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In occasione dell'imminente uscita de Il Bosco Fuori, lo Splatter Horror tutto Made in Italy firmato da Gabriele Albanesi, lo Splatter Container ha realizzato un'intervista esclusiva con il regista ed il produttore della Nero Film.
SC - Potresti presentarti ai nostri Lettori? GA - Mi chiamo Gabriele Albanesi, ho ventisette anni e sono un regista horror. Ho diretto finora alcuni cortometraggi – il più conosciuto è L’Armadio – e sto adesso terminando la lavorazione del mio primo lungometraggio dal titolo Il Bosco Fuori. SC - Quando è scattata la famosa “scintilla artistica” che ti ha fatto intraprendere questa professione e quali sono stati i tuoi primi passi in questo ambiente? GA - Ho deciso con estrema chiarezza che avrei fatto il regista intorno ai quattordici anni, quando ho visto per la prima volta Arancia Meccanica. Poi a sedici anni ho cominciato a realizzare i primi corti e lunghi amatoriali col video8, coinvolgendo i miei compagni di scuola come attori. E ho continuato così, imparando da solo e approdando via via a mezzi più professionali. Fondamentale in questo è stato l’incontro coi Manetti Bros e Luca Bigazzi, che nel 2001 mi hanno permesso di realizzare L'Armadio in pellicola 16mm. SC - Il Bosco Fuori rappresenta il tuo debutto in un lungometraggio, sicuramente una tappa fondamentale nella tua crescita di regista e sceneggiatore. Come hai maturato questa scelta così importante? Si è trattata di una naturale evoluzione del tuo profilo professionale, avevi fra le mani lo script giusto per compiere il cosiddetto “salto”, oppure ti sei semplicemente trovato nelle condizioni adatte (finanziarie, contrattuali etc.)? GA - Già dopo Braccati, un corto western-horror che ho diretto nel 2000, ero intenzionato a realizzare Il Bosco Fuori, di cui avevo appena scritto la sceneggiatura. Non avrei voluto fare altri corti, ma subito approdare al lungo. Così feci leggere la sceneggiatura ai Manetti Bros, che avevo da poco conosciuto in un newsgroup attraverso una mia stroncatura di Zora la Vampira, alla quale loro replicarono. I Manetti mi chiamarono nel giro di qualche giorno per dirmi che la sceneggiatura era fantastica e che erano intenzionati a produrla. Sembrava un sogno, in realtà era solo l’inizio di un lungo calvario durato cinque anni. I Manetti infatti non riuscirono mai nell’impresa di produrre o far produrre Il Bosco Fuori, perché i produttori a cui la facevano leggere rimanevano basiti per i toni eccessivi del film, e alla lunga loro stessi si sono demotivati e hanno accantonato il progetto. Così, nell’attesa, mi è stato proposto prima di realizzare un cortometraggio in pellicola come esercizio, appunto L'Armadio, e l’anno dopo un produttore mi ha offerto un buon budget per realizzare un nuovo corto tratto da un suo soggetto, ovvero Mummie. Nel frattempo ho scritto anche altre sceneggiature e ho continuato a tentare di far produrre Il Bosco dal sistema ufficiale. Ma non c’è mai stato verso. Allora ho capito che l’unico modo per esordire alla maniera mia era quello di produrre il film in proprio, senza compromesso alcuno, così mi sono rimboccato le maniche e ho iniziato un lungo processo per mettere in piedi il progetto. In questo percorso è stato decisivo l’incontro con un mio vecchio amico che avevo da qualche anno perso di vista, Gregory J Rossi: l’ho ritrovato che si era appena diplomato in produzione al Centro Sperimentale e che stava giusto cercando un progetto su cui lavorare per esordire come produttore. Ci siamo così incontrati a mezza strada, e insieme siamo riusciti a realizzare Il Bosco Fuori. SC - Come è nata, concettualmente, l’idea per Il Bosco Fuori? GA - L’idea iniziale era quella di ripercorrere l’horror estremo e realistico alla Non aprite quella Porta, un filone che nel 2000, quando ho scritto la prima stesura della sceneggiatura, non era