di Robert Shaw. Qualitativamente non era però un buon film. Il regista era disperato perché desiderava, come attore protagonista, Sterling Hayden. Osservando i quadri dell’epoca questo attore aveva lo stesso viso del vero Gorge Armstrong Custer, la stessa barbetta e gli stessi occhi. All’ultimo momento il distributore americano, la Panamaunt, non lo ha voluto ed hanno imposto Robert Shaw. Era una pazzia, mannaggia! E come se volessi fare un film con Anita Ekberg e poi mi ritrovo sul set con Marisol. Non è la stessa cosa! (segue risata generale)

Per me fu una grande lezione. Siodmak, persona intelligente e gran conoscitore di cinema, era molto preoccupato. Appena gli confermarono che l’attore sarebbe stato Shaw mi disse:"Questo film sarà una merda! Se io stesso non credo che il protagonista è il generale Custer, come posso convincere il pubblico?! Un attore poco credibile in quel ruolo, un irlandese bruno…mah!".

Effetivamente questa fu comunque un'esperienza fondamentale per la mia crescita professionale. Prima di collaborare con Orson Welles collaborai anche con Nicholas Ray. Penso che il giorno che Welles mi fece chiamare, sapeva che avevo lavorato con questi registi che ho citato. Beh, Ray, vicino al classico stile actor studios, non piaceva molto a Orson. Ma Robert (Siodmak) era uno dei pochi che lui apprezzava veramente; parlava molto male di tutti i registi del mondo, ma non di quelli che si ispiravano all’espressionismo tedesco. Infatti la formazione di Orson Welles era di tipo espressionista-teatrale così come quella di Siodmak.
Paolo, ti racconto una cosa divertente: in un’intervista Orson dichiarò che i registi che l’avevano più influenzato erano...tutti ad esclusione di quelli giapponesi, "...ma solo perchè non ho mai visto un film giapponese".

Aver avuto la possibilità di osservare da vicino questo grandissimo regista è stato per me molto importante.
Ho lavorato anche con registi un pochino meno conosciuti ma che su di me hanno avuto un’influenza enorme. Per esempio Luis Saslavsky che era mezzo argentino, giudeo, tedesco...un misto di culture e un regista molto intelligente. Fu anche un ottimo professore perché mentre girava era possibile chiedergli spiegazioni. I suoi insegnamenti per uno alle prime armi come me erano davvero importanti.

Poi ho lavorato anche con Emilio Fernandez, regista messicano che si trasferì in Spagna. Girò film meravigliosi come La Perla del 1947. Dopo aver prodotto decine di lungometraggi messicani divenne attore. Ma lo fece solo per soldi, non voleva recitare, la sua unica aspirazione era la regia. Fu sfortunato perché era bravissimo.

IL NOSTRO (ADORANTE) PAOLO AL COSPETTO DEL MAESTRO JESUS

SC - Ma passiamo al suo vero esordio...

JF - Girai un medio-metraggio di cinquanta minuti circa insieme allo scrittore Pio Baroja ed ho vinto anche qualche premio in Spagna e America (Estampas Gipuzcoanas n°2: Pio Baroja del 1958 n.d.P.). A quel punto ho pensato che le cose si mettessero bene per me. Era un lavoro con un alto contenuto intellettuale. In seguito mi hanno offerto due o tre film molto leggeri e commerciali. Ho accettato ma solo per poter uscire dall’anonimato.
Dopo queste esperienze ho finalmente iniziato a lavorare ad un film tutto mio: Los Colgados, basato su una novella di Bruno Traven, uno scrittore anarchico e maledetto. Era meraviglioso. Lavorai sulla sceneggiatura, le locations, gli attori e tutto il resto. Trovai anche un buon produttore francese. All’ultimo istante però la censura mi vietò di metterlo in commercio. All’epoca c’era una censura pre e post produzione…

SC - A proposito di censura. So che ha avuto tantissimi problemi con essa, collegata anche al regime del dittatore Franco. Come si viveva l’arte cinematografica durante quel regime?

JF - Si, i problemi più stupidi, perché quelli della censura non capivano nulla! La censura era talmente forte che bastava che una ragazza mostrasse 10 cm di caviglia che il film veniva tagliato. Dicevo loro "...Ma aspettate, vediamo perché...come..." ma loro erano del tutto sordi e stupidi!

SC - Bastava così poco?

