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Antefatto Saldiamo il conto e ci salutiamo con la labile speranza di poterci rivedere presto. Primi contatti Decine di telefonate, incontri ed e-mail dopo…
Lieto fine L'Incontro Malaga 20 aprile 2007 – ore 17.00 in punto – mi trovo nell’immenso androne di un anonimo palazzo situato nella prima periferia della città. Pochi piani più in alto mi aspetta Jesus Franco per l’intervista. Sono con me il già citato collega Gorka, un giovane produttore spagnolo venuto in veste di uditore (di cui non posso fare il nome) e Maricla. Quest’ultima ha il compito di aiutarmi con lo spagnolo ove sia necessario, nel frattempo lotta con la sua timidezza e con il timore di trovarsi di fronte un individuo così particolare come Franco. Ne ha sentito solo parlare (dal sottoscritto circa diecimila volte!) e per quel che ne sa al momento ne risultava vagamente terrorizzata. Carmen, come aveva dichiarato a suo tempo, non fa parte della spedizione.
Suoniamo alla porta e...emozione...ad
aprire è la compagna nonché musa del regista, la grande
Lina Romay. Nota: durante l’intervista Franco ha parlato in italiano, un italiano a dir poco perfetto. Condito anche da diverse e colorite espressioni dialettali romane e da vari "mannaggia".
SC - Conosco la sua grande passione per la musica, soprattutto il jazz, lei è anche un musicista-compositore…è nata prima la sua passione per la musica o quella per il cinema? JF - A me è sempre piaciuto
il cinema fin da piccolo. Ricordo che a sette-otto anni scappavo da casa
con mio fratello per andare al cinema. Mio fratello maggiore studiava
il pianoforte ed anche io, spinto dalla curiosità per questo strumento,
ho iniziato a strimpellare per gioco. Col tempo abbiamo iniziato a comporre
insieme degli arrangiamenti al piano fino a quando sono stato costretto
a studiare seriamente la musica (nel Real Conservatorio de Madrid n.d.Paolo).
Le due passioni più importanti della mia vita sono nate quindi
nello stesso momento. Tuttavia, visto che ero appassionato di jazz e esibendomi
in una piccola orchestra, mi sono reso conto che non avrei potuto fare
il musicista per tutta la vita. Secondo me la vita di un musicista non
è altro che suonare di notte e dormire di giorno. Non mi sarei
sentito completo. SC - Agli inizi della sua carriera nel mondo della celluloide ha lavorato con grandissimi registi, uno per tutti il grande Orson Welles...(vengo interrotto) JF - Certo ho collaborato anche con Orson, nel 1965 come regista di 2° unità del Falstaff, ma prima ho avuto la fortuna di affiancare molti altri registi bravissimi. SC - Quali insegnamenti o segreti ha tratto da questi illustri colleghi? JF - Beh,
ho appreso tutto quello che ho potuto! In parte il mio stile lo devo anche
a loro. Per me fu una grande lezione. Siodmak, persona intelligente e gran conoscitore di cinema, era molto preoccupato. Appena gli confermarono che l’attore sarebbe stato Shaw mi disse:"Questo film sarà una merda! Se io stesso non credo che il protagonista è il generale Custer, come posso convincere il pubblico?! Un attore poco credibile in quel ruolo, un irlandese bruno…mah!". Effetivamente questa fu comunque
un'esperienza fondamentale per la mia crescita professionale. Prima di
collaborare con Orson Welles collaborai anche con Nicholas Ray. Penso
che il giorno che Welles mi fece chiamare, sapeva che avevo lavorato con
questi registi che ho citato. Beh, Ray, vicino al classico stile actor
studios, non piaceva molto a Orson. Ma Robert (Siodmak) era uno dei pochi
che lui apprezzava veramente; parlava molto male di tutti i registi del
mondo, ma non di quelli che si ispiravano all’espressionismo tedesco.