ancora tornato di moda. C’era però appena stato Blair Witch Project, che mi aveva molto impressionato e che a suo modo riprendeva l’idea hooperiana di horror dal taglio realista. Poi in seguito dentro al Bosco vi è finito di tutto, da Argento a Tarantino passando per tutti i film che ho amato. La sceneggiatura ha subito nel corso degli anni numerosissime riscritture anche radicali, mutava seguendo l’evoluzione della mia vita sia privata che cinefila. Nel corso di questi cinque anni di attesa le mie esperienze di vita sono inevitabilmente finite dentro la sceneggiatura, mano a mano che mi trovavo a riscriverla. Era diventata una vera ossessione riuscire a realizzare questo film, ed esso è cresciuto insieme a me. SC - Dove sono state realizzate le riprese? L’inquietante abitazione di Antonio e Clara esiste realmente oppure si tratta di un set cinematografico? GA - Le riprese sono state realizzate nella zona dei Castelli romani, gli esterni al Tuscolo mentre la villa si trova a CastelGandolfo. E’ una villa reale, i cui interni sono stati in parte modificati in base alle nostre esigenze di scenografia. Ci tenevo a caratterizzare anche geograficamente la narrazione, e quindi quella della provincia romana è un’ambientazione dichiarata nel film, che non vuole assolutamente porsi come neutra o atemporale. Questo perchè sono convinto che un nuovo cinema di genere in Italia debba sempre tenere ben chiara la sua identità italiana, e non annullarsi nella spersonalizzazione dell’imitazione americana. Quindi anche la città dove si svolge la storia diventa importante, così come l’uso del dialetto. SC - La tua pellicola si ispira ai grandi classici ultraviolence degli anni 70, come The Texas Chainsaw Massacre o L’Ultima Casa a Sinistra, pellicole che incarnano uno stile cinematografico che sta tornando ultimamente in auge, ottenendo ottimi risultati al botteghino, nei cinema di tutto il mondo. Registi come Alexandre Aja (Alta Tensione), Eli Roth (Cabin Fever), Rob Schmidt (Wrong Turn) e molti altri si sono cimentati con discreto successo in questo filone. Come spieghi questo fenomeno? GA - E’ vero, c’è un vero e proprio ritorno all’horror estremo degli anni 70, probabilmente come reazione al decennio dei 90 che ha visto l’imperversare di un cinema horror per teenager del tutto patinato e dalle esperienze edulcorate. Quindi si è tornati a fare qualcosa di forte, recuperando quello spirito provocatorio che da troppo tempo era stato sopito. Anche Hollywood si è riappropiata dell’horror degli anni 70 tramite il processo dei remake, ma in questo caso si tratta di operazioni che snaturano il carattere indipendente e intransigente di quel cinema, fuorviandone il senso e piegandolo alla solita estetica pubblicitaria. Invece è positiva questa nuova ondata di horror directors che sta uscendo fuori, citerei anche Neil Marshall e Rob Zombie, che cercano tutti di rifarsi all'archetipo di Non aprite quella porta. Comunque il migliore del gruppo finora si è rivelato Alexandre Aja con Alta Tensione, che è un film di molte spanne superiore a tutti gli altri. Personalmente non ho apprezzato nè Cabin Fever nè La Casa dei 1000 Corpi, e ho trovato pessimo Wrong Turn. Da parte mia, posso dire che Il Bosco Fuori si rifà all’horror indipendente dei primi anni 70 non solo nelle tematiche, che sono scomode e provocatorie, ma anche nella natura produttiva, che è improntata al low-budget e al cinema di guerriglia: il film è stato girato in sole tre settimane e in digitale, con troupe e mezzi ridotti. E questo è stato il modo più giusto e coerente per farlo. SC - Come è avvenuto il casting de Il Bosco Fuori? Cercavate degli attori con delle caratteristiche particolari per interpretare i protagonisti del film? GA - Il casting è avvenuto tramite annunci depositati sui vari giornali dello spettacolo, su internet, nelle bacheche delle scuole e delle università. In