JF - Guarda, te lo posso provare. C’era una film d’inizio carriera di Sofia Loren, era un film simpatico, carino, con un ritmo meraviglioso ma non ricordo il titolo...e Sofia, poveraccia, mostrava una gamba, una sola gamba, mentre faceva la manicure! (il Maestro a questo punto imita un femminile accavallamento di gambe). La censura tagliò quel pezzo e durante il film si vede la Loren che passa all’improvviso da una posizione ad un'altra, di scatto.
Quando un comitato di censura è così stupido tutto è possibile, mannaggia!
Pensa, in 99 Donne avevo tra le attrici una bellissima ragazza italiana, Rosalba Neri. La censura non appena venne a conoscenza del cast sentenziò:"C'è Rosalba Neri? Noooo! Tagliamo tutto subito!". Questo accadeva senza prima vedere il contenuto del film. Secondo loro la Neri aveva una così grande sensualità che la sola presenza scenica – vestita - creava scandalo. Il film diventava automaticamente troppo trasgressivo. Il direttore della censura tagliò quasi metà film. Lo stesso uscì in contemporanea negli USA non censurato, la visione era permessa a tutti. Puoi immaginare quanto potesse essere pornografico un film con attrici del calibro di Maria Shell o Mercedes Mac Cambridge che vinse un Oscar con All the King’s men. Risultato: in Spagna venne tagliato di ben 25’. Praticamente da 99 Donne in Spagna si è passati a 45 Donne, quasi la metà. (Sorriso amaro del regista)

PAOLO CONSEGNA LA RECENSIONE DE IL CONTE DRACULA AL MAESTRO


SC - In italia invece?

JF - Ricordo che andai alla presentazione italiana di 99 Donne, ma non ebbe nessuna denuncia o censura.

SC - In Italia ancor oggi, ma credo anche in altre nazioni, i produttori stessi per avere una pubblicità gratuita fanno in modo che qualcuno denunci il film per farlo sequestrare. Mi conferma questa strategia?

JF - Si, è vero. E’ successo con Justine.

SC - Il noto regista di film erotici Tinto Brass qualche volta ha fatto proiettare la prima di alcuni dei suoi film nella mia città, Avellino. Questo perché dopo il sequestro il foro competente nel dirimere la questione sarebbe stato quello del comune dove è uscito il film per la prima volta. Successivamente i film, dopo poco tempo, venivano dissequestrati ed incassavano il doppio.

JF - Si conosco Brass, ho avuto questa stessa chance ma non ad Avellino. I produttori organizzavano questo tipo di operazione ed i miei film avevano più spettatori. Era davvero una pubblicità fantastica. Ad esempio è successo con Necronomicom (1967), che fu sequestrato anche in Italia e con Venus in furs (Delirium del 1969- titolo italiano)

SC - Nel 1968 ha girato una pellicola ispirata da uno degli scritti del marchese De Sade, il già nominato Justine and Juliet. Come attrice protagonista c’era una giovanissima Romina Power, in Italia molto famosa per…

JF - Conosco bene i motivi della sua notorietà in Italia...

SC - E' a conoscenza del fatto che la signora Power ha più volte rinnegato questo film? Credo che se ne vergogni. Come se lo spiega questo comportamento?

JF - A me non frega niente! Romina, poveraccia (testuale n.d.P), era – non l’ho più vista in vita mia dopo il film – una ragazzina giovane e stupida. Si presentò sul set masticando un chewingum:"HEYYYY, HELLOOOO!" (difficile da descrivere a parole, ma Franco si cimenta nella parodia della Power che parla una sorta di slang, masticando e usando una vocina a metà tra l’isterico ed il fanciullesco. Risate generali di tutti).

(10 secondi di pausa per riprenderci dall’ilarità dilagante)

JF - Non la volevo! Desideravo Rosemary Dexter. Justine era un film americano, dell’American International e per i produttori andava bene la Power. Ma dove la trovavo una buona attrice diciassettenne se non nelle interpretazioni della Dexter? Aveva anche molte esperienze teatrali alle spalle, una ragazza inglese molto intelligente. Aveva la stessa età ma era la madre spirituale di Romina, come maturità artistica intendo. Un giorno, quando ormai pensavo di averla a disposizione per le riprese, mi telefonarono:"Abbiamo la soluzione, la grande soluzione! Abbiamo trovato l’attrice perfetta! E’ il momento dei figli dei grandi attori e abbiamo scelto Romina Power!".
Essere figli dei grandi attori non significa nulla. Infatti conoscevo già la Power per un film che aveva fatto in precedenza e per le sue canzoni che passavano in tv. La conoscevo per le stupidaggini che faceva. L’avevo ascoltata in un locale di Parigi, cantava anche molto male, non era di certo Mina! Telefonai al produttore e dissi:"Sai che Justine è una ragazzina molto giovane ma ad un certo punto inizia a diventare una donna; diventa più forte, consapevole e masochista. Le piace il dolore e la storia cambia. Con quel tipo d’attrice posso solo girare un film della Disney". Ma sai cosa mi risposero?:"Fantastico, do it that way!".
Fu un errore. Il film resta comunque interessante, la storia era meravigliosa e c’erano degli attori fantastici (Klaus Kinski, Maria Rohm, Sylva Koscina). Avevamo lavorato seriamente ma ci mancava l’attrice principale. So che Justine ebbe molto successo in Italia e all’epoca fece scandalo. Ciò mi regalò una certa notorietà ma sono l’unico che sa come doveva essere veramente il film. Con quell’attrice abbiamo perso il 50% delle qualità. Cioè: dovevamo avere una donna di fine ‘700 e ci arriva una ragazzina che mastica una gomma...volevo morire (qui riparte l’imitazione del regista). A volte i produttori hanno la misteriosa facilità di rendere una merda delle meravigliose possibilità.