Infatti la formazione di Orson Welles era di tipo espressionista-teatrale
così come quella di Siodmak. Aver avuto la possibilità
di osservare da vicino questo grandissimo regista è stato per me
molto importante. Poi ho lavorato anche con Emilio Fernandez, regista messicano che si trasferì in Spagna. Girò film meravigliosi come La Perla del 1947. Dopo aver prodotto decine di lungometraggi messicani divenne attore. Ma lo fece solo per soldi, non voleva recitare, la sua unica aspirazione era la regia. Fu sfortunato perché era bravissimo.
SC - Ma passiamo al suo vero esordio... JF - Girai
un medio-metraggio di cinquanta minuti circa insieme allo scrittore Pio
Baroja ed ho vinto anche qualche premio in Spagna e America (Estampas
Gipuzcoanas n°2: Pio Baroja del 1958 n.d.P.). A quel punto ho pensato
che le cose si mettessero bene per me. Era un lavoro con un alto contenuto
intellettuale. In seguito mi hanno offerto due o tre film molto leggeri
e commerciali. Ho accettato ma solo per poter uscire dall’anonimato. SC - A proposito di censura. So che ha avuto tantissimi problemi con essa, collegata anche al regime del dittatore Franco. Come si viveva l’arte cinematografica durante quel regime? JF - Si, i problemi più stupidi, perché quelli della censura non capivano nulla! La censura era talmente forte che bastava che una ragazza mostrasse 10 cm di caviglia che il film veniva tagliato. Dicevo loro "...Ma aspettate, vediamo perché...come..." ma loro erano del tutto sordi e stupidi! SC - Bastava così poco? JF - Guarda,
te lo posso provare. C’era una film d’inizio carriera di Sofia
Loren, era un film simpatico, carino, con un ritmo meraviglioso ma non
ricordo il titolo...e Sofia, poveraccia, mostrava una gamba, una sola
gamba, mentre faceva la manicure! (il Maestro a questo punto imita un
femminile accavallamento di gambe). La censura tagliò quel pezzo
e durante il film si vede la Loren che passa all’improvviso da una
posizione ad un'altra, di scatto.
JF - Ricordo che andai alla presentazione italiana di 99 Donne, ma non ebbe nessuna denuncia o censura. SC - In Italia ancor oggi, ma credo anche in altre nazioni, i produttori stessi per avere una pubblicità gratuita fanno in modo che qualcuno denunci il film per farlo sequestrare. Mi conferma questa strategia? JF - Si, è vero. E’ successo con Justine. SC - Il noto regista di film erotici Tinto Brass qualche volta ha fatto proiettare la prima di alcuni dei suoi film nella mia città, Avellino. Questo perché dopo il sequestro il foro competente nel dirimere la questione sarebbe stato quello del comune dove è uscito il film per la prima volta. Successivamente i film, dopo poco tempo, venivano dissequestrati ed incassavano il doppio. JF - Si conosco Brass, ho avuto questa stessa chance ma non ad Avellino. I produttori organizzavano questo tipo di operazione ed i miei film avevano più spettatori. Era davvero una pubblicità fantastica. Ad esempio è successo con Necronomicom (1967), che fu sequestrato anche in Italia e con Venus in furs (Delirium del 1969- titolo italiano) SC - Nel 1968 ha girato una pellicola ispirata da uno degli scritti del marchese De Sade, il già nominato Justine and Juliet. Come attrice protagonista c’era una giovanissima Romina Power, in Italia molto famosa per… JF - Conosco bene i motivi della sua notorietà in Italia... SC - E' a conoscenza del fatto che la signora Power ha più volte rinnegato questo film? Credo che se ne vergogni. Come se lo spiega questo comportamento? JF - A me non frega niente! Romina, poveraccia (testuale n.d.P), era – non l’ho più vista in vita mia dopo il film – una ragazzina giovane e stupida. Si presentò sul set masticando un chewingum:"HEYYYY, HELLOOOO!" (difficile da descrivere a parole, ma Franco si cimenta nella parodia della Power che parla una sorta di slang, masticando e usando una vocina a metà tra l’isterico ed il fanciullesco. Risate generali di tutti). (10 secondi di pausa per riprenderci dall’ilarità dilagante) JF - Non
la volevo! Desideravo Rosemary Dexter. Justine era un film americano,
dell’American International e per i produttori andava bene la Power.
