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Lo stile, le opere


Mario Bava è il grande padre di tutto ciò che è considerato horror e thriller in Italia: molti considerano (giustamente) anche Riccardo Freda in queste vesti, essendo stato Bava suo assistente ne I Vampiri. Al regista di San Remo si può attribuire comunque una maggiore specializzazione nei suddetti generi, pur mantenendo integra una notevole versatilità registica. Il suo stile è di difficile classificazione tanto è denso di caratteristiche variegate, eterogenee e spesso complesse ad un'analisi superficiale. Tecnicamente Bava è senz'altro uno dei primi italiani a padroneggiare il colore e la fotografia con risultati entusiasmanti: l’influenza del mestiere paterno si sente tutta in grandi opere che attraversano tutto l’arco della sua carriera, come La Maschera del Demonio, I tre volti della paura o Shock. Straordinario il suo uso del colore in funzione delle caratteristiche dei personaggi e del messaggio che ogni singola sequenza deve trasmettere allo spettatore. Nel suo gusto così dark ed al tempo stesso così fortemente pittorico (una passione giovanile), si intravedono addirittura alcune influenze dell’espressionismo tedesco, miste alle tendenze più in voga del ventennio 60’/70’: tinte forti, accese, aggressive, contrasti che catturano prepotentemente anche l’occhio dello spettatore più distratto. La sua m.d.p sfodera inquadrature leggendarie, come in La Frusta e il corpo e I tre volti della paura, dove l’indugiare sui particolari in campi strettissimi, alternando freneticamente i campi lunghi, da già una sensazione di spiazzamento, di inquietudine latente. Bava ha un controllo incredibile delle emozioni che vuole trasmettere allo spettatore, e lo fa sempre con il contagocce, consapevole di dover distribuire la sua capacità di narrare lo spavento, di rappresentare l’orrore, in tutto l’arco del film.

Ai lati le locandine di "Schock" e "I Tre volti della paura", al centro un'immagine tratta da "Operazione Paura"

Bellissime sono anche le sue scelte scenografiche (ancora influenze pittoriche), che sposano perfettamente gli ambienti goticheggianti delle sue storie. Altra caratteristica fondamentale sta nella sua attitudine artigianale al cinema dell’orrore: le opere di Bava sono sempre state bistrattate dalla critica italiana e le produzioni gli affidavano budget spesso ridicoli per film che diventavano puntualmente cult-movie. Questo lo si intuisce già all’inizio della sua carriera registica: per Caltiki il mostro immortale (che si può considerare un suo film almeno all’80%) decide di usare della trippa da macellaio per la realizzazione del disgustoso essere gelatinoso (una sorta di "Blob"). Molti suoi film devono, quasi per forzature di produzione, riecheggiare alcuni successi internazionali, in particolare quelli targati Hammer. Si percepisce però sempre, in ogni istante, il grande talento visivo e narrativo di questo ironico e colto regista ligure, a cui si potrebbe, volendo, affibbiare addirittura l’appellativo di "Roger Corman italiano", soprattutto per l’artigianato delle sue opere. La sua cultura letteraria emerge fortemente già nell'eccezionale La maschera del Demonio, un grande riferimento per tutto il cinema gotico e horror dei successivi 30 anni. Appassionato di letteratura russa, Bava estrapola dal racconto di Gogol una commistione di storia e paure ancestrali, in particolare su stregoneria, inquisizione e maledizioni che colpiscono attraverso i secoli. Una regia praticamente perfetta incornicia questo straordinario cult-movie, lasciando ai posteri sequenze da antologia come la scioccante condanna del Grande Inquisitore di coprire il volto di Asa (Barbara Steele) con la maschera di Satana. Bava ci mostra magistralmente i due punti di vista: quello della vittima, e quello del carnefice. La maschera si avvicina al volto terrorizzato della ragazza ed al tempo stesso la ragazza vede l’orrore bronzeo avanzare, irto di aculei, sempre più prossimo a sfigurala orribilmente.

Da sinistra: il regista in una foto con Lucio Fulci, una sequenza tratta da "La Maschera del Demonio" e la locandina di "Operazione Paura"

