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Quando non ci sarà più posto all'inferno, i morti cammineranno sulla Terra. Lo
stile, le opere
Il
contagio si diffonde a vista d'occhio ne La Notte dei Morti Viventi
Il pubblico ne fu sconvolto, spiazzato e affascinato, senza però comprendere subito quanto quest’opera contenesse in sé orrori ben altro che fantastici o fantascientifici. Il film è in realtà una pungente stoccata al sogno americano, un dito puntato contro l’egoismo e la grettezza mentale, un urlo straziante di dolore nei confronti della consapevolezza di essere uomini. Ma non solo. E’ anche quello che il pubblico ha visto e vede tutt’ora in superficie: è un eccezionale film fanta-orrorifico, dove alcuni dei più inattaccabili timori dell’ uomo (antropofagia, essere divorati vivi, decomposizione post mortem) viene sviluppato alla massima potenza in tutto il suo devastante raccapriccio. Tutto ciò con un taglio low budget che, nelle mani di un regista meno dotato, avrebbe fortemente penalizzato il film. Non tutti, forse, si sono posti una domanda riguardo l’essenza stilistica del film; una domanda che si protrae con una sorta di sistema a scatole cinesi anche per la trilogia, ed addirittura per l’intera opera di Romero: HORROR o FANTASCIENZA? Se all'inizio il problema può apparire secondario, immergendosi in una sorta di esegetica analisi dell’opera del newyorkese ci si accorge presto che non è così. Le recensioni dell’epoca si dividono a metà nella classificazione per genere del film, ma l’imbarazzo va ben oltre le suddette etichette data la vastità di contenuti sociali, apologie e accuse che il regista mette in scena nella pellicola. Non a caso Romero ha apertamente dichiarato quanto sia stato influenzato, per il soggetto del film, dal celebre romanzo I am Legend di Richard Matheson, un grande maestro della narrativa fantastica che ha influenzato due generazioni di registi e scrittori. Una cosa è certa: se si tratta di horror, stiamo assistendo ad una svolta. Non ci sono più le nebbie e gli antichi manieri di hammeriana memoria, non ci sono più licantropi, vampiri, fantasmi o bare. Non si fugge più fuori per salvarsi dall’orrore, come grandiosamente rappresentato nei tanti film cormaniani tratti da E. A. Poe ma, soprattutto, non è più semplice la distinzione tra bene e male che si era costruita nei precedenti venti anni di horror.
Da
sinistra Romero con Dario Argento, Tom Savini e Stephen King
Se si vuole sviscerare il problema dal punto di vista fantascientifico, il dilemma non vede comunque una netta risoluzione. Dove sono andati a finire gli alieni verdi con la testa a punta, o gli ufo dischiformi ed i raggi laser disintegranti? E l’universo, la scoperta di pianeti alieni, o gli inflazionati scienziati pazzi? No, niente di tutto ciò, niente di quello che si era visto in quasi tutta la produzione fantascientifica degli anni ’50 - ‘60. La Notte dei Morti Viventi irraggia di una nuova sconvolgente luce gli archetipi fantastici, tutti ribaltati in un esatto contrario. Il gruppo di malcapitati si rinchiude in una casa per scampare all’orrore che viene dall’esterno, non ci sono i tipici espedienti da romanzo ottocentesco, ma solo una vitrea cittadina americana (Pittsburgh?) come tante altre. Il bene ed il male sembrano fondersi, concatenarsi, scambiarsi i ruoli in una sorta di agghiacciante e continua metamorfosi della tensione che va man mano sempre più spiazzando lo spettatore, che alla fine non sa davvero più con chi schierarsi, non ha più punti di riferimento concreti, si identifica con tutti e con nessuno. Ne La Notte dei Morti Viventi si percepisce (soprattutto nel finale) solo un profondo senso di sgomento, tristezza e solitudine per la condizione di essere umano falciata dall'orrore intrinseco, distrutto dalla sua stessa ottusa arroganza, vilipeso nella sua incommensurabile fragilità.