Ma dove la trovavo una buona attrice diciassettenne se non nelle interpretazioni
della Dexter? Aveva anche molte esperienze teatrali alle spalle, una ragazza
inglese molto intelligente. Aveva la stessa età ma era la madre
spirituale di Romina, come maturità artistica intendo. Un giorno,
quando ormai pensavo di averla a disposizione per le riprese, mi telefonarono:"Abbiamo
la soluzione, la grande soluzione! Abbiamo trovato l’attrice perfetta!
E’ il momento dei figli dei grandi attori e abbiamo scelto Romina
Power!".
JF - Era l’esatto
contrario di Romina. Aveva 3-4 anni più di lei quando ha lavorato
con me per la prima volta. Non conosceva niente di niente, era quasi
un’analfabeta, era una "gipsy de Siviglia". Aveva una
presenza ed una forza sbalorditiva, capiva tutto al volo. Era molto
intelligente. Il suo era un dono inspiegabile che passava diritto dallo
schermo allo spettatore. Tante volte non sapeva neanche come faceva
ad avere certe espressioni meravigliose perché era intuitiva.
Anche la mia è stata una buona intuizione. Con lei ho fatto alcuni
film bellissimi grazie anche alla sua bravura. Il primo fu El
Conde Dracula (1969) con un Christopher Lee davvero molto preoccupato
che mi disse:"Mi hanno detto che hai preso una zingara sevillana
per la parte di Lucy. Lucy non può essere una ragazza di Siviglia!"
(Jesus Franco in questo frangente imita la voce profonda di Lee n.d.P.). SC - (Jesus Franco ha in mano la mia recensione de Il Conte Dracula) Se legge in fondo alla recensione ho citato una vecchia intervista di Lee in cui afferma che, tra le decine di attrici con cui ha girato la scena del famoso morso, Miranda è senza alcun dubbio la sua preferita… JF - Si, vero. SC - Torniamo al suo inizio carriera. Come mai c’è stato questo passaggio brusco dall’eccentrico Tenemos 18 anos (1959 – film d’esordio) a Gritos en la noche (Il Diabolico Dottor Satana - 1961), capolavoro del cinema gotico-horror? JF -
Ho fatto Tenemos perché mi piaceva molto la storia, era
divertente. Ma la censura mi ha dato uno schiaffo che mi ha scaraventato
contro un muro. Fu catalogato come film di terza categoria, la peggiore!
Erano semplicemente contro di me. Lo considerarono come un film-scherzo.
Mi presero in giro dicendo "ecco il nuovo Charlie Chaplin, ha scritto
persino la musica...".
JF - Si è vero, i miei primi film erano del genere (il regista canticchia, in spagnolo, una melodia da commedia musicale d’amore per farmi capire)…capito? I dieci premi vinti con Pio Baroja mi fecero pensare di avercela fatta, ma non era così. Avevo capito come funzionava il sistema e feci un paio di film di questo tipo, uno di essi ambientato negli anni ’30. Così dopo queste esperienze ho girato Gritos en la noche. Quando poi ho riprovato a girare Los Golgatos… Paolo, come si dice in italiano colgatos? SC - Impiccato...los colgatos, gli impiccati... JF - Si, una storia triste ambientata in Messico, su un generale che faceva impiccare molti uomini e sui drammi personali di un giovane. Ormai però non ne valeva più la pena. Fu proibito nuovamente. Oggi non avrei problemi a girarlo, ma non sarebbe più attuale. Era un film politico. SC - Si potrebbe modernizzarlo? JF - Certo, ma non voglio, per me è morto. E’ rimasto come un souvenir, un ricordo. Questo è accaduto poco prima delle riprese di Gritos en la noche. Los Colgatos fu bloccato a pochissimi giorni dall’inizio dei lavori. Così i due produttori, uno francese ed uno spagnolo, si interrogarono sul da farsi. Spese, contratti, laboratori, l’affitto degli studios...sarebbe stata una grave perdita per tutti. Così sentii il bisogno di escogitare qualcosa. "Se non mi invento un film ammazzo questi due produttori", tra l’altro molto simpatici. Questo fu il mio pensiero sul momento. Dato che mi è sempre piaciuto il cinema espressionista tedesco di Fritz Lang e Murnau, mi venne l’idea di fare un film romantico, un film gotico. Però dovevo convincere i produttori. Li presi e li portai con me a Nizza. Lessi su un giornale che in un vecchio cinema proiettavano Le Fidanzate di Dracula o una cosa del genere, con Cristopher Lee come protagonista. Ma i miei due produttori non conoscevano nulla del cinema dell’orrore, che al tempo era considerato, più che adesso, un sub-genere. Come due bambini ingenui li portai alla proiezione. All’uscita domandai loro se gli fosse piaciuto il film...e loro:"Si, è bellissimo!". Fu così che decidemmo di fare un film horror. In precedenza avevo scritto dei
piccoli romanzi tascabili, buoni da leggere in metro, ne proposi proprio
uno di questi: Gritos en la noche.