particolar modo abbiamo provinato numerosi ragazzi della Scuola Nazionale di Cinema, che in molti casi si sono rivelati i migliori per le parti che cercavamo. La protagonista ad esempio, l’esordiente Daniela Virgilio, è una ragazza di ventuno anni che sta ancora frequentando il primo anno della Scuola. Questa del Bosco Fuori è stata la sua prima esperienza in assoluto, e nel ruolo da protagonista! Nonostante ciò è riuscita benissimo a reggere sulle sue spalle tutto il peso del film. SC - Il Grande Maestro degli effetti speciali, Sergio Stivaletti, è presente in questo progetto in veste sia di produttore associato che in quello più consono (almeno per noi appassionati di cinema horror) di responsabile degli effetti speciali. Come è avvenuto l’incontro con questo importante professionista? GA - Insieme a Gregory avevamo contattato Sergio per ricevere da lui un consiglio a livello produttivo, dato che aveva appena realizzato I Tre Volti del Terrore che era un film produttivamente simile a quello che volevamo fare noi: cioè in digitale e a basso costo, anche solo pensando all’home-video. Sergio ci disse subito di non farlo, di lasciar perdere perché sarebbe stata un’impresa suicida, ma in realtà dietro quelle parole si celava un incoraggiamento neanche troppo velato. Quando poi scherzando ci ha detto “il bambino mostro ve lo faccio io, eh?”, ci siamo finalmente fatti coraggio e gli abbiamo chiesto se veramente poteva essere interessato all’eventualità di realizzare gli effetti speciali del film, la cui storia richiama appunto quella di Phenomena, il primo film che lui realizzò come effettista. Ma ovviamente non potevamo pagarlo. Sergio ci disse che non c’era problema, che era sufficiente un rimborso spese e che si sarebbe accontentato di una semplice partecipazione ai diritti del film. E così ecco che risulta sia come autore degli effetti speciali che come produttore associato. Insomma, meglio non poteva andarci! Ancora ringraziamo Sergio che si è dimostrato persona disponibilissima e di grande umanità. SC - "Non ho mai utilizzato tanto sangue in nessun altro film!". Queste le parole di Stivaletti. Una semplice affermazione ad effetto oppure Il Bosco Fuori sarà davvero un bagno di sangue? GA - Quella è una frase che Sergio ha usato parlando al telefono con Marco Manetti. Quando Marco me l’ha riferita, ho chiesto a Sergio se fosse vero e lui mi ha ribadito che è il film dove veramente ha usato più sangue, e che ne era allibito. Neanche Argento, mi diceva. Io ci ho pensato sopra un attimo, perché la cosa non mi sembrava plausibile, e mi è venuto in mente Demoni. Ho fatto notare a Sergio che in Demoni forse c’era più sangue, e lui invece mi ha risposto: “eh, non te crede”. SC - La Nero Film è uno dei marchi dietro a questo progetto. Ci potete tracciare in breve un profilo di questa casa di produzione indipendente? GR - (Risponde Gregory J Rossi, produttore) La NeroFilm nasce con l’intento di proporre un cinema innovativo e nuovo, più moderno rispetto all’attuale cinema italiano. Crediamo fortemente nella produzione indipendente e nel low budget, ispirandoci, ri-aggiornandole ai nostri giorni, alle dinamiche della nouvelle vague francese e del cinema indie americano degli anni ’90. Puntiamo soprattutto al cinema di genere e poniamo come punto fondamentale di un progetto l’Idea. La sceneggiatura è per noi una delle parti più importanti di un progetto cinematografico. Il Bosco Fuori, già dalla prima “rilettura” (perché io ne avevo già letto una primissima stesura anni fa), mi ha convinto subito proprio perché uno dei suoi punti forti è l’intreccio narrativo. SC - Fra i produttori spicca anche il nome dei Manetti Bros, una garanzia di qualità soprattutto per quanto riguarda la realizzazione di video musicali. La loro partecipazione ne Il Bosco Fuori è avvenuta solo in veste finanziaria oppure c’è stata anche una collaborazione durante