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Lo stile, le opere


-"Rifiutammo di avere a che fare con qualsiasi cosa fosse meccanica. Volevamo che il mostro si adattasse alla personalità melanconica di Christopher Lee"-

Da questo estratto di una celebre intervista si evince tutta la filosofia fisheriana, profondamente idealistica e purista, in un continuo esulare da ogni possibile contaminazione consumistica del suo cinema così letterario. Un cinema di sguardi quello di Fisher, imbastito in una fitta trama psicologica, spesso quasi cerebrale, ma soggetto a furiosi sbalzi di ritmo, quasi a voler scuotere fortemente lo spettatore da un ipotetico “torpore” contemplativo. Ma anche un cinema profondamente realistico, dove il make-up (tutto completamente artigianale) è una sorta di attore aggiuntivo nelle storie, soprattutto quelle tratte da romanzi. Il regista inglese può essere definito, senza troppo imbarazzo, il vero inventore del cinema horror gotico, andando ad attingere a piene mani in tutto l’arsenale targato Universal. Insieme al suo grande contemporaneo, l’americano Roger Corman, ha regalato splendidi affreschi ottocenteschi di storie di orrore puro, profondamente intrise di risvolti filosofici, psicologici e sociali. La prima peculiarità che balza subito all’occhio dello stile fisheriano è l’uso così personale della fotografia: a tratti statica, profondamente cupa negli interni, con colori di grana grossa. Fisher era maniacale nella ricerca di ulteriori caratterizzazioni dei personaggi tramite lo “strumento” luce; riteneva che un solo faro colorato in più o in meno sul set potesse modificare drasticamente le sorti di una sequenza, ed il suo effetto sul pubblico. Anche Il ritmo narrativo del regista segue molto questa filosofia: partendo da una prolungata staticità (solo apparente) scaglia sferzate di furia selvaggia in bruschi cambi di inquadratura e frenetiche azioni degli attori. Il suo Dracula del 1958 ne è un esempio lampante: grande capolavoro, inchioda lo spettatore con risvolti di azione drammatica talmente rapidi da lasciare sgomenti. Un grande interprete di queste potenti sferzate di climax era Peter Cushing: attore sopraffino, anch’egli profondamente inglese in tutto il suo essere riflessivo e razionale, è stato forse ancor più di Christopher Lee il vero e proprio paladino (del bene e del male, stavolta) delle trame fisheriane. Si potrebbe quasi azzardare una proporzione matematica: Cushing sta a Fisher come Price sta a Corman. Anche Cushing, deve molto ai primi piani del regista inglese che hanno reso così celebre il suo volto flemmatico, pulito, da vero “gentleman”; un volto dietro il quale si nasconde spesso una cinica fede scientifica (vedi tutta la serie Frankenstein) che non si pone scrupoli etico-morali pur di perseguire i suoi scopi.

L'attore Peter Cushing in alcune sue interpretazioni


Da qui è possibile risalire ad un’altra caratteristica che ha reso Fisher uno dei più grandi specialisti del genere: il suo modo di vedere l’horror è sempre multilivello, e la struttura più interna contiene profonde riflessioni psicologiche, filosofiche e morali. Si diceva di uno stile non commerciale, e tale lo si può ritenere analizzando il pensiero del regista inglese rispetto alla natura. I mostri di Fisher sono quasi sempre distrutti dagli elementi base aristotelici: terra, fuoco, acqua. Dracula muore bruciato dalla luce del sole o ucciso da un paletto di legno conficcatogli nel cuore, la mummia emerge dalla palude salmastra ed umida sfidando i millenni in un forte contrasto con l’avvizzimento che la contraddistingue. Il regista inglese mira alle fondamenta del dramma orrorifico, esaltando questi elementi con toni quasi pittorici e rendendo il tutto una sorta di incarnazione filmica non solo della pagina scritta, ma degli stessi principi naturistici. Qualcosa di simile accade anche dal punto di vista psicologico, lì dove Dracula diventa una sorta di oggetto perversamente erotico per le sue vittime femminili, attratte e terrorizzate al tempo stesso dal meccanismo sessuale del morso. La contrapposizione della coscienza viene invece magistralmente idealizzata dall’ordine, il raziocinio e la fede. In due parole: Van Helsing. In Frankenstein Created Woman (La Maledizione dei Frankenstein) l’anima dell'assistente del barone viene trasferita nel corpo di una ragazza, nel quale continuano a convivere le due personalità; evidente la metafora dell'androgino, metà uomo metà donna, biforcazione dell’IO frudiano.

Da sinistra: "La Mummia", "Lo Sguardo che uccide" e la locandina italiana di Dracula


Altri interessanti esempi si possono riscontrare in quasi tutti i Frankenstein, dove il barone scienziato vorrebbe assumere un ruolo di creatore di vita, di dominatore della natura. I suoi intenti falliscono, i suoi propositi si rivelano impossibili da realizzare, pagando così il prezzo con la corruzione, il decadimento fisico e morale. Ma il suo modo di agire è soprattutto causato dalla mediocrità e grettezza mentale dei suoi colleghi, che non lo supportano nelle sue ricerche e lo ostacolano costantemente. Cambia quindi il modo di rappresentare i “cattivi”: la mediocrità dell'ambiente che li circonda condiziona le loro azioni rendendoli incompresi. Anche in The Man Who Could Cheat Death (L’uomo che ingannò la morte), l’uomo non può forzare il ricorso della natura, non deve andare oltre i principi etici che regolano la vita, mentre nel bellissimo The Curse of the Werewolf (L'implacabile Condanna), la filosofia identifica il male nell'animalità repressa in ognuno di noi (il Licantropo) e nella violenza operata sugli individui da una società immorale. Davvero un regista straordinario, Fisher, ma forse ancor di più una personalità straordinaria, intensa a raffinata al tempo stesso. Un uomo colto, intelligente, profondamente inglese in tutto il suo essere…con i suoi film, il suo patrimonio artistico rimarrà per sempre inalterato in tutta la sua eleganza ed il suo fulgore.

 

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