SC - Maestro, normalmente rivolgo poche domande tecniche, ma ora è il momento di una di queste. Come mai usa molto spesso lo zoom? JF - Adesso
molto meno. Ho iniziato ad usare lo zoom per una ragione particolare.
Agli esordi adoperavo io stesso la telecamera per girare. E la cosa mi
risultava complicata, i movimenti di macchina erano davvero difficili.
Utilizzavo lo zoom per una questione pratica, non artistica; non volevo
perdere tempo a spostare macchine, luci e tutto il resto. Inizialmente
avevo paura e quindi giravo in modo molto semplice ma pian piano ho preso
la mano ed ho iniziato a sperimentare. Poi non tutti gli zoom dovevano
vedersi nei film, andavano tagliati, ma nessuno voleva farlo e così
restavano impressi nella stampa finale. Quindi per me questa tecnica di
ripresa era solo un aiuto. Con le steadycam è tutto più
semplice. Ma oggi, i giovani soprattutto, si preoccupano solo delle inquadrature.
Non pensano cosa c’è dentro, badano solo all’estetica
e non al messaggio. Cosa raccontano con la steadycam? In ogni modo, avendo
i soldi, si possono fare delle bellissime cose con dei veri movimenti
di camera, e ciò è sempre bello. Ad ogni modo tutto questo è secondario. Dopo tanti film sono arrivato alla conclusione che le cose importanti sono solo il soggetto, la storia e gli attori. Gli attori rendono credibili delle cose incredibili, senza bisogno di effetti. SC - Una mia piccola critica: notavo in Las Vampiras ed in molti altri film che i dialoghi sono a volte molto stringati e seguiti da pause davvero lunghe. Non pensa che questa cosa possa rallentare il ritmo del racconto? JF - Questo film è molto bello e grazie a Soledad è diventato eccezionale. A certe cose non ho davvero mai pensato. A me non fregava nulla se il film durava due minuti in più perché giravo un primo piano di Soledad. Lei che è stata per tutti una vera sorpresa. Il bravo produttore tedesco con cui lavorai per questo film se ne era innamorato, ma da lei non voleva nulla di strano. Gli piaceva la sua bravura. SC - Non lo ricordo, chi era il produttore? Quanti film le ha prodotto? JF -
Artur Brauner, è stato un produttore meraviglioso, con lui ho girato
dodici film di seguito. Il primo che mi ha prodotto era un’opera
praticamente tutta italiana, in quanto prodotta anche da Turchetto e Montanari
della Fono Roma insieme ad un piccolo produttore spagnolo. Solo dopo si
inserì Brauner, perché mi voleva conoscere a tutti i costi,
quindi ci investì un pò di soldi. Se leggi i titoli di coda
vedrai duecento nomi, ma i produttori erano questi quattro. Il film era
Lucky el intrepido (Agente speciale L.K.: operazione Re Mida
- 1967). Lucky era con Ray Danton come protagonista, poi c’era Dante
Posani che era un attore italiano molto giovane, davvero bravo e simpatico.