JESUS FRANCO REGALA ANEDDOTI SU ANEDDOTI, GLI ALTRI PRENDONO SCRUPOLOSAMENTE APPUNTI


SC - Visto che stiamo parlando di attrici e che Las Vampiras (Vampyros Lesbos – 1971) è uno dei miei film preferiti, vorrei che ci regalasse un suo personale ricordo di Soledad Miranda.

JF - Era l’esatto contrario di Romina. Aveva 3-4 anni più di lei quando ha lavorato con me per la prima volta. Non conosceva niente di niente, era quasi un’analfabeta, era una "gipsy de Siviglia". Aveva una presenza ed una forza sbalorditiva, capiva tutto al volo. Era molto intelligente. Il suo era un dono inspiegabile che passava diritto dallo schermo allo spettatore. Tante volte non sapeva neanche come faceva ad avere certe espressioni meravigliose perché era intuitiva. Anche la mia è stata una buona intuizione. Con lei ho fatto alcuni film bellissimi grazie anche alla sua bravura. Il primo fu El Conde Dracula (1969) con un Christopher Lee davvero molto preoccupato che mi disse:"Mi hanno detto che hai preso una zingara sevillana per la parte di Lucy. Lucy non può essere una ragazza di Siviglia!" (Jesus Franco in questo frangente imita la voce profonda di Lee n.d.P.).
Gli risposi:"Christopher, giro il primo giorno con lei, poi mi dai il tuo giudizio professionale. Se non ti piace la cambiamo". Lee fu sorpreso dalla mia reazione. L’indomani dopo aver girato le prime due inquadrature mi disse di essere molto soddisfatto di Soledad.

SC - (Jesus Franco ha in mano la mia recensione de Il Conte Dracula) Se legge in fondo alla recensione ho citato una vecchia intervista di Lee in cui afferma che, tra le decine di attrici con cui ha girato la scena del famoso morso, Miranda è senza alcun dubbio la sua preferita…

JF - Si, vero.

SC - Torniamo al suo inizio carriera. Come mai c’è stato questo passaggio brusco dall’eccentrico Tenemos 18 anos (1959 – film d’esordio) a Gritos en la noche (Il Diabolico Dottor Satana - 1961), capolavoro del cinema gotico-horror?

JF - Ho fatto Tenemos perché mi piaceva molto la storia, era divertente. Ma la censura mi ha dato uno schiaffo che mi ha scaraventato contro un muro. Fu catalogato come film di terza categoria, la peggiore! Erano semplicemente contro di me. Lo considerarono come un film-scherzo. Mi presero in giro dicendo "ecco il nuovo Charlie Chaplin, ha scritto persino la musica...".
A quel punto, quando ho visto quel tipo di reazioni, mi sono detto:"Se non faccio un altro film domani non ne farò più in vita mia! Devo far cambiare idea ai critici ed al pubblico". Fu così che girai Labios Rojos (1961), un film abbastanza semplice, una commedia stile telefoni bianchi, all’italiana. Solo dopo questa pellicola tutti hanno accettato l’esistenza di un regista chiamato Jesus Franco.

JESUS FRANCO


SC - proprio questo è il punto. Mi sono meravigliato del passaggio da questa sorta di commedie al genere gotico-horror…

JF - Si è vero, i miei primi film erano del genere (il regista canticchia, in spagnolo, una melodia da commedia musicale d’amore per farmi capire)…capito? I dieci premi vinti con Pio Baroja mi fecero pensare di avercela fatta, ma non era così. Avevo capito come funzionava il sistema e feci un paio di film di questo tipo, uno di essi ambientato negli anni ’30. Così dopo queste esperienze ho girato Gritos en la noche. Quando poi ho riprovato a girare Los Golgatos… Paolo, come si dice in italiano colgatos?

SC - Impiccato...los colgatos, gli impiccati...

JF - Si, una storia triste ambientata in Messico, su un generale che faceva impiccare molti uomini e sui drammi personali di un giovane. Ormai però non ne valeva più la pena. Fu proibito nuovamente. Oggi non avrei problemi a girarlo, ma non sarebbe più attuale. Era un film politico.

SC - Si potrebbe modernizzarlo?

