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"I miei film nascono per
essere rappresentati, e non per essere ‘letti’.
Nascono per immagini, e non per concatenazioni di storie.
Nascono per essere verosimili, ma non realistici."
Da Profondo Thrilling (Sonzogno, 1975)
Lo stile, le opere
Affermazione, quella sopraccitata, in apparenza
singolare se non addirittura criptica. In realtà, come presto vedremo,
si tratta della chiave fondamentale, della vera "quintessenza"
del cinema argentiano, in tutti i momenti della sua lunga carriera. Con
un vasto archivio di soprannomi, quali "Maestro del Macabro",
"Hitchcock Italiano", "Dario il Sanguinario", il regista
romano è riuscito nel corso di 35 anni di cinema a scrivere il
suo nome in un vero e proprio "Albo d'Oro" del cinema dell'orrore
di tutti i tempi. In realtà, l'orrore puro sarà abbracciato
dal regista in due soli (felicissimi) casi: Suspiria
ed Inferno.
Ma non se ne sente certo la mancanza, dato che Argento viene oramai universalmente
riconosciuto come uno dei grandi padri del thriller/horror, si per il
lato thriller-razionalistico che per quello horror-gotico. In entrambi
i casi dalla sua opera traspare prepotentemente la sua straordinaria personalità,
il suo stile raffinato ed originale, il suo background colto che appare
evidente, anche se fortemente filtrato e stravolto.
La visione del formato thriller per Argento è qualcosa di assolutamente
al di là di quanto visto fino ad allora; Mario
Bava, uno dei suoi grandi maestri ed amici, gli ha sicuramente trasposto
parte del suo patrimonio genetico per quel che riguarda la trattazione
del giallo. Nonostante Argento non ammetta con facilità le sue
influenze (anche se inconsce), appare abbastanza evidente il notevole
apporto dato dal regista sanremese alla fase iniziale della carriera argentiana,
dove Bava aveva raggiunto il cosiddetto "punto di non ritorno"
in Italia. La trilogia degli "animali" (L'Uccello…,Il
Gatto…,Quattro mosche…) ne è l'esempio più lampante,
dove la gestione del plot e delle tensioni sono chiare evoluzioni di quanto
visto in capolavori del thriller baviano, come Sei Donne per l’Assassino
e La Ragazza che Sapeva Troppo. Altri aspetti più prettamente
estetici, in particolare per quel che riguarda le estremizzanti e quasi
"documentaristiche" uccisioni, sembrano invece essere più
patrimonio del Bava di Reazione
a catena, con tutte le evoluzioni e personalizzazioni che andremo
ad analizzare in seguito.
Da
sinistra due immagini tratte da L'Uccello dalle Piume di Cristallo e Inferno
Considerare Argento solo un "primo
della classe" nella lezione di Mario Bava è, però,
alquanto limitante. C’è un'altra grossa influenza e viene
dall'oltre manica, ovvero da un sommo maestro del cinema di tutti i tempi,
tale Alfred Hitchcock. Le analogie con quest'ultimo appaiono evidenti,
soprattutto riguardo alcune chiavi psicologiche usate da Argento per disegnare
i personaggi (in particolare i suoi assassini). Il regista romano non
ha mai accettato questo tipo di confronto, sostenendo acutamente la radicale
lontananza stilistica del suo cinema (sempre aggressivo e libertario)
da quello di Hitchcock (solenne e rigoroso). Ma le similitudini in fase
di scrittura del soggetto rimangono, e più che mai sono evidenti
nei moventi dei celebri "murder" argentiani.
Il suo splendido esordio, L'Uccello
dalle Piume di Cristallo, è la classica dichiarazione di intenti.
Un punto di partenza dove tutta la poetica argentiana prende forma e si
plasma su alcuni elementi ricorrenti, costituenti basilari di tutto il
suo cinema: lo sguardo, il suono, il dettaglio.
Su tutti questi "coprotagonisti" Argento tesse un'intricata
tela di ricerca, presentando al pubblico il primo dei tanti testimoni
involontari al delitto: Sam Dalmas, interpretato dall'ottimo Tony Musante.
Vittima di una memoria traditrice, Dalmas cercherà fino alla fine
di ripescare dal subconscio il particolare chiave sfuggito al ricordo
evanescente; un fondamentale dettaglio visivo. Sarà un altro particolare,
stavolta sonoro, ad aiutare lo scrittore (e lo spettatore) a riconoscere
il vero assassino.
