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Lo
stile, le opere
Alcuni
membri del cast di "House of Usher" (I
vivi e i morti, 1960)
Un altro cliché lanciato da Corman è senz’altro il velato erotismo che pervade alcuni suoi horror-movie. Spesso le attrici mostrano generosi decolleté e recitano in ruoli conturbanti per l’epoca. Tutto ciò gli ha dato ancor di più l’etichetta di "Re dei B-movie", ma in realtà molti addetti ai lavori smentiscono seccamente che ci fosse una reale volontà nello scegliere attrici solo per le doti fisiche. Dotato anche di un ottimo gusto fotografico, il regista americano ha dato un'impronta determinante alle ambientazioni decadenti e nebbiose con un uso caldo e avvolgente del colore, teso verso tonalità abbastanza cupe per enfatizzare la drammaticità delle storie. Parallelamente alle produzioni Hammer, che all’epoca vantavano come punta di diamante l’inglese Fisher, Corman riesce a rendere protagonisti dei suoi film quelle scenografie gotiche e tenebrose ma, al tempo stesso, così a basso costo. I suoi low-budget lo costringevano a girare più film sullo stesso set, ed alla fine l’uso della nebbia finta lo aiutava non poco a mascherare la povertà dei mezzi. Sia chiaro: i set cormaniani spesso servivano a girare più film uno di seguito all’altro, quasi come se fosse una catena di montaggio. Anche le storie non sono sempre frutto di una vera e propria scelta artistica, quanto più di una scelta economica. C'è un lato mercenario con il quale Corman non ha mai problemi ad avere a che fare. Il suo è anche l’approccio del produttore, o meglio, è lo spirito dell’ingegnere: il massimo risultato con il minimo dei mezzi. Spesso le storie sono create con un occhio particolare al botteghino ed il regista di Detroit non ne fa certo un mistero; dichiara di essere consapevole del fatto di realizzare buoni film, ma non sempre opere d’arte. Ma al tempo stesso sa di farlo in maniera artigianale, in poco tempo, con pochi soldi, e tanto guadagno finale. Un occhio all’intrattenimento, un altro al messaggio di fondo, ed un altro ancora alle leggi di mercato.
Ancora
un'immagine di "House of Usher" e le locandine di "Attack
of the Crab Monsters" e "The Wasp Woman"
Ecco la filosofia cormaniana: una filosofia forse opinabile, ma assolutamente vincente. Alcuni classici della fantascienza sono assolutamente degni di nota sia per il risultato finale che per la solerzia con cui furono realizzati (parallelamente alle vicissitudini della vita reale che li ispirava): Not of this Earth (Il vampiro del pianeta rosso, 1956), It Conquered the World (1956), The Wasp Woman (1959), X - The Man with X-Ray Eyes (L'uomo dagli occhi a raggi X, 1963). Piccole gemme, in particolare quest’ultimo, che hanno fatto epoca. Come accennato in precedenza, il grande pubblico ha conosciuto Corman soprattutto grazie al ciclo "poesco", ovvero: House of Usher (I vivi e i morti, 1960), The Pit and the Pendulum (Il Pozzo e il Pendolo, 1961), The Premature Burial (Sepolto vivo, 1962), The Tales of Terror (I racconti del terrore, 1962), The Raven (I maghi del terrore, 1963), The Terror (La vergine di cera, 1963), The Masque of the Red Death (La maschera della Morte Rossa, 1964), e The Tomb of Ligeia (La tomba di Ligia, 1965), probabilmente il migliore della lunga serie. E’ straordinario l’apporto cormaniano dato al grande E. A. Poe: nonostante le critiche di eccessiva commercializzazione, questa serie di film rappresenta un punto di riferimento per tutti gli appassionati del fantastico ed un indiscusso tributo allo scrittore bostoniano, grande icona letteraria del XIX secolo. Un caso a parte rappresenta il sopracitato The Haunted Palace (La città dei mostri, 1963), tratto da The case of Charles Dexter Ward (1927) di H. P. Lovecraft, che mantiene comunque le peculiarità registiche evidenziate per il "Ciclo Poe". Corman dimostra con questo film, che vede protagonista il solito ottimo Vincent Price, di essere uno dei pochi al mondo ad aver capito l’essenza e le atmosfere del maestro di Providence. Un sentito omaggio alla sua grandezza quindi, con una serie di citazioni colte, dai Grandi Antichi, al Necronomicon, ecc. L’impegno e l’ingegnosità profusi nei suoi film ci fanno spesso dimenticare alcune realizzazioni semplicistiche dovute al basso budget, ed alcune ingenuità narrative dovute soprattutto ai tempi ristretti di lavorazione. Un grande artigiano, quindi, capace nonostante le difficoltà di mantenere sempre buono il livello dei suoi prodotti. Considerare Corman solo per i film di carattere fantastico sarebbe comunque riduttivo. La sua firma compare in almeno 4 titoli molto importanti per la storia di Hollywood: The Wild Angels (I selvaggi, 1966), The Trip (Il serpente di fuoco, 1967), Gas-s-s-s! (1970) e The Red Baron (Il Barone Rosso, 1970). Tutto ciò a dimostrazione della sua versatilità di cineasta, sempre attento al mondo che lo circonda, e non solo a quello della sua immaginazione. Da molti anni, oramai, si dedica unicamente alla produzione, vivendo tra l'Irlanda e gli Stati Uniti. Ha ricevuto un meritato premio alla carriera consegnatogli a Parma il 2/12/2002.
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