JF - Certo, ma non voglio, per me è morto. E’ rimasto come un souvenir, un ricordo. Questo è accaduto poco prima delle riprese di Gritos en la noche. Los Colgatos fu bloccato a pochissimi giorni dall’inizio dei lavori. Così i due produttori, uno francese ed uno spagnolo, si interrogarono sul da farsi. Spese, contratti, laboratori, l’affitto degli studios...sarebbe stata una grave perdita per tutti. Così sentii il bisogno di escogitare qualcosa. "Se non mi invento un film ammazzo questi due produttori", tra l’altro molto simpatici. Questo fu il mio pensiero sul momento. Dato che mi è sempre piaciuto il cinema espressionista tedesco di Fritz Lang e Murnau, mi venne l’idea di fare un film romantico, un film gotico. Però dovevo convincere i produttori. Li presi e li portai con me a Nizza. Lessi su un giornale che in un vecchio cinema proiettavano Le Fidanzate di Dracula o una cosa del genere, con Cristopher Lee come protagonista. Ma i miei due produttori non conoscevano nulla del cinema dell’orrore, che al tempo era considerato, più che adesso, un sub-genere. Come due bambini ingenui li portai alla proiezione. All’uscita domandai loro se gli fosse piaciuto il film...e loro:"Si, è bellissimo!".

Fu così che decidemmo di fare un film horror.

In precedenza avevo scritto dei piccoli romanzi tascabili, buoni da leggere in metro, ne proposi proprio uno di questi: Gritos en la noche.
Ai produttori piacque molto la sceneggiatura allestita per questa nuova idea e così iniziammo girare. Sinceramente mi aspettavo che fosse un fiasco. Ma poi ebbe un successo mondiale! Fu da quel momento che tutti vollero far film dell’orrore con me. Tutti lavori troppo simili a Gritos. Per questo motivo girai La morte fischia un blues (1962) e La mano de un hombre muerto (1962) più altri otto che funzionarono bene. Ma non volevo passare la mia vita a fare film gotici ed iniziai a lavorare con americani e francesi. Fu in quel momento che Orson Welles mi fece chiamare per dirigere la regia della seconda unità del suo Falstaff. Questo perché non aveva i soldi necessari per girarlo tutto da solo.
Ti spiego perché mi scelse...non lo conoscevo di persona...ma una volta con dei suoi amici vide, in un cinema di Parigi, una parte del mio La muerte silba un blues e disse:"Voglio questo regista!".

JESUS FRANCO

SC - Maestro, normalmente rivolgo poche domande tecniche, ma ora è il momento di una di queste. Come mai usa molto spesso lo zoom?

JF - Adesso molto meno. Ho iniziato ad usare lo zoom per una ragione particolare. Agli esordi adoperavo io stesso la telecamera per girare. E la cosa mi risultava complicata, i movimenti di macchina erano davvero difficili. Utilizzavo lo zoom per una questione pratica, non artistica; non volevo perdere tempo a spostare macchine, luci e tutto il resto. Inizialmente avevo paura e quindi giravo in modo molto semplice ma pian piano ho preso la mano ed ho iniziato a sperimentare. Poi non tutti gli zoom dovevano vedersi nei film, andavano tagliati, ma nessuno voleva farlo e così restavano impressi nella stampa finale. Quindi per me questa tecnica di ripresa era solo un aiuto. Con le steadycam è tutto più semplice. Ma oggi, i giovani soprattutto, si preoccupano solo delle inquadrature. Non pensano cosa c’è dentro, badano solo all’estetica e non al messaggio. Cosa raccontano con la steadycam? In ogni modo, avendo i soldi, si possono fare delle bellissime cose con dei veri movimenti di camera, e ciò è sempre bello.
Anche il mio amico Quentin Tarantino, che non conosco personalmente, appena ha avuto i soldi ha girato con le migliori attrezzature che Hollywood poteva offrire.

Ad ogni modo tutto questo è secondario. Dopo tanti film sono arrivato alla conclusione che le cose importanti sono solo il soggetto, la storia e gli attori. Gli attori rendono credibili delle cose incredibili, senza bisogno di effetti.

SC - Una mia piccola critica: notavo in Las Vampiras ed in molti altri film che i dialoghi sono a volte molto stringati e seguiti da pause davvero lunghe. Non pensa che questa cosa possa rallentare il ritmo del racconto?

JF - Questo film è molto bello e grazie a Soledad è diventato eccezionale. A certe cose non ho davvero mai pensato. A me non fregava nulla se il film durava due minuti in più perché giravo un primo piano di Soledad. Lei che è stata per tutti una vera sorpresa. Il bravo produttore tedesco con cui lavorai per questo film se ne era innamorato, ma da lei non voleva nulla di strano. Gli piaceva la sua bravura.

SC - Non lo ricordo, chi era il produttore? Quanti film le ha prodotto?