Ma gli esempi continuano: la simbologia del quadro (e quindi dell'arte
in generale) come catalizzatore delle traumatiche reminiscenze di Monica
Ranieri, prima di una lunga serie di psicopatiche deviate che affolleranno
le storie del nostro. Le voci cupe e inquietanti dell'assassino al telefono,
le magnifiche e disturbanti soggettive del killer in azione (un altro
vero marchio di fabbrica del cineasta romano), il continuo e creativo
uso di flashback per suggerire senza mai svelare.
Alcune
immagini tratte da Inferno
Tecnicamente già complesso,
L'Uccello
dalle Piume di Cristallo è infarcito di bruschi e netti passaggi
da piani americani a primissimi piani, con una fotografia del giovane
Storaro basata sulle luci biancastre ed abbacinanti per alcuni interni
(galleria d'arte e commissariato), in contrasto con una limpida e calda
solarità per l'appartamento dello scrittore Dalmas e per la casa
di Ranieri. Quindi, una freddezza quasi "ambulatoriale" per
il crimine (l'antro della memoria è sempre asettico), contro una
luce naturale ed avvolgente, ad indicare certezza (Dalmas) e scoperta
della verità (Ranieri e moglie). Un agile montaggio e numerose
ricercatezze nei punti di ripresa inusuali della m.d.p. fanno di questo
thriller un vero cult movie, frequentemente citato e scopiazzato in vari
film degli anni successivi.
L'anno successivo uscirà Il
Gatto a Nove Code, godibilissimo giallo, nonostante alcune palesi
incoerenze nella sceneggiatura. E da questa seconda opera che, infatti,
cominciano a delinearsi più nettamente alcune lacune nella coerenza
narrativa e qualche inadeguatezza nei dialoghi, difetti che si amplificheranno
negli anni. Si denota già appieno quanto i personaggi argentiani
siano spesso marionette "usa e getta", utili soprattutto alla
rappresentazione di immagini più che alla vera costruzione di storie
ed all'approfondimento psicologico. Molto legato agli schemi americanizzanti
del giallo/thriller d'azione, con una marcata linearità nella sequenza
delitto-investigazione-scoperta, Il Gatto a Nove Code rimane
comunque un ottimo esempio di buon thriller a basso costo. Stupenda la
sequenza del cimitero, dove Argento mostra un quadro secco e asciutto
della morte, uno sguardo severo sul cadavere profanato di Bianca. Il cinema
come tramite per la rappresentazione drammatica di un corpo inerte e senza
vita, privo di ridondanze sentimentali, carico di muto dolore e sommessa
emotività. Il cinema come sguardo, come occhio; quello sguardo
che manca al cieco Arnò, secondo investigatore improvvisato della
filmografia argentiana. Quello sguardo deviato che Argento ci mostra ingigantito
nei primissimi piani della pupilla dell'assassino. Altri elementi ricorrenti
cominciano a lasciare un segno indelebile nello stile del regista.
Alcune
immagini tratte da Profondo Rosso
Quattro Mosche di Velluto Grigio
(1971), chiude la trilogia zoonomica riprendendo ed amplificando tutto
quello che si era già capito od intuito nelle due precedenti opere.
Ma non solo: vi troviamo espresse in maniera estremamente esplicita tutta
una serie di anticipazioni ai grandi capolavori successivi della carriera.
Qui Argento inizia la sua sperimentazione tecnologico-creativa del cinema
usando in un paio di sequenze chiave la Pentazet, una speciale m.d.p.