Il resto del cast era internazionale. L’edizione fu realizzata dalla
Fono Roma così come il montaggio. La montatrice era una mia amica,
la meravigliosa Antonietta Zita. Lei aveva già lavorato con grandissimi
registi come Alberto Sordi ad esempio. Era davvero brava ma non aveva
mai operato in film sperimentali come il mio. Ma fu perfetta, montò
tutto in due minuti, fu velocissima. Una donna davvero intelligente che
sapeva esattamente quali fossero le mie esigenze.
SC - Parliamo un pò di horror...probabilmente di questa domanda conosco già la sua risposta, ma vorrei esserne sicuro. Preferisce le vecchie produzioni della Universal o quelle della Hammer? JF - Conosci la risposta? Allora dimmi… SC - Secondo me i film della Universal. JF - Esatto,
gli americani. Precisamente, in ordine: prima l’espressionismo tedesco,
poi le produzioni americane degli anni ’30 e ’40. James
Whale, Tod
Browning e tanti altri. Erano registi formidabili, lavoravano molto
velocemente e credo che proprio loro dettero vita al genere definito b-movie.
Solo che a me se un film è di tipo B o C non mi frega nulla! Quel
tipo di registi con due sole inquadrature arrivavano a fare delle scene
meravigliose, il tutto in mezz’ora. SC - Il figlio di Bava invece... JF - Beh, lascia stare, non ne parliamo proprio... SC - Non vorrei sbagliarmi ma I Vampiri (1959) di Freda insieme al suo Gritos en la noche sono stati i primi due film dell’orrore girati e prodotti in Europa, escludendo ovviamente i classici degli anni ’20... JF - Si, forse, ma sicuramente tra i primi in assoluto. Sai che Gritos ha una reputazione strana? Si dice che sia la copia di un film francese (Les Yuex Sans Visage - 1960 n.d.P.), ma fu un caso. I due film furono girati in contemporanea. Sia il sottoscritto che l’altro regista non conoscevamo l’esistenza dei due film simili. Il produttore però era lo stesso. Un russo di nazionalità francese che non sapeva un bel nulla di cinema, Jules Borkon. Ad un certo punto mi chiese quanto costasse un mio film e una volta venuto a conoscenza dei mie costi disse:"Voglio lavorare con te perché i tuoi film sono buoni e costano meno rispetto a quelli francesi". (Il regista racconta che il nome russo di questo produttore in francese suonava molto male. In Francia gli dettero la possibilità di poterlo cambiare, ma il nuovo nome scelto significava…cretino…) SC - Se dà uno sguardo alla mia recensione del suo Conte Dracula ho fatto pubblicare uno studio iconografico tra una foto di Cristopher Lee ed un ritratto dell’epoca del vero Dracula (Vlad Tepes II). La somiglianza è eccezionale. Tra l’altro il suo è uno dei primi Dracula con i baffi, come da romanzo. Avete effettuato degli studi prima di girare il film? JF - Ottima recensione, bravo. Si, studiammo questa cosa e Cristopher fu davvero molto bravo ad interpretarlo come desideravo. Penso che El Conde Dracula fosse il quarto film che feci con lui ma fu il primo in cui apprezzai davvero il suo lavoro da attore. Lui aveva alcuni problemi psicologici in quanto non voleva più fare film su Dracula o con i morti e cose del genere. Lui voleva recitare Shakespeare e posso capirlo bene perché anch’io adoro Shakespeare. Ma lui divenne celebre e ricco con Dracula. (Il Maestro continua a guardare la mia recensione. Sollevando gli occhiali ed avvicinando il foglio ai suoi occhi, mi dice qualcosa sul fatto che la stessa colonna sonora di Bruno Nicolai fu usata per due film) Si, bravo Paolo, è vero
che Bruno mi diede il permesso di usare la musica in due film. La sua
colonna sonora per Dracula era molto particolare. Lui non voleva fare
una musica cliché (“booom booom taa taaaa” –
imitazione dei classici temi horror). Si doveva comporre una sorta di
musica balcanica.
JF - No, recitare
non è mai stata una necessità. Ma se un giorno ne sarò
costretto tornerò a recitare (ride). SC - Ha mai litigato con qualcuno sul set? Magari con qualche attore particolarmente indisciplinato... JF - Ah, poche volte. In generale ero molto amico degli attori e, in particolare, ero molto amico di Klaus Kinski. Attore noto per essere un gran figlio de na mignotta (testuale), ma in realtà lui voleva solo fare bene il suo lavoro. A volte sembrava isterico o mezzo pazzo. Quando vedeva che le cose andavano male s’incazzava, aveva delle crisi, ma gli dicevo:"Klaus, guarda, calmati, ti invito a fare un elettroshock!". (risate di tutti) SC - Ecco perché, nel suo Dracula, lo vediamo legato e vestito di bianco che fissa il soffitto in una camera anch’essa bianca, non stava recitando… JF - No, non recitava affatto! (Jesus Franco ride) SC - Praticamente Kinski in quel film recita soltanto una o due battute... JF - Si,
un paio, per il resto cercava le mosche per potersele mangiare. Fece anche dei grandissimi sacrifici con me, girando per dodici ore di seguito senza mai lamentarsi. Era un gran lavoratore. Tutte le volte che ebbe dei problemi era, ne sono quasi sicuro, colpa della produzione. SC - Non è molto carino parlare di chi non è qui con noi, soprattutto se la donna in questione è nella stanza accanto...Apprezza maggiormente Lina Romay come compagna, attrice, regista , aiuto regista? JF -
Lina è meglio come compagna, regista, aiuto regista e attrice.
Tutto. Lina è una gran personalità. Per me è difficile
separare le cose. Con lei ho girato tantissimi film. Ha appena terminato
un film di produzione tedesca, due mesi fa circa. Interpreta una direttrice
di una prigione. Il regista è un tedesco che conosco, un vero pazzo. (Franco è alla decima/dodicesima sigaretta del pomeriggio e mi ringrazia per avergli corretto la posizione dell’ulteriore sigaretta che stava per accendere dal filtro. Mi accorgo che quando parla di cinema il Maestro è talmente preso e appassionato che nulla può distrarlo. N.d.P.) Lina è stata anche una brava regista, di grande aiuto per me. Sono molto felice di essere stato uno dei primi registi che ha abbattuto i muri del razzismo verso le donne nel campo cinematografico. Secondo me le donne sono più intelligenti, in gamba e pratiche egli uomini. Gli uomini avranno pure il potere, ma i cretini siamo noi. La penso da sempre in questo modo.
JF - Perché furono censurati. SC - Ora invece? JF - Adesso la situazione è abbastanza buona. La società degli autori sta preparando una grossa raccolta con la mia filmografia completa, con le critiche provenienti da tutto il mondo. Un’opera fantastica! SC - So che a Gennaio di quest’anno (2007) è iniziata la lavorazione di The life and times of Jess Franco di José Luis Garcia Sanchez, di cosa si tratta? JF - Si, è un documentario e nello stesso tempo Sanchez è il supervisore di quel volume di cui ti accennavo prima. Ma non lo finirà mai perché ci sono sempre cose nuove che faccio. Non ho ancora smesso di lavorare. L’ultimo mio film l’ho terminato due o tre mesi fa. E’ vero che ora faccio meno film, non ho più i tempi febbrili di una volta, ma ne giro comunque due all’anno. Con la situazione dell’industria cinematografica attuale sono comunque tanti. SC - Credo che lei non abbia quasi mai lavorato per la tv, è stata una sua scelta? JF - No, ho lavorato per la televisione americana, molo tempo fa. I due Fu Manchu erano dei telefilm. SC - Trent’anni fa fu bollato dal Vaticano come il regista più pericoloso del mondo. Come sono i suoi rapporti con la Chiesa oggi? JF - Non lo so. Mi hanno buttato fuori e rimango fuori. Ma attenzione, non sono stato scomunicato