JF - Artur Brauner, è stato un produttore meraviglioso, con lui ho girato dodici film di seguito. Il primo che mi ha prodotto era un’opera praticamente tutta italiana, in quanto prodotta anche da Turchetto e Montanari della Fono Roma insieme ad un piccolo produttore spagnolo. Solo dopo si inserì Brauner, perché mi voleva conoscere a tutti i costi, quindi ci investì un pò di soldi. Se leggi i titoli di coda vedrai duecento nomi, ma i produttori erano questi quattro. Il film era Lucky el intrepido (Agente speciale L.K.: operazione Re Mida - 1967). Lucky era con Ray Danton come protagonista, poi c’era Dante Posani che era un attore italiano molto giovane, davvero bravo e simpatico. Il resto del cast era internazionale. L’edizione fu realizzata dalla Fono Roma così come il montaggio. La montatrice era una mia amica, la meravigliosa Antonietta Zita. Lei aveva già lavorato con grandissimi registi come Alberto Sordi ad esempio. Era davvero brava ma non aveva mai operato in film sperimentali come il mio. Ma fu perfetta, montò tutto in due minuti, fu velocissima. Una donna davvero intelligente che sapeva esattamente quali fossero le mie esigenze.
In quel momento i ministeri (?) tentavano sempre di tagliarmi le gambe e le mie scelte. Volevo un musicista francese, ma loro no. Mi dissero che ero obbligato a scegliere un musicista italiano. La Fono Roma mi disse così. Di nomi ne conoscevo davvero tanti, ma per quel film mi piaceva un "musico" grande interprete del jazz sinfonico, non di quello classico: Bruno Nicolai. Dopo averlo ascoltato per dieci minuti chiamai la Fono Roma e dissi che avevamo trovato la persona giusta per la colonna sonora.
Fu così che Bruno compose una musica formidabile; tutti ne rimasero soddisfatti. Con me lavorò in circa quindici film. Diventammo molto, molto amici. Un gran musicista!
Ma a parte ciò il film non andò benissimo. Diciamo che andò così così in Italia e Francia. Solo in Germania apprezzarono e capirono la mia opera, lì ebbe molto successo. Fu così che iniziai a lavorare molto con Brauner.

SOLEDAD MIRANDA IN VAMPYROS LESBOS

SC - Parliamo un pò di horror...probabilmente di questa domanda conosco già la sua risposta, ma vorrei esserne sicuro. Preferisce le vecchie produzioni della Universal o quelle della Hammer?

JF - Conosci la risposta? Allora dimmi…

SC - Secondo me i film della Universal.

JF - Esatto, gli americani. Precisamente, in ordine: prima l’espressionismo tedesco, poi le produzioni americane degli anni ’30 e ’40. James Whale, Tod Browning e tanti altri. Erano registi formidabili, lavoravano molto velocemente e credo che proprio loro dettero vita al genere definito b-movie. Solo che a me se un film è di tipo B o C non mi frega nulla! Quel tipo di registi con due sole inquadrature arrivavano a fare delle scene meravigliose, il tutto in mezz’ora.
In seguito personaggi come Kenneth Branagh, con il remake di Frankenstein...che sia maledetto, ci ha messo due mesi per fare una sola scena! Alla fine il film è davvero orrendo, completamente senza poesia, soltanto un’esibizione di pezzi (?). A me non frega nulla se il mostro di Frankenstein può volare o fare chissà che cosa!
Di tutta la storia del cinema, una delle scene che a me piace di più è quella del Frankenstein degli anni ’30, dove il mostro tiene per mano la bambina. Davvero di una bellezza poetica, girata in una sola mattinata con dieci tecnici. Dopo anni arriva Branagh e fa delle stupidaggini e quel personaggio diventa poco credibile. La stessa scena rifatta da lui è ridicola, una scena de mierda!
Dunque, preferisco decisamente il cinema americano degli anni ’30 e ’40. Ma anche in Europa sono stati fatti degli horror bellissimi, come quelli di Freda, Vittorio Cottafavi e Mario Bava.

SC - Il figlio di Bava invece...

JF - Beh, lascia stare, non ne parliamo proprio...

SC - Non vorrei sbagliarmi ma I Vampiri (1959) di Freda insieme al suo Gritos en la noche sono stati i primi due film dell’orrore girati e prodotti in Europa, escludendo ovviamente i classici degli anni ’20...

JF - Si, forse, ma sicuramente tra i primi in assoluto. Sai che Gritos ha una reputazione strana? Si dice che sia la copia di un film francese (Les Yuex Sans Visage - 1960 n.d.P.), ma fu un caso. I due film furono girati in contemporanea. Sia il sottoscritto che l’altro regista non conoscevamo l’esistenza dei due film simili. Il produttore però era lo stesso. Un russo di nazionalità francese che non sapeva un bel nulla di cinema, Jules Borkon. Ad un certo punto mi chiese quanto costasse un mio film e una volta venuto a conoscenza dei mie costi disse:"Voglio lavorare con te perché i tuoi film sono buoni e costano meno rispetto a quelli francesi".