in grado di girare a migliaia di fotogrammi al secondo. Continuano le
suggestive riprese in soggettiva dell'assassino, e si evidenziano altri
particolari cardine del suo cinema. Per primo le ambientazioni nei teatri,
scenario della colluttazione iniziale tra il protagonista e l'oscuro figuro
occhialuto. Ritroveremo questo ambiente simbolico in Profondo
Rosso, Opera, Il Fantasma dell'Opera, solo per citarne
alcuni. Ma la sua valenza è anche metaforica, vista la spiccata
predilezione nell'utilizzo di prestigiosi attori di prosa nella filmografia
argentiana (C. Calamai, G. Lavia, G. Mauri, D. Nicolodi, E. M. Salerno,
F. Bucci solo per citarne alcuni). Il pupazzo che spia e fotografa la
suddetta colluttazione anticipa quello di Profondo Rosso, ma
ce ne saranno altri vagamente simili in Phenomena
e Non
Ho Sonno. Il concetto di trauma del passato che affligge l'assassino
era già presente in L'Uccello dalle Piume di Cristallo
e ci sarà anche in Profondo Rosso, Tenebre, Phenomena,
ma è palese l'eredità hitchcockiana di questo espediente
narrativo. Le quattro mosche del titolo (ma in realtà si tratta
di una sola) saranno le antenate di tutto il vasto campionario di insetti
in Phenomena.
Ai
lati alcune immagini tratte da Profondo Rosso, al centro il regista sul
set del film
Il batterista Roberto Fabiani (interpretato
dal monolitico Michael Brandon) è un altro investigatore per necessità,
una semplice marionetta, ingranaggio degli stilemi drammaturgici del soggetto.
Impacciato, inetto, irritante nella sua tardiva comprensione degli eventi,
rappresenta il definitivo segnale di graduale e progressiva disgregazione
del realismo nei soggetti di Argento, a conferma delle sue enigmatiche
dichiarazioni iniziali.
Altre particolarità come l'uso puntuale di flashback, i macchiettistici
personaggi che ruotano attorno al protagonista, e lo sguardo sempre più
analitico e sperimentale sulle uccisioni fanno di Quattro Mosche di
Velluto Grigio un avvincente thriller, che pecca però di qualche
ingenuità e incongruenza di troppo in fase di scrittura. Ma questo
sarà qualcosa a cui dovremo abituarci.
Il 1975 vede l'uscita di Profondo Rosso, sommo capolavoro, splendida
stella nel firmamento della filmografia argentiana. Senza indugio si può
considerare questo come l'apice più alto della carriera del regista,
forse eguagliato da altri stupendi lavori, ma mai superato. La complessità
di tematiche unite all'incredibile compattezza stilistica con la m.d.p
fanno di questo film un'esperienza unica, incorporando in sè un'impressionante
sequenza di tocchi da maestro e virtuosismi di vario genere.
Gli stilemi del thriller si sgretolano in un caleidoscopio di sguardi,
moltiplicati e divisi nella dimensione di ciò che sembra ma non
è, e di ciò che è senza sembrarlo. Il pianista jazz
Mark David, interpretato dal bravo David Hemmings (già con M. Antonioni
in Blow-up), incrementa la lista di investigatori per caso, tanto
cari al regista. Più scaltro e determinato dei suoi predecessori
(anche se fragile sotto altri punti di vista), intraprenderà un
vero viaggio nella follia per giungere alla verità nascosta dietro
il delitto della sensitiva Helga. Magnifica ed immaginifica la sequenza
iniziale della conferenza di parapsicologia; in un cupo teatro dove la
fotografia "trafigge", nel vero senso della parola, la pupilla
dello spettatore con tonalità tutte improntate ad un rosso aggressivo
e uniforme. I punti di vista della m.d.p. si sdoppiano, mostrando ancora
una volta la visuale dell'assassino in soggettiva mentre guarda ed è
guardato dalle altre persone in platea. La follia è vista dall'interno,
costringendoci a guardarla in una sorta di impotente stato di complicità
assertiva; lo sguardo tanto caro ad Argento si fa qui malvagità
e perversità. -"Sono entrata in contatto con una mente perversa
[…], tu hai già ucciso […], bisogna nascondere tutto,
la villa, dimenticare tutto […]"-. Queste sono le visioni che
la sensitiva Helga urla alla platea, mentre l'assassino abbandona indisturbato
la sua poltroncina; il regista romano riesce a controllare millimetricamente
l'intreccio narrativo, con una raffinata padronanza tecnica nel gestire
rivelazioni iniziali e micro-dettagli subliminali. Un soggetto geniale,
scritto in collaborazione con l'ottimo B. Zapponi, che serpeggia sinuoso
tra vecchie e oscure case, dipinti e nenie infantili, orrori sedimentati
tra mura polverose. Il collante del tutto sarà sempre e solo la
ricerca di Mark; il piacere/dolore di perpetrarla, sarà una costante
che ritroveremo in quasi tutte le opere del romano, particolarmente in
Suspiria, Inferno e Phenomena.