Un particolare interessante sta nel fatto che quasi tutti i soggetti di Bava scaturiscono da una scintilla simile a quella de La maschera del Demonio: un trauma iniziatore, un profondo atto di violenza che scatena orribili e terrorizzanti conseguenze. E’ questo che interessa al regista italiano: studiare e mettere in scena gli effetti (soprattutto psicologici), rappresentati con la sua arte visionaria. Due altri grandissimi film che seguono questo schema sono La frusta e il corpo e I tre volti della paura. Il primo ne è per certi versi un naturale seguito, con un accento particolare su tematiche difficili da trattare come il rapporto sadomasochistico, ad alto tasso erotico, tra Kurt e Nevenka. Bellissimi i riferimenti agli elementi primordiali, con una sorta di fiamma che monda e unisce i due amanti che la natura aveva separato. Il secondo è un caleidoscopio di bel cinema, dove i riferimenti letterari a storie già intrinsecamente spaventose diventano viatico di virtuosismo registico e soprattutto di un razionalismo della concezione dell’orrore. Le tre storie che lo compongono sono introdotte da un Boris Karloff in gran forma, che si ritaglia un ruolo di inquietante vampiro delle steppe nel secondo episodio (“I Wurdalak”), tratto da Tolstoj. Nel primo episodio, “Il telefono” tratto da Checov, una donna chiusa in un claustrofobico appartamento viene perseguitata da un assassino telefonico; il tutto è gestito da Bava con una tempistica eccezionale, dove le tensioni si sviluppano dinamicamente in ogni istante per poi sfociare in colpi di scena via via più incalzanti. Il terzo episodio, "La goccia d’acqua" tratto da Maupassant è probabilmente il più terrorizzante dei tre. Mentre "Il telefono" era una storia condensata su orrori tangibili, umani e reali, questo terzo segmento mira ad una sorta di "purezza assolutistica" della paura, sia per il raggelante soggetto che per la ricchezza delle invenzioni visive. L’orrore qui è sempre e solo suggerito (tranne nel raccapricciante finale), con una infermiera sola nel suo appartamento che viene perseguitata da una serie di rumori, ombre e luci che provengono dall’Aldilà, in una lucida ed inesorabile vendetta di una sua paziente derubata. Torna una concezione di orrore che sublima tutto ciò che è esplicito esaltando tutto ciò che non lo è: un trionfo delle paure più recondite che albergano nel nostro cervello, che spesso sono le più insidiose e immortali. Memorabile anche l’apporto dato da Bava al genere giallo/thriller, che si può dire coniato ufficialmente da due fondamentali pellicole: La ragazza che sapeva troppo e Sei donne per l’assassino, che tanto hanno ispirato in particolare Argento. E’ straordinario pensare a tutta la mole di particolari stilistici che Bava sembra aver magicamente anticipato a tutti i grandi registi che lo seguiranno; ingiustamente sottovalutati questi thriller ad alta tensione psicologica ed effettistica (abbondano le morti violente) sono pellicole che aprono vere e proprie tendenze cinematografiche.

Ai lati due sequenze tratte da "Sei donne per l'assassino", al centro "Terrore nello spazio"

In Reazione a catena - Ecologia del delitto è possibile riscontrare addirittura una sorta di teoria della rappresentazione della morte violenta nel thriller: è coniabile la definizione di "destrutturalizzazione corporea", dove le tredici uccisioni splatter che costellano questa sconcertante pellicola diventano una sorta di protagonista aggiunto. La messa in scena della morte omicida nella sua devastante crudezza è qui meditata e rappresentata con lucida coerenza, quasi documentaristica. Degne di nota le frenetiche mobilità della m.d.p. in tutto il periodo fino al 1965, coadiuvate dall’ottimo cameraman Ubaldo Terzano. In seguito il regista ligure diverrà uno dei primi sperimentatori della tecnica dello zoom, che userà massicciamente in Terrore nello spazio, Il rosso segno della follia e molti altri. Il "canto del cigno" baviano può essere considerato Shock, con una bravissima Daria Nicolodi. L’attrice italiana, allora compagna di Dario Argento, aveva un grande riscontro per i notevoli ruoli interpretati in molti film del regista romano. La sua interpretazione in Shock è senz’altro tra le migliori della sua carriera: tesa, allucinata, perfettamente calata nel ruolo con una terrorizzante sceneggiatura ed un finale memorabile per il cinema horror. Stupenda e vibrante esaltazione di bellezza macabra, il film si sintetizza in una battuta iniziale della protagonista al figlio:"La morte è una parte della vita e noi dobbiamo imparare da lei", senza rendersi conto di quello che rappresenteranno queste parole per lei.
Forgiatore di indimenticabili storie e immagini di terrore, Bava è tutt'oggi piuttosto snobbato dalla critica e dalla televisione italiana, che deve forse ancora realizzare l’incredibile apporto dato da questo artista al cinema del nostro paese. Fortunatamente lui prendeva la cosa con estrema saggezza ed ironia, conscio del suo valore e determinato a proseguire il suo cammino artistico senza curarsi eccessivamente di una critica conservatrice e schematizzata. Se il cinema è un'alchimia, Mario Bava rimarrà un grande maestro e custode dei suoi segreti.

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