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MARIO BAVA (1914 – 1980)

Biografia
Mario Bava nasce a San Remo, il 31 luglio 1914, figlio d’arte. Il padre, Eugenio, è da molti considerato il capostipite degli effetti speciali fotografici in Italia. Lavora infatti come direttore della fotografia a grandi film dell’inizio del 900’, come Quo Vadis?, Cabiria e Cenere. Diverrà poi il maggiore esponente delle fotografia di tutte le produzioni del famoso Istituto LUCE, nel 1926. Mario cresce in un ambiente di profonda ispirazione: dall’illustre genitore impara tutti i segreti del mestiere, ma soprattutto inizia a sviluppare una propria visione del ruolo della fotografia nel cinema. Inoltre coltiva parallelamente interessi espliciti per la pittura, che emergeranno fortemente nell’approccio visivo adottato nei suoi lavori. Inizialmente lavora come assistente del padre, occupandosi della sottotitolazione di alcuni film di esportazione e della realizzazione dei titoli di apertura e di coda. In seguito, quando le esigenze economiche cominciano a farsi più pressanti, inizia una collaborazione come assistente alla fotografia per alcuni grandi registi come Roberto Rossellini, G. W. Pabst , Raoul Walsh, Steno, Mario Monicelli.

Alcune immagini del regista

Nel 1939, a soli 25 anni, viene già richiesto come direttore della fotografia; il suo stile comincia subito a delinearsi, impreziosendo notevolmente una grossa fetta di produzioni cinematografiche italiane, con alcune innovative tecniche di illuminazione ed efficacissimi effetti speciali. Il 1956 è l’anno della svolta: Bava collabora con il regista Riccardo Freda alla realizzazione de I Vampiri, inizialmente in veste di direttore della fotografia e curatore degli effetti speciali. Si tratta del primo vero horror italiano nell’era del sonoro; c’è molta curiosità attorno al progetto. Freda abbandona il set abbastanza presto per incomprensioni con la produzione, ed è proprio a Bava che viene affidata la regia di numerose sequenze. Il suo gusto per gli effetti speciali viene subito messo in evidenza con una straordinaria sequenza di invecchiamento della protagonista, tutta realizzata con complessi effetti luce. Intanto, andare a ripescare la regia di film altrui sembra ormai un'abitudine per Bava: gira diverse scene di Le fatiche di Ercole (1957) e Ercole e la Regina di Lidia (1958) di Pietro Francisci, mentre è praticamente costretto a completare quasi interamente Caltiki - Il mostro immortale (1959) di Riccardo Freda, che aveva abbandonato la sedia di regista dopo appena due giorni. Finalmente, il 1960 sarà l’anno del regista sanremese: ha la possibilità di realizzare un film tutto suo con budget irrisorio, ispirato dal bellissimo racconto di Nikolai Gogol "Vij". Il risultato sarà La maschera del Demonio, un meritato ed indiscutibile successo mondiale sulla scia di altri due grandi eventi internazionali, La maschera di Frankenstein e Dracula, dell’illustre collega d’oltre Manica Terence Fisher. Vero e proprio capostipite del filone gotico italiano, La maschera del Demonio contiene in se una nutrita schiera di elementi che lo rendono un autentico capolavoro del genere, con una straordinaria Barbara Steele in un impegnativo duplice ruolo che le varrà l’appellativo di "Regina dell'horror". L’anno successivo Bava si dimostra subito regista versatile girando Ercole al centro della terra, fantasmagorica discesa negli inferi di impianto mitologico; il titolo, come per il suo film di esordio, è ispirato (ironicamente) a Viaggio al centro della Terra, un grande successo del periodo. L’inclinazione orrorifica è però già ben sviluppata, con una massiccia presenza di vampiri, streghe ed esoterismo, legati da un sottile filo di ironia che sarà un elemento abbastanza costante nei suoi lavori successivi.