Alcune
immagini tratte da Suspiria
Continua, per Argento, l'utilizzo
creativo della tecnologia: la magica Snorkel, una piccolissima camera
ideata per filmare spazi angusti, diventa protagonista assoluta in alcune
leggendarie carrellate. Strettissimi primi piani su oggetti di tutti i
tipi (bambole, biglie, guanti, lavandini, pentagrammi) fanno il paio con
i già noti dettagli della pupilla. E' il trionfo del dettaglio,
ma non è mai fine a sè stesso: gli oggetti enormi (o ingigantiti),
sono una patologia tipica delle personalità schizoidi. Quella distruttiva
schizofrenia dell'assassino mostrata dal regista prima dall'interno e
poi dall'esterno, grazie al linguaggio metaforico dell'inquadratura.
Ma i simbolismi figurativi ricorrono soprattutto nei confronti del teatro,
antro "uterino" che accoglie e distrugge senza pietà
tutti i suoi più grandi nomi italiani. Tra colpi di accetta, ustioni
nell'acqua bollente, denti fracassati e schiacciamenti vari, Argento svela
il suo rapporto conflittuale con il palcoscenico in un tripudio di splatter
espressionista, morbosamente voyeuristico ma mai volgare.
La parabola di follia tocca oramai l'apice supremo, in una discesa a capofitto
nel razionale-iperrazionale-irrazionale-delirio: Mark viene avviluppato
da uno splendido carrello circolare nell'ultima sequenza, dove ripensa
intensamente al suo ingresso nella casa della prima vittima, cercando
di ripescare nell'inconscio il particolare del quadro che gli era sfuggito.
Argento si prende il lusso di ingannare il pubblico per tutto il film,
ed in più occasioni: l'omicidio di Giordani, nella sua casa, sfoggia
un turbinio di controcampi sequenziali che disorientano lo spettatore,
illudendolo di poter capire dove si trova l'assassino. Ma quest'ultimo
sarà proprio nel posto più classico e meno probabile tra
tutti quelli che il regista suggerisce. Ma, tra i vari "bluff",
quello supremo arriva proprio nei primi 15 minuti, dove il regista arriva
addirittura a svelare esplicitamente il volto dell'assassino a casa di
Helga: la natura dell'inquadratura argentiana giunge fino a questo sommo
rischio, un gioco di prestigio riuscito alla perfezione.
Spiazzando le supposizioni iniziali, il regista sceglie di girare le location
esterne nella città di Torino, ricordando una sua visita in gioventù
nel capoluogo piemontese. Filtrata dal suo sguardo, la metropoli ha l'aspetto
di una giungla di orrori (come si vedrà spesso in altre sue opere),
ma anche una protagonista aggiunta, un'entità viva che osserva
immota i destini dei suoi abitanti, gli orrori perpetuati dagli assassini
e le coraggiose gesta dei protagonisti.
Impossibile non citare la straordinaria colonna sonora firmata dai Goblin
e dal jazzista Giorgio Gaslini.
I primi, con un elegante e tecnicistico jazz-rock, saranno un fondamentale
filo conduttore a sostegno dell'immagine. Indimenticabile il brano dei
titoli di testa, con un riff di basso e chitarra che è oramai entrato
nella leggenda. Semplicemente straordinario tutto il resto, ad accompagnare
le sequenze più truculente e più meditative della vicenda.
Alcune
immagini tratte da Suspiria
Il secondo si occuperà delle
sezioni prettamente jazzistiche disseminate nella storia: da notare il
blues che Mark suona in contemporanea con l'irruzione dell'assassino nella
sua casa, con un'alterazione della scala pentatonica che aumenta a dismisura
la tensione già amplificata dai continui cambi di inquadratura
tra ambiente, note sul pentagramma e viso del pianista. Non solo un esercizio
di stile, ma autentica scuola di cinema.
Dopo tutto questo turbinio di uccisioni, colpi di scena e tocchi da maestro,
il film termina in un contemplativo silenzio. Mentre scorrono i titoli
di coda, Mark si specchia in una pozza di sangue, quel profondo "rosso"
perpetuato per tutta la pellicola. E' tempo di voltare pagina per il regista,
lasciandosi alle spalle per alcuni anni il thriller razionalistico e le
sue leggi. Un lungo viaggio ci aspetta nell'orrore puro, e la prima tappa
sarà la gotica e occultistica Germania.