da solo ma insieme al grande Luis Bunuel. Fu così che lo conobbi. Luis viveva a Parigi ed io mi trovavo là per girare una pellicola con Jean Claude Carrière. Non appena arrivò la notizia che ero stato cacciato dalla Chiesa Bunuel chiese a Jean Claude:"Ma tu stai girando con quel regista, quel Franco?" – "Si" – "Bene, lo voglio conoscere perché anche lui come me è stato bandito dal Papa". Logicamente diventammo molto amici. Di base non avevo fatto nulla di male, fui cacciato solo per Justine. SC - Ah, ecco perché Romina Power ha avuto quella reazione?! (ironico) JF - In fondo penso di si (ride). Fosse stata una vera attrice non l’avrebbe mai fatto. Quindi sia io che Luis fummo cacciati dalla Chiesa, ma non so veramente cosa significa questa cosa. Qualche volta sono anche andato a messa, ma non vuol dire essere relegato da qualche parte. Fu peggio durante la dittatura, quando volevano espellermi dal Paese. Alla fine sai cosa è successo? Se ne sono dimenticati. Sai, in Spagna come in Italia, siamo molto focosi. Siamo latini…ma dopo tre giorni dimentichiamo tutto. SC - Cosa ne pensa del cinema italiano di oggi? JF - Lo conosco molto poco. Non voglio esprimere giudizi se non prima di aver visto almeno quindici film che avrei voluto vedere e che non ho visto perché manco da tanto dall’Italia. L’ultimo mio viaggio è stato troppo breve. Fossi rimasto un mese sarei andato a cercarmi tutti i film possibili, come faccio di solito. Invece sono stato due giorni al festival del Mediterraneo a Livorno, ma giusto il tempo di vedere i film in concorso e andare via. Troppo poco davvero. Peccato. Sono stato anche al festival dedicato
a Joe D'Amato
(Joe
D'Amato Horror Festival). Mi intervistarono e chiesero tante cose
su Joe. SC - In Italia è conosciuto praticamente solo per le sue produzioni un pò osè… (si fa per dire) JF - Invece no! Ha fatto tante altre cose! SC - Buio Omega è uno dei miei preferiti. JF - Quando
hanno iniziato a conoscere Peppino solo per le produzioni di un certo
tipo, nessuno ha voluto più credere che era anche un bravo regista.
Siamo veramente arretrati. Mi chiedo sempre:"E Picasso? Non ha fatto
la pornografia?". Moltissima, anche Dalì! SC - Maestro, la ringrazio. E’ stato molto gentile. JF - De nada, de nada. Incantado, muchas gracias por el cd, me lo voglio escuchiar quanto prima” (un cd di un giovane pianista jazz italiano che ho regalato al regista). Subito dopo il congedo ufficiale,
mentre scattavo qualche foto, Jesus Franco ha continuato a parlare e a
raccontare storie e aneddoti. Inesauribile ed entusiasta del suo lavoro.
Non ha mai dato risposte a monosillabi o con atteggiamento saccente. Dopo
due ore e trenta non era stanco. Sul mio notes e nella mia testa c’erano e ci sono ancore decine, se non centinaia, di domande che avrei voluto fare al regista iberico. Le tengo buone per una prossima volta. In me la consapevolezza che il motto "Una camera y libertad" è ancora vivo, e che vitalità! Ringraziamenti:
a Gorka "cultura vasura" y Carmen per l’impegno profuso,
il supporto logistico e la loro amicizia. Per commenti, scambi di opinioni o domande contattatemi pure a questo indirizzo elettronico: paolo.spagnuolo@gmail.com Ghost Question (come le tracce
fantasma dei CD musicali): Quando stavo ormai
sull'uscio di casa dello zio Jesus, pronto per andare via, gli ho chiesto
di consigliarmi qualche film e lui:"In Europa e negli Stati Uniti
da molti anni non si girano più cose interessanti. A me piacciono
molto gli ultimi film che vengono dall'oriente, ma non tanto le cose giapponesi.
Mi piacciono tanto le nuove produzioni cinesi".
Sabato 23 Giugno 2007
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