la lavorazione del film? GA - Come ho già raccontato, i Manetti Bros furono i primi ad interessarsi al Bosco nel lontano 2000 e a prospettarmi l’idea che esso potesse essere realizzato. In tutti questi anni siamo sempre rimasti buoni amici, ho lavorato come assistente in alcuni dei loro videoclip e ho frequentato spesso i loro set, compresi quelli della serie televisiva di Coliandro. Insomma, ho fatto apprendistato nella loro factory. Quindi è venuto naturale che quando finalmente insieme a Gregory siamo riusciti a trovare il modo di realizzare Il Bosco Fuori, abbiamo coinvolto i Manetti come consulenti e padrini dell’intera operazione. Loro sono stati sempre piuttosto disponibili, ci hanno saputo aiutare e consigliare in molte occasioni e quindi abbiamo deciso di considerarli come produttori veri e propri del film, anche per l’appoggio che ci hanno offerto in fase di post-produzione: abbiamo montato il film dentro la loro cantina, sullo stesso computer dove loro avevano appena finito di montare Piano 17! Anche per questo consideriamo Il Bosco Fuori e Piano 17 due film gemelli, che nascono dalle medesime esigenze produttive e artistiche: ovvero il basso costo che si traduce in totale autonomia da quello che è il sistema cinematografico italiano, e la scelta di narrare storie di genere. SC - Ora che il film è stato completato, come verrà gestita la campagna promozionale de Il Bosco Fuori? GR - (Risponde Gregory Rossi, produttore) Innanzitutto è da precisare che il film non è ancora finito del tutto. La post produzione è un processo lungo e delicato anche nella più rosea delle realtà. Noi abbiamo appena finito il montaggio scena, ci aspettano ancora parecchie fasi. Ipotizziamo comunque di chiudere il film nei primi mesi del 2006. Per quanto riguarda la campagna promozionale, dipenderà molto dalla distribuzione con cui lavoreremo. Noi comunque stiamo già lavorando su alcune idee che proporremo alla casa distributrice per poi svilupparle insieme. Per il momento stiamo cercando di creare il passaparola. Siamo convinti che Il Bosco Fuori potrebbe diventare, nelle mani di una buona distribuzione, un “caso”. SC - E’ ipotizzabile una sua uscita, anche se in un numero ristretto di sale, nei nostri cinema (un pò come è accaduto per I Tre Volti del Terrore di Stivaletti), oppure sarà destinato unicamente al mercato Home Video? GA - Questo dipenderà da quello che deciderà il distributore che ci farà l’offerta migliore. Al momento ancora non abbiamo distribuzione: una nostra scelta per non doverci legare da subito le mani ed essere così liberi di fare il film che volevamo noi. Comunque sì, l’uscita in sala è ipotizzabile perché il film ne ha tutti i requisiti. Ma per ora non c’è niente di stabilito. Bisogna vedere se il sistema cinematografico e il pubblico italiano sono in grado di accettare un film così estremo e fuori dal comune. SC - Stai già lavorando a qualche nuovo progetto? Se si, puoi anticiparci qualcosa? GA - Durante i lunghi anni in cui tentavo di realizzare il primo film, ho scritto altre due sceneggiature per lungometraggio che adesso probabilmente riprenderò in mano. Il primo è un adattamento da Eraldo Baldini, e si tratta di una favola nera ambientata nelle paludi delle Valli di Comacchio, una sorta di moderno Hansel e Gretel. Il secondo è invece un thriller molto particolare sul tema della scrittura, una storia un po’ alla Stephen King sul rapporto di dipendenza che si instaura tra un affermato scrittore horror dall’aura mefistofelica e un giovane ragazzo suo ammiratore. Ma può anche darsi che alla fine scriverò un terzo film del tutto diverso da questi due. SC - Vuoi salutare i nostri Splatter Maniacs, ovvero i lettori dello Splatter Container? GA - Certo, continuate così ragazzi, spero che Il Bosco Fuori non deluda le vostre aspettative!
Giovedì 22 Dicembre 2005
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