Il 1977, infatti, sarà l'anno di Suspiria, vagamente ispirato
nel titolo e nel soggetto da Suspiria De Profundis dello scrittore
inglese Thomas De Quincey (1785 - 1859). Il film rappresenta infatti il
primo capitolo di una trilogia incompiuta (per ora) che vede come filo
conduttore Le Tre Madri, dislocate in tre importanti capitali mondiali.
Se prima emergevano incostantemente alcuni (forse) voluti distacchi dalla
logica e dalla verosimiglianza del plot, adesso Argento si prende il lusso
di ignorare quasi completamente quest'ultimo tuffandosi/ci in un vortice
di irrazionalismo gotico con una spiccato e suggestivo sapore fabulistico.
Ed è questa, infatti, la chiave di interpretazione genericamente
adottata per analizzare un film come Suspiria: la favola nera, il lato
splatter di Biancaneve, la strega cattiva vista da vicino. E di streghe
ne vedremo tante, ma soprattutto ne percepiremo la presenza. Il film infatti
riesce con ineguagliata maestria a far convolare a nozze due mondi tanto
diversi ma tanto vicini nella concezione dell'orrore moderno: il suggerire
senza mostrare, ed il mostrare senza suggerire. Cominciando già
dalla prima sequenza, dove l'attonita Susy Bannon (Jessica Harper) percepisce
il terrore anche nel banale atto di raggiungere la porta automatica dell'aeroporto
di Friburgo, dove è appena atterrata. Preceduta da una voce fuori
campo dello stesso Argento, rimarcando ancor di più il clima fiabesco
da “C'era una volta...". Il seguito
della storia si svilupperà come una sorta di incubo ad occhi aperti,
e ritroveremo questo clima onirico ed impalpabile anche in Inferno,
secondo capitolo della trilogia. Una sequela di splendide gemme sono disseminate
nel soggetto, partendo ancora una volta dal dettaglio rivelatore dell'iris
blu svelato già nei primi dieci minuti iniziali, che farà
da filo d'Arianna per condurre Susy alla scoperta dell'orrore celato nel
cuore della scuola.
Leggendaria la fotografia e l’uso del colore usato in questa pellicola:
grazie ad una vecchia Kodak di importazione cinese, particolarmente duttile
e rara, il direttore della fotografia Luciano Tovoli riesce a creare effetti
straordinari sui colori. Tonalità nette, fortissime, volutamente
innaturali, ammantano questa favola nera di una luce ancora più
crudescente e macabra, mentre le cangianti gelatine sulle luci dipingono
un ambiente che esiste solo nella nostra mente, nell’immaginario
di un incubo. Quell'ambiente di terrore che si nutre delle ancestrali
paure infantili (streghe, pipistrelli, buio e corridoi), ma che sovverte
drasticamente tutte le leggi che fino ad allora Argento aveva minuziosamente
studiato e sviluppato nel suo cinema. Ora i punti di vista delle minacce
non ci sono più, sono letteralmente sgretolati sotto tutta una
serie di punti di osservazione "impossibili" e innaturali. L'astrattismo
della rappresentazione dell'orrore la fa da sovrano, lì dove la
ragazza vittima del primo omicidio guarda attraverso il vetro una sorta
di buio "nulla", un abisso del terrore appena percepito dove
emergono due occhi sospesi nel vuoto. Ancora una volta l'attacco è
proprio dove non pensiamo che sia, con un intangibile braccio che rompe
il vetro schiacciandole violentemente la faccia contro.
Alcune
immagini tratte da Suspiria
Un discorso analogo va fatto per
la celebre scena girata a Monaco, in una celebre piazza: qui Argento torna
a giocare con la m.d.p inventando una sorta di effetto "a sgancio
di bomba" per mostrare in soggettiva l'attacco del grifone ai danni
del cieco Flavio Bucci. Anche qui la minaccia proviene proprio dal punto
più improbabile. L'irrazionale in funzione della natura si espande
sempre più, fino ad arrivare ad una pioggia di vermi, i fratellini
maggiori delle larve necrofaghe che ritroveremo in Phenomena.