Ancora
delle immagini tratte da alcune sequenze de La Notte dei Morti Viventi
Le spiegazioni scientifiche ci sono e sono tutte concrete, ben mirate, divulgate tramite il mezzo di comunicazione al tempo più all’avanguardia: la televisione. Dal punto di vista fantascientifico, Romero conferma una sorta di tacita ammirazione per i grandi classici della SF hollywoodiana motivando la catastrofe con le radiazioni provenienti da una sonda inviata su Marte. Questo ricollega alla lontana il film con un grande classico (La Guerra dei Mondi, di Byron Haskin) e, soprattutto, con il grande capolavoro di Don Siegel, L'Invasione degli Ultracorpi. Di quest’ultimo è evidente l’influenza, oltre che per la fotografia abbacinante e dai contrasti nettissimi, anche per il forte accento su un'America ancora sconvolta dalla Guerra Fredda, scossa dalle paure di nemici subdoli che siedono al nostro fianco, all'angolo della strada. Ma le influenze fantascientifiche, riflettendo, si erano già ampiamente manifestate nei primi passi registici del giovane Romero, con The man from meteor e Heart Bottom. Tutta la sua opera possiede, però, altri elementi estranei al fantastico che si incastrano meravigliosamente negli agghiaccianti affreschi da lui ideati. La società e le sue contraddizioni (tutta la trilogia, La città verrà distrutta all’alba), la paura del diverso e la sua emarginazione (Wampyr), l’intrinseca perversità umana che miete vittime tra animali e uomini (Monkey Shines), la perdita di personalità/identità dell’ uomo moderno (Bruiser). Non mancano ovviamente splendidi esempi di horror da intrattenimento (a tratti anche comico), con il solo scopo di terrorizzare e divertire lo spettatore: ne saranno splendidi esempi Creepshow, Due occhi diabolici, La metà oscura. In una veloce carrellata si può considerare La città verrà distrutta all'Alba come un ipnotizzante "disaster movie" che racchiude in sé una spietata accusa all’ottusità delle forze dell’ordine, alla ridicola e cieca obbedienza, al totale annullamento della personalità pensante in favore di un appiattimento e di una massificazione dell’individuo. Angoscioso e malsano, The Crazies si scaglia violentemente contro la società, che nel film viene infettata da un virus sperimentato a scopi ignoti dalla comunità scientifica (probabilmente per una guerra batteriologica). L’uomo, vittima di se stesso, dei suoi errori e delle sue autolesionistiche ambizioni, soccombe alla tragedia del virus scatenando i peggiori istinti immaginabili, arrivando a svilire la propria essenza con omicidi, parricidi ed incesti. David Cronenberg, altro grande maestro dell’orrore interiorizzato, sarà fortemente influenzato dal film per il suo splendido Rabid (1976).
Alcune
immagini tratte da La Città verrà distrutta all'Alba (The
Crazies)
Wampyr, del ’77, è una originale ed elegante parafrasi del concetto di diverso, di "outsider", figura dominante del cinema di Browning e Whale. Romero, in una sorta di affettuoso tributo al passato, modifica la concezione di diverso in un qualcosa di prettamente medico/patologico, con una brusca svolta a tutta la costruzione paranormale fatta fin allora sul vampiro. Martin, il giovane protagonista della vicenda, è un normalissimo ragazzo di provincia americana (Pittsburgh, guarda caso), affetto da un disturbo mentale che lo porta ad una sorta di morbosa attrazione verso il sangue (schizofrenia/necrofilia). Questo male, inizialmente represso dal giovane, vedrà un'acutizzazione ed una degenerazione a causa del suo gretto e superstizioso zio, convinto di avere a che fare con un vampiro proveniente da una antica e maledetta famiglia transilvanica. Wampyr possiede un ritmo volutamente lento, a tratti quasi onirico, a voler enfatizzare la vita provinciale tanto cara al regista, che si dilata e si contrae nelle sequenze degli omicidi. Questi ultimi, sublimati da qualsiasi enfasi violenta, sembrano più poetici ritratti della sofferenza interiore di Martin, disgustato dal dover uccidere ma costretto a soddisfare il suo incontrollabile bisogno di sentire il sangue su di sé. Il tutto con una fotografia volutamente "bruciata", una focalizzazione sul rosso predominante ed un montaggio denso di primi piani spiazzanti. Morbosamente erotico, Wampyr sembra quasi un film contro il razzismo in senso assoluto, tanto è forte l’accusa contro il sordo oscurantismo e la squallida diffidenza verso l’uomo diverso e bisognoso di aiuto. Martin non è che una vittima, e come tale decide di assoggettarsi alla sua ridicola condizione di "mostro-vampiro" per alleviare le sue pene interiori. Romero comparirà anche in un breve e divertente cameo nella parte di un sacerdote: l’abitudine di comparire fugacemente nei suoi film sarà poi una divertente costante.