(Il regista racconta che il nome russo di questo produttore in francese suonava molto male. In Francia gli dettero la possibilità di poterlo cambiare, ma il nuovo nome scelto significava…cretino…)

SC - Se dà uno sguardo alla mia recensione del suo Conte Dracula ho fatto pubblicare uno studio iconografico tra una foto di Cristopher Lee ed un ritratto dell’epoca del vero Dracula (Vlad Tepes II). La somiglianza è eccezionale. Tra l’altro il suo è uno dei primi Dracula con i baffi, come da romanzo. Avete effettuato degli studi prima di girare il film?

JF - Ottima recensione, bravo. Si, studiammo questa cosa e Cristopher fu davvero molto bravo ad interpretarlo come desideravo. Penso che El Conde Dracula fosse il quarto film che feci con lui ma fu il primo in cui apprezzai davvero il suo lavoro da attore. Lui aveva alcuni problemi psicologici in quanto non voleva più fare film su Dracula o con i morti e cose del genere. Lui voleva recitare Shakespeare e posso capirlo bene perché anch’io adoro Shakespeare. Ma lui divenne celebre e ricco con Dracula.

(Il Maestro continua a guardare la mia recensione. Sollevando gli occhiali ed avvicinando il foglio ai suoi occhi, mi dice qualcosa sul fatto che la stessa colonna sonora di Bruno Nicolai fu usata per due film)

Si, bravo Paolo, è vero che Bruno mi diede il permesso di usare la musica in due film. La sua colonna sonora per Dracula era molto particolare. Lui non voleva fare una musica cliché (“booom booom taa taaaa” – imitazione dei classici temi horror). Si doveva comporre una sorta di musica balcanica.
Ma quello che fu meraviglioso di Nicolai è che comprese immediatamente il modo in cui avrebbe dovuto comporre: prendere quel tipo di temi e farne degli arrangiamenti orchestrali con strutture armoniche tipiche dell’Est, la terra di Dracula. Il tutto senza divagare. Questo credo sia stato formidabile. A volte le melodie sembravano delle ciarle ungheresi, la classica musica folk dell’Est. L’idea fu assolutamente originale perché nessuno prima di noi pensò di comporre questo tipo di musica per Dracula.

LA LOCANDINA ORIGINALE DI EL CONDE DRACULA


SC - Un suo illustre collega, Hitchcock, spesso appariva nei film girati da lui. Apparizioni di pochi istanti. Lei invece ha sempre fatto l’attore, anche se spesso solo in ruoli marginali. Questa scelta è stata una necessità o lo fa per puro divertimento?

JF - No, recitare non è mai stata una necessità. Ma se un giorno ne sarò costretto tornerò a recitare (ride).
Comunque ho iniziato a lavorare nel mondo dell’arte facendo l’attore in teatro; col teatro da camera a Madrid, cose molto intellettuali e sperimentali.
La prima volta ho fatto la regia di Ugo Betti, in Spagna, sempre teatro da camera. Si chiamava Corruzione nel Palazzo di Giustizia. Questo scritto fu anche proibito. Il teatro sperimentale era un qualcosa che mi piaceva davvero tanto.
Penso che la base del cinema sia il teatro e non la novella. Quando il teatro è buono…
Orson Welles said…diceva:"Quando il teatro è molto buono sembra cinema". Ed è vero!

SC - Ha mai litigato con qualcuno sul set? Magari con qualche attore particolarmente indisciplinato...

JF - Ah, poche volte. In generale ero molto amico degli attori e, in particolare, ero molto amico di Klaus Kinski. Attore noto per essere un gran figlio de na mignotta (testuale), ma in realtà lui voleva solo fare bene il suo lavoro. A volte sembrava isterico o mezzo pazzo. Quando vedeva che le cose andavano male s’incazzava, aveva delle crisi, ma gli dicevo:"Klaus, guarda, calmati, ti invito a fare un elettroshock!". (risate di tutti)

SC - Ecco perché, nel suo Dracula, lo vediamo legato e vestito di bianco che fissa il soffitto in una camera anch’essa bianca, non stava recitando…

JF - No, non recitava affatto! (Jesus Franco ride)

SC - Praticamente Kinski in quel film recita soltanto una o due battute...

JF - Si, un paio, per il resto cercava le mosche per potersele mangiare.
Klaus aveva una grandissima presenza scenica. Poteva essere un attore geniale, anche quando non gli piaceva la scena. Era anche come un bambino, oltre che pazzo, effettivamente difficile da prendere. Ho sentito anche io dire che spesso si ammazzava con i registi, ma con me non è mai successo. Tra di noi non c’è mai stata una nota alta, abbiamo sempre discusso pacatamente. Fu molto gentile con me. Abbiamo scherzato sempre e non l’ho preso mai troppo sul serio. Il primo giorno che girai con lui diventammo subito amici ridendo insieme.

Fece anche dei grandissimi sacrifici con me, girando per dodici ore di seguito senza mai lamentarsi. Era un gran lavoratore. Tutte le volte che ebbe dei problemi era, ne sono quasi sicuro, colpa della produzione.

SC - Non è molto carino parlare di chi non è qui con noi, soprattutto se la donna in questione è nella stanza accanto...Apprezza maggiormente Lina Romay come compagna, attrice, regista , aiuto regista?

JF - Lina è meglio come compagna, regista, aiuto regista e attrice. Tutto. Lina è una gran personalità. Per me è difficile separare le cose. Con lei ho girato tantissimi film. Ha appena terminato un film di produzione tedesca, due mesi fa circa. Interpreta una direttrice di una prigione. Il regista è un tedesco che conosco, un vero pazzo.
Penso che Lina solo oggi stia ricevendo la riconoscenza e gli attestati di stima che non ha avuto in passato. Questo perché nei nostri Paesi quando qualcuno fa qualcosa al di fuori della corrente normale crea dei pregiudizi. Lo stesso capitò con Soledad. Ma ormai hanno dimenticato quei pregiudizi e hanno capito che Lina è davvero un’attrice formidabile. Attrice capace di fare un ottimo film – che sicuramente non avete visto – come La Celestina, tratto da un capolavoro di Rojas, un classico. In Italia è stato un successo. Quando sono arrivato a Roma tutti sapevano che con me c’era anche Lina e tutti mi chiedevano di poterla incontrare. Pensavano che fosse un mix tra Sofia Loren e Anita Woodstook, ma quando poi vedevano una ragazza così minuta e giovane non credevano più che fosse lei. "Non è lei", mi ripetevano.
Ora cominciano anche a scrivere su di lei, fanno delle biografie e dei piccoli libri. Tutte stupidaggini...anche se lei non è ancora morta! (Risate).

(Franco è alla decima/dodicesima sigaretta del pomeriggio e mi ringrazia per avergli corretto la posizione dell’ulteriore sigaretta che stava per accendere dal filtro. Mi accorgo che quando parla di cinema il Maestro è talmente preso e appassionato che nulla può distrarlo. N.d.P.)

Lina è stata anche una brava regista, di grande aiuto per me.

Sono molto felice di essere stato uno dei primi registi che ha abbattuto i muri del razzismo verso le donne nel campo cinematografico. Secondo me le donne sono più intelligenti, in gamba e pratiche egli uomini. Gli uomini avranno pure il potere, ma i cretini siamo noi. La penso da sempre in questo modo.

LINA ROMAY IN DORIANA GREY (1976)


SC - I suoi film hanno avuto, seppur in tempi diversi, molto successo in Francia, Stati Uniti, Germania e a volte anche in Italia. Perché in Spagna non è stato così?

JF - Perché furono censurati.

SC - Ora invece?

JF - Adesso la situazione è abbastanza buona. La società degli autori sta preparando una grossa raccolta con la mia filmografia completa, con le critiche provenienti da tutto il mondo. Un’opera fantastica!

SC - So che a Gennaio di quest’anno (2007) è iniziata la lavorazione di The life and times of Jess Franco di José Luis Garcia Sanchez, di cosa si tratta?

JF - Si, è un documentario e nello stesso tempo Sanchez è il supervisore di quel volume di cui ti accennavo prima. Ma non lo finirà mai perché ci sono sempre cose nuove che faccio. Non ho ancora smesso di lavorare. L’ultimo mio film l’ho terminato due o tre mesi fa. E’ vero che ora faccio meno film, non ho più i tempi febbrili di una volta, ma ne giro comunque due all’anno. Con la situazione dell’industria cinematografica attuale sono comunque tanti.

SC - Credo che lei non abbia quasi mai lavorato per la tv, è stata una sua scelta?

JF - No, ho lavorato per la televisione americana, molo tempo fa. I due Fu Manchu erano dei telefilm.

SC - Trent’anni fa fu bollato dal Vaticano come il regista più pericoloso del mondo. Come sono i suoi rapporti con la Chiesa oggi?

JF - Non lo so. Mi hanno buttato fuori e rimango fuori. Ma attenzione, non sono stato scomunicato da solo ma insieme al grande Luis Bunuel. Fu così che lo conobbi. Luis viveva a Parigi ed io mi trovavo là per girare una pellicola con Jean Claude Carrière. Non appena arrivò la notizia che ero stato cacciato dalla Chiesa Bunuel chiese a Jean Claude:"Ma tu stai girando con quel regista, quel Franco?" – "Si" – "Bene, lo voglio conoscere perché anche lui come me è stato bandito dal Papa". Logicamente diventammo molto amici.

Di base non avevo fatto nulla di male, fui cacciato solo per Justine.

SC - Ah, ecco perché Romina Power ha avuto quella reazione?! (ironico)

JF - In fondo penso di si (ride). Fosse stata una vera attrice non l’avrebbe mai fatto.

Quindi sia io che Luis fummo cacciati dalla Chiesa, ma non so veramente cosa significa questa cosa. Qualche volta sono anche andato a messa, ma non vuol dire essere relegato da qualche parte. Fu peggio durante la dittatura, quando volevano espellermi dal Paese. Alla fine sai cosa è successo? Se ne sono dimenticati. Sai, in Spagna come in Italia, siamo molto focosi. Siamo latini…ma dopo tre giorni dimentichiamo tutto.

SC - Cosa ne pensa del cinema italiano di oggi?

JF - Lo conosco molto poco. Non voglio esprimere giudizi se non prima di aver visto almeno quindici film che avrei voluto vedere e che non ho visto perché manco da tanto dall’Italia. L’ultimo mio viaggio è stato troppo breve. Fossi rimasto un mese sarei andato a cercarmi tutti i film possibili, come faccio di solito. Invece sono stato due giorni al festival del Mediterraneo a Livorno, ma giusto il tempo di vedere i film in concorso e andare via. Troppo poco davvero. Peccato.

Sono stato anche al festival dedicato a Joe D'Amato (Joe D'Amato Horror Festival). Mi intervistarono e chiesero tante cose su Joe.
Per me Joe D’Amato, Peppino, come lo chiamavo io, era un uomo molto simpatico ed intelligente.


SC - In Italia è conosciuto praticamente solo per le sue produzioni un pò osè… (si fa per dire)

JF - Invece no! Ha fatto tante altre cose!

SC - Buio Omega è uno dei miei preferiti.

JF - Quando hanno iniziato a conoscere Peppino solo per le produzioni di un certo tipo, nessuno ha voluto più credere che era anche un bravo regista. Siamo veramente arretrati. Mi chiedo sempre:"E Picasso? Non ha fatto la pornografia?". Moltissima, anche Dalì!
Ma allora perché quando si parla di Picasso nessuno lo deride:"Ah, si, quel pittore a luci rosse!".
Quando mi parlano di queste cose domando sempre al giornalista:"Tu come sei nato?". Non c’è nulla di cattivo, di sinistro o negativo. Senza l’amore nessuno sarebbe qui.

SC - Maestro, la ringrazio. E’ stato molto gentile.

JF - De nada, de nada. Incantado, muchas gracias por el cd, me lo voglio escuchiar quanto prima” (un cd di un giovane pianista jazz italiano che ho regalato al regista).

Subito dopo il congedo ufficiale, mentre scattavo qualche foto, Jesus Franco ha continuato a parlare e a raccontare storie e aneddoti. Inesauribile ed entusiasta del suo lavoro. Non ha mai dato risposte a monosillabi o con atteggiamento saccente. Dopo due ore e trenta non era stanco.
Fermo immagine: gli occhi tristi e la voce quasi rotta dal pianto dell’anziano regista che racconta della triste morte di Orson Wells, ormai solo e quasi abbandonato da tutti.

Sul mio notes e nella mia testa c’erano e ci sono ancore decine, se non centinaia, di domande che avrei voluto fare al regista iberico. Le tengo buone per una prossima volta.

In me la consapevolezza che il motto "Una camera y libertad" è ancora vivo, e che vitalità!

Ringraziamenti: a Gorka "cultura vasura" y Carmen per l’impegno profuso, il supporto logistico e la loro amicizia.
Maricla per la pazienza, le sue traduzioni e molto altro ancora.
José Maria y Eva per la fantastica accoglienza che mi hanno riservato…come sempre.
Un caloroso ringraziamento ovviamente a Jesus Franco Manera e consorte, per essere stati più che disponibili con me e per avermi accolto a casa loro quasi fossi uno loro vecchio amico.

Per commenti, scambi di opinioni o domande contattatemi pure a questo indirizzo elettronico: paolo.spagnuolo@gmail.com

Ghost Question (come le tracce fantasma dei CD musicali): Quando stavo ormai sull'uscio di casa dello zio Jesus, pronto per andare via, gli ho chiesto di consigliarmi qualche film e lui:"In Europa e negli Stati Uniti da molti anni non si girano più cose interessanti. A me piacciono molto gli ultimi film che vengono dall'oriente, ma non tanto le cose giapponesi. Mi piacciono tanto le nuove produzioni cinesi".

 


Sabato 23 Giugno 2007

CREDITS

Intervista a cura di Paolo Spagnuolo

Grafica e Layout a cura di Actarus
 

 

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