Continuano gli ossessivi primi piani su oggetti di comune arredo, trasformati
in muti testimoni del terrore quando sono visti dallo sguardo argentiano:
lavandini, lumi, finestre, specchi e pesanti tendaggi contribuiscono a
ricreare una sorta di decòr vagamente goticheggiante che rimarrà
uno dei cardini stilistici di questo film. Ma Suspiria rappresenta
anche la definitiva, dichiarata e irreversibile inclinazione di Argento
verso la coreografizzazione della morte. Ecco fluire da ogni sequenza
di omicidio una vera e propria estetica della macellazione, una magnificenza
della disgregazione corporea, una poesia di sangue e morte. Ritorna, sottilmente
mutuata, la baviana destrutturalizzazione corporea che era già
concreta e tangibile in Profondo Rosso, ma che ora si fa addirittura
programmatica e rappresentativa dell'approccio visuale di Argento.
L'idea originale del soggetto era di popolare l'accademia di bambine,
che sarebbero state torturate ed uccise dalle steghe-maestre. La produzione
bocciò seccamente l'idea considerandola davvero troppo cruenta,
ed imponendo una sostituzione con giovani aspiranti ballerine; ma rimase
l'idea germinale, visto che il regista decise di porre tutte le maniglie
delle porte molto in alto rispetto al normale, proprio per rendere un'idea
di "piccolezza" delle protagoniste. Del resto Argento ha dichiarato
apertamente di essere sempre stato terrorizzato dalle streghe quando era
bambino, ed in particolare da Biancaneve e i sette nani. Impossibile non
citare la stupefacente colonna sonora, un altro capolavoro dei Goblin,
stavolta con la collaborazione dello stesso regista: rantoli, sussurri,
nenie macabre ed irreali fanno il paio con l’onirica scenografia,
sancendo un connubio di difficile ripetizione nella carriera argentiana.
Indimenticabili le interpretazioni di due grandi nomi del cinema del dopoguerra,
Alida Valli e Joan Bennett, le quali esibiscono ancora con disinvoltura
il loro fascino ed il loro talento multisfaccettato. Due caratterizzazioni
così malvagie ed infernali da avvalorare ancor di più l’atmosfera
colta e middleeuropea del film, con tanto di citazioni latine e riflessioni
sul dissidio bene male.
Alcune
immagini tratte da Inferno
La malefica trilogia delle Madri
continua con Inferno (1980), altro stupendo capitolo nella carriera
del regista romano. Qui viene definita con maggiore precisione la mitologia
ed il simbolismo legati a questa terrificante triade, così come
ne vengono esplicitamente attribuite le dimore: Mater Sospiriurum in Friburgo,
Mater Lacrimarum in Roma e Mater Tenebrarum in New York. Quest'ultima
città sarà la sede di lavorazione del film: qui il regista
racconta di aver trascorso deliranti giornate letteralmente barricato
in una stanza dell'hotel St. Moritz, dove tutto sembrava così ossessivamente
opprimente. E' probabile che buona parte dell'atmosfera claustrofobica
del film derivi da quest'esperienza.
Il numero tre, esoterico e magico, viene suggestivamente utilizzato per
parallelismi con le più celebri figure mitologiche; quindi tre
Madri come tre Furie, tre Grazie, tre Muse.
Il concept del film è, al contrario di Suspiria, tutto
incentrato sul concetto di "sotto". Tutto è celato verso
il basso, per tutta la durata del film i personaggi continuano a scendere,
nella ricerca forsennata di un'identità, di un tassello mancante,
di un dettaglio che si rivela sempre ignobile, putrescente e mortale.
La scoperta della verità tanto cara all'Argento degli anni ’70,
la chiave del terrore di cui si è definitivamente appropriato,
si trova stavolta "...sotto la suola delle tue scarpe...". Il
meccanismo della citazione letteraria iniziale (anche stavolta del De
Quincey), sarà ripreso in modo completamente decontestualizzato
nel successivo Tenebre, tramandando l'oramai esplicita reverenza
argentiana nei confronti della radice letteraria del terrore. Come valore
aggiunto, in Inferno viene perpetrato ancor di più il
clima di colto esoterismo, tra superbe citazioni in latino e occultismo
gotico già felicemente inaugurati in Suspiria. Dove quest'ultimo
terminava tra fiamme purificatrici, qui la simbologia dell'acqua sembra
piuttosto dominante, come a richiamare ancora l'ispirazione alchemico-aristotelica
del soggetto. La prima sequenza, che vede protagonista Rose, è
da antologia: la sua ricerca, già guidata dal senso dell'odorato
(le dimore delle Madri sono sempre maleodoranti), si volge sempre più
verso il basso, fino alla definitiva immersione in quella sorta di tombino-uterino
dove sembra quasi bearsi del suo stato pseudo-fetale nel liquido acqueo-amniotico.