Alcune
immagini tratte da Martin (Wampyr)
Zombie, dell’anno successivo, e Il Giorno degli Zombie, di sette anni dopo, confermano entrambi le considerazioni fatte per il capostipite della Trilogia, amplificandone i risvolti splatter e, soprattutto, enfatizzando ancora (se possibile) quella matrice sovversiva e politica che ha sempre contraddistinto il regista del Bronx. Due indubbi capolavori che guardano da due punti di vista differenti lo stesso tipo di triste e pessimistica considerazione: i mostri siamo noi, lo zombie non è che una rappresentazione della corruzione umana. Per Romero i mostri siamo noi, con la nostra falsa civiltà, con i nostri falsi costrutti morali che non fanno altro che vacillare e fallire miseramente ogni qualvolta se ne presenta la minima occasione. L’istinto umano è tra le cose più agghiaccianti che Dawn of Dead può mettere in scena: è l’istinto della sopravvivenza, squallido e disgustoso, sempre presente, svetta quasi come vero protagonista della pellicola. Lo zombie, come essere oramai declassato a mostro antropofago senza il minimo barlume di coscienza, moralità e raziocinio, sembra quasi giustificabile nel suo rozzo istinto omicida. Dei vivi non si può dire altrettanto. Ancora nel pieno delle proprie facoltà mentali, del proprio controllo sulla moralità e sulla coscienza, gli uomini sembrano irrimediabilmente perdere tutto in una sorta di folle spirale fratricida che li vede scannarsi e spararsi addosso; tutto solo per mere questioni di conquiste territoriali e di potere. Nella memorabile scena iniziale del dibattito televisivo, gli scienziati continuano a vacillare, a perdere il raziocinio e la lucidità che dovrebbe contraddistinguere la scienza; il tutto si riduce ad una ridicola farsa da "talk show" dove ognuno parla coprendo il pensiero e le considerazioni dell’altro, senza arrivare praticamente a nulla. Appare ancora il fantasma di una scienza goffa, spesso corrotta e inconcludente che avevamo già vissuto in The Crazies.
Alcune
immagini tratte da Zombie (Dawn of The Dead)
Simpatico il cameo romeriano proprio nei panni del regista della trasmissione televisiva affiancato dall'attuale moglie, Christine Forrest, nelle vesti della sua assistente nello studio. Il supermercato, simbolo estremo di globalizzazione, consumismo e massa, viene totalmente assediato da una banda di razziatori in moto, dei "mostri" di cinismo e prepotenza che cadranno vittima della loro stessa arroganza. Fotograficamente simile a Wampyr, Zombie tiene lo spettatore ipnotizzato e inorridito dall’inizio alla fine grazie alla leggendaria atmosfera da incubo che domina la pellicola, ed allo straordinario lavoro di Tom Savini (qui anche attore). Quest’ultimo, uno dei massimi esperti di effetti speciali di make-up della storia del cinema, rende lo splatter una sorta di protagonista aggiunto, mai fine a se stesso, sempre coerente con la scelta realistico-metaforica voluta da Romero. Savini svolgerà un compito forse ancora più straordinario ne Il Giorno degli Zombie, dove i suoi virtuosistici animatronics, innovativi per l’epoca ed efficacissimi tutt’ora, esaltano ancor di più la poetica di orrore pessimistico propria del regista, razionalizzandone particolari, fattezze e efferatezze in un'agghiacciante carrellata di intestini, cervelli e affini. Day of the Dead è il film della maturazione "zombesca": Romero sembra oramai essere quasi amico dei morti viventi, li studia, li alleva, cerca di trarre il meglio da loro con una chiara identificazione nell’anziano Dott. Logan. Questi si rivela la figura più carismatica del film, così dedito alla causa della scienza e così ostacolato dalla solita ed irritante ottusità militare. La figura dello zombie da lui battezzato "Bub" è straordinaria, e Romero ne fa un ritratto commovente dandogli un'umanità totalmente assente nei cinici e rozzi soldati che gestiscono il bunker. Curiosamente, il libro che il dottore regala a Bub è Salem’s Lot, di Stephen King (un simpatico tributo allo scrittore), ed il regista stesso comparirà nella ributtante scena finale dell’orgia cannibalistica, nelle vesti di uno zombie avvolto da un plaid. Ancora una volta folgorante la fotografia del maestro, così cruda, claustrofobica e grigiastra, come ad esaltare la sensazione di lerciume (effettivo e figurato) presente in tutta la pellicola.
Alcune
immagini tratte da Il Giorno degli Zombie (Day of The Dead)
Come si è detto Romero è anche un regista di horror apolitico quando vuole; soprattutto è evidente l’approccio da "fan" che ha nei confronti della letteratura e del fumetto horror. Creepshow, dell’ 82, diverrà un simbolo per tutta la collana di fumetti Tales from the Crypt, in un elegante mix di horror e humor nero che influenzerà un altro grande talento che risponde al nome di Sam Raimi. Senza prendersi mai troppo sul serio, Creepshow regala momenti di puro e terrorizzante divertimento segnando indelebilmente il decennio degli ’80. I fumettosi episodi sono sceneggiati con gusto da King, che compare anche nelle comiche vesti del bifolco Jordy (un ritorno alla fantascienza anni ’50). Splendido il ritorno ai temi fanta-horror con Monkey Shines, datato 1988. Agghiacciante storia di "transfert psicologico" tra un giovane disabile in carrozzella e la sua assistente-governante, una graziosa scimmietta di nome Ella. La pellicola mostra i consueti tocchi da grande maestro a cui Romero ci ha oramai abituato: ritmo incalzante, sequenze mozzafiato, virtuosismi con la m.d.p. a spalla, nella visione in soggettiva della scimmia, e molto altro. Monkey Shines è una vera e propria macchina da spavento, ma ancora una volta il regista non si accontenta di girare "solo" un ottimo thriller. Romero esalta la teoria darwiniana uomo/scimmia come viatico per ribadire il suo concetto di violenta "animalità" dell’uomo, sopraffatto dai suoi stessi istinti che giacciono silenti sotto una fittizia patina di civiltà e progresso. Il giovane paraplegico protagonista della storia è circondato da individui ipocriti e sadici, ed è ancora una volta vittima della scienza senza scrupoli, rappresentata da un giovane ricercatore universitario drogato. Questa figura di "mad doctor" si rivelerà abbastanza simile a quella del Dott. Logan de Il Giorno degli Zombie, anche se con toni più cinici: del resto non è la prima volta che il newyorkese si scaglia contro tutta una serie di punti di riferimento della società americana, tra cui una subdola comunità scientifica.
Alcune
immagini tratte da Creepshow
Intanto,
il quesito inizialmente posto per l’opera prima del regista si va
facendo sempre più enigmatico: cinema horror o di fantascienza?
La risposta è soggettiva, ed in questa sede può sembrare
allarmante nelle sua banalità: sia l’uno che l’altro.
L’opera del regista del Bronx è talmente complessa, le sue
influenze sono tali e tante, da non poterla classificare di netto con
una sola etichetta. E questo non fa altro che confermarne ancor di più
la grandezza. Romero omaggia Poe nel primo episodio di Due occhi diabolici
(1990), con risultati buoni considerando il taglio da cassetta del film:
si rivela forse un po’ scontato il finale, ma risultano assolutamente
efficaci ed evocative le rappresentazioni dell’aldilà viste
dal povero Mr. Valdemar, ucciso dalla moglie fedifraga e dal suo amante.
Bravissima Adrienne Barbeau, all’epoca moglie di Carpenter, che
aveva ottimamente recitato anche in Creepshow. Molto bello il
make-up e la fotografia creepy, che ricorda molto da vicino quella utilizzata
in Il Giorno degli Zombie. La Metà Oscura (1993)
è un ritorno all’amico King: sulla carta il film aveva tutto
il necessario per essere considerato un altro capolavoro, ma purtroppo
la realizzazione fastidiosamente televisiva ed un finale leggermente frettoloso
ne fanno un buon prodotto da cassetta, ma niente di più. Notevole
l’interpretazione di Timothy Hutton nel duplice ruolo dello scrittore
e del suo fratello malvagio. Dopo sette anni di varie vicissitudini Romero
gira Bruiser, sostenendo di aver avuto per la prima volta nella
sua carriera il totale controllo su soggetto, sceneggiatura e montaggio.
Paradossalmente non sembra che questa libertà abbia particolarmente
giovato alla qualità finale della pellicola, dato che probabilmente
questo incompiuto thriller rappresenta una delle opere meno riuscite del
newyorkese. Attori mediocri e stucchevolmente sopra le righe, piatto nel
ritmo e nella fotografia, inconcludente nel finale; Bruiser sembra
girato da Romero con la mano sinistra, magari legata. Il che è
tutto dire, dato il geniale soggetto che vede un’agghiacciante rappresentazione
della perdita di personalità dell’uomo medio contemporaneo.
Originale e visionario, non supera però la mediocrità, lasciando
i fan perplessi ed il resto del pubblico indifferente. Noi saremo ancora qui…da tempo, oramai, non c’è più posto all’inferno.
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