Ai lati Barbara Steele ne "La Maschera del Demonio", al centro la locandina de "I Vampiri" di Riccardo Freda

Il ritorno al B/N sarà firmato con La ragazza che sapeva troppo (1962), ottimo giallo dal ritmo serrato con un assassino che sceglie le sue vittime seguendo un ordine alfabetico. Si tratta di un altro film da annoverare nella folta schiera di "capostipiti" del cinema all’italiana, ed influenzerà successivamente anche grandi registi come Dario Argento. Un altro esempio lampante può essere considerato Sei donne per l’assassino (1964), dove il maniaco stavolta è rappresentato proprio nel modo più celebre per i successivi thriller all’italiana: vestito di nero, sfuggente e senza volto, truculento e spietato nei suoi omicidi. Le sue vittime, tutte donne, vengono uccise nei modi più violenti e splatter, con tanto di orribili sfregiature ed ustioni. Con questo film Bava scrive le "leggi" del giallo, a cui Argento si atterrà diligentemente in quasi tutti i suoi lavori. Il 1963 è l’anno di un altro grande capolavoro baviano, stavolta squisitamente horror: si tratta di I tre volti della paura, uno straordinario ed agghiacciante esempio di ottimo cinema, terrorizzante, angoscioso, realizzato con pochissimi mezzi. Film ad episodi tratto da tre racconti di grandi maestri della letteratura (Cechov, Tolstoj e Maupassant), I tre volti della paura è uno dei massimi capolavori del regista ligure: apprezzato in tutta Europa ed inspiegabilmente ignorato in Italia, vede tra l’altro un ottimo Boris Karloff ed alcune tecniche registiche davvero innovative per il periodo storico. Impossibile dimenticare La frusta e il corpo, dello stesso anno: una storia di perversione, sadismo e follia che si protrae dopo la morte. Bravissimi i due protagonisti, Christopher Lee e Daliah Lavi, nel ruolo dei due amanti. Il film causò a Bava grossi problemi con la censura ed addirittura con la giustizia per alcune scene considerate troppo scabrose per il pubblico degli anni 60’. La versatilità del sanremese è ancora messa alla prova nell’interessante Terrore nello spazio (1965), considerato quasi unanimemente il primo film di fantascienza italiano, girato ancora una volta con budget infinitesimo. C’è anche spazio per il comico a buon mercato con Le spie vengono dal semifreddo (1966), e nella trasposizione del celebre fumetto con Diabolik (1967). Ma si ritorna subito al gotico, e nel migliore dei modi, con lo splendido Operazione Paura (1966) dove esoterismo, terrore psicologico e dinamicità narrativa fanno di questo film un altro disarmante esempio della maestria del regista italiano.

Da sinistra, immagini tratte da "La Frusta e il corpo", "Diabolik" e "I tre volti della paura"

Da segnalare tre buoni thriller/horror, anche se inferiori sia come caratura artistica che come realizzazione, ai precedenti: Il rosso segno della follia (1968), Cinque bambole per la luna d’agosto (1970) e Gli orrori del castello di Norimberga (1972), mentre Lisa e il diavolo, dello stesso anno, sarà addirittura rinnegato dal maestro. Intanto, nel 1971, Bava aveva girato Reazione a catena - Ecologia del delitto, un horror che fece scalpore per l’efferatezza dei delitti di stampo decisamente splatter ed un plot narrativo spesso non-sense; il tutto influenzò chiaramente e per l’ennesima volta, registi italiani (Argento) e statunitensi, come Sean Cunnigham, autore del primo Venerdì 13. Bava si congeda con un ultimo, agghiacciante ritratto di terrore psicologico e gotico: Shock (1977), una ghost-story con una strepitosa Daria Nicolodi all’apice della sua carriera artistica.
Il maestro ha ancora tempo per collaborare con il suo allievo prediletto, l’Argento di Inferno (1980), di cui curerà gli effetti speciali ottici, assistere alla regia il figlio Lamberto nel morboso e inquietante Macabro, dello stesso anno per poi concludere con La Venere dell'Ille, film per la televisione sempre assieme al figlio Lamberto. A questo punto della sua incredibile carriera, tra incomprensioni della critica italiana ed entusiastici plausi di quella estera, sembra aver dichiarato:"Ora posso anche morire".
Il 25 aprile Mario si spegne serenamente, all’età di 66 anni, lasciando il vuoto attorno a due generazioni di registi che lo avevano seguito e che tanto hanno imparato da lui.


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