Ma ecco che, ancora una volta, Argento sovverte tutte le carte, tutte
le supposizioni e tutte le certezze: il cadavere in putrefazione che ne
compare è lo stato avanzato del suo cinema, oramai in un transfer
di tale profondo simbolismo da non temere più nessun tipo di parvenza
razionale. Sarà questo infatti il "link" a quello stato
di incubo che ritroveremo, sviluppato in direzioni vagamente similari,
anche nel terrificante Phenomena.
Sotto una violenta pioggia (come in Suspiria), un altro tassista-Caronte
accompagna l'ignara Sara (Eleonora Giorgi) nella tana del male: una cupa
e sinistra biblioteca filosofica. Nella sequenza successiva si percepisce
quanto il concetto di orrore per Argento sia definitivamente votato all’astrattismo
onirico. Sara, fradicia di acqua(qui elemento malvagio), percorre i bui
locali della biblioteca, popolata da pochi e inquietanti studiosi, e dopo
aver chiesto al bibliotecario trova subito, in uno degli scaffali più
visibili, il libro delle Tre Madri. Ma la biblioteca è in chiusura
e Sara cerca l’uscita, un uscita che è collocata ovviamente
"giù"; sbagliando porta si ritrova in una sorta di antro
alchemico. L'alchimista, di cui non si vede mai il volto ma solo le raccapriccianti
mani nodose ed uncinate, sembra assorto nella preparazione di misteriosi
e ribollenti intrugli. Riflesso in uno specchio si accorge della presenza
del libro stretto nella mani della ragazza e la costringe a darglielo
dopo averla quasi sfigurata nel liquame bollente. Le connotazioni del
sogno sono qui tutte fortissimamente presenti, come lo sono tutte le ossessioni
argentiane di specchi traditori, terrori infantili, barocchismo spinto.
Alcune
immagini tratte da Tenebre
Notevole e personalissimo sul piano
tecnico, Inferno delizia e martorizza l'occhio con bruschi zoom,
compositi e sfasati, evidenziando dettagli all’apparenza insignificanti
ma non per questo meno disturbanti. In contrapposizione, lente carrellate
e piani sequenza inducono lo spettatore allo sguardo di ricerca, e non
più di testimonianza come in Profondo Rosso, a mostrare
senza svelare l’atroce verità sepolta "in basso"
ma che si erige solenne e magniloquente nell’edificio costruito
dall’architetto Varelli. La m.d.p si ritaglia ancora una volta il
ruolo di protagonista dell’orrore, si fa essa stessa paura trasformandosi
in un'onda sonora che si insinua nei condotti cavi del malefico edificio,
nella sequenza in cui la Contessa Elize (un'ipnotica Daria Nicolodi) rivela
a Mark di essere a conoscenza delle Tre Madri.
Una fotografia sontuosa e barocca, diretta discendente di quanto si era
visto in Suspiria, spadroneggia avvolgendo i personaggi-fantoccio
di una luce irreale e sinistra. Gli interni, bui e minacciosi, non sono
altro che anticamere di un abisso dell’irrazionale; verdi smeraldo,
rossi rubino e blu cobalto…luci cangianti e sinistre lasciano ancor
di più un solco indelebile nell'ossessiva e personalissima visione
di decòr kitsch e barocco che tanto hanno contraddistinto Argento
in Suspiria, e che ora diventano un ulteriore marchio della sua
sensibilità.
Ritroviamo ancora una volta una cura maniacale per il sonoro, ed una capacità
associativa tra terrore e suono assolutamente fuori del comune. I cupi
rimbombi e i sinistri rumori si fondono con un terrorizzante e "lugubre"
Nabucco di Verdi mentre, sull'altro versante, Keith Emerson compone uno
dei migliori lavori della sua carriera con una sorta di solenne rock-prog
sinfonico, assolutamente originale ed affascinante. Gli animali continuano
a spadroneggiare nell’universo argentiano: topi vendicatori nei
confronti del cupo Kazanian, gatti assassini e, soprattutto, formiche
“guida” per l’inespressivo Mark (un’altra anticipazione
di Phenomena). Ma più di ogni altra cosa continua a crescere
smisuratamente la massa di irrazionale presente nel cinema argentiano:
la morte di Kazanian è ai limiti dell'autoironico, con il cuoco
che invece di soccorrere lo sventurato vecchio lo trucida con il coltellaccio
da cucina. La patologia di un cinema “impazzito” è
oramai evidente, così come il focus del regista, forse anche inconscio,
verso l'essenza dell'orrore, sgravato da ogni tipo di riconducibilità
logica. Un montaggio secco e millimetrico stacca violentemente su vittime
impiccate che ancora si dimenano, gatti che divorano topi, fauci canine
che sminuzzano carne umana. Il regista non può spingersi più
in là, è questo il limite oltre il quale rischia di perdere
contatto con la realtà e con il suo pubblico. Ma questo non accadrà
ancora, non nei prossimi 6 anni.
Alcune
immagini tratte da Phenomena
Lasciandosi alle spalle buio, streghe,
occultismo e soprannaturale, Argento volta pagina tornando alle origini
del suo stile e dei suoi mezzi espressivi con Tenebre (1982),
ultimo vero grande thriller scaturito dall'occhio della sua m.d.p. Ritorna
la citazione letteraria all’inizio della pellicola, e tutto il manierismo
tipico delle leggi del giallo. Ma Tenebre non rappresenta solo
un ritorno al razionale puro, all’assassino in carne ed ossa mosso
dagli oramai tipici traumi del passato; rappresenta anche il totale cambio
di registro nei confronti del "look" dell'immagine. Lì
dove era tutto buio, o al massimo inframezzato da irreali e macabri elementi
cromatici ora tutto è alla luce del sole (in contrapposizione con
il titolo), girato in una Roma inesistente fatta di strade deserte ed
assolate, stanze bianche e ville lussuose. Il post-modernismo dilaga,
in una location suggestiva quanto insolita per un thriller di questo tipo
(il quartiere dell’Eur a Roma). Pieno zeppo di piani americani e
riprese in campo lungo per gli interni, in una sorta di continua ricerca
della "spazialità" dell’inquadratura, Tenebre
si distingue anche per un moderato uso di un'altra speciale m.d.p chiamata
Louma. Sorta di canna da pesca manovrabile a distanza con appositi volantini,
viene usata in un lungo piano sequenza su un edificio, con movimenti della
macchina tanto fluidi quanto innaturali e fini a sè stessi. Per
la prima volta, forse, la sperimentazione tecnica manca il rendez-vous
con l’ispirazione artistica, ma si tratterà di un episodio
sporadico. Il rimescolare le carte in ambiente thriller sembra un’attività
tutt’altro che conclusa per Argento: sbalorditivo il controllo della
tensione nella fase di scrittura del soggetto, molto suggestivo il biancastro
flashback a svelare gradualmente il trauma di natura sessuale, vero leitmotiv
del film. Ma più di ogni altra cosa risulta illuminante la disinvoltura
con la quale il regista fa subentrare un assassino ad un altro assassino;
il formato giallo è oramai riconducibile ad una sorta di fuga bachiana,
dove più voci si intrecciano, si rincorrono, si sdoppiano e si
uniscono, nella veloce e pirotecnica corsa verso quel famoso e lancinante
urlo di Daria Nicolodi nell’ultima sequenza del film.
Completamente basato sulla continua
rappresentazione di quello che non può essere ma in realtà
è, con tanto di celebre citazione di Arthur Conan Doyle:"Eliminate
l'impossibile e ciò che resta, per quanto improbabile, sarà
la verità", Tenebre non smette mai di stupire fino
alla fine. Il famoso giallista (un ottimo Anthony Franciosa), che mette
in pratica il soggetto del proprio best-seller come espiazione delle proprie
turbe, non è altro che la simbolica (e un pò freudiana)
rappresentazione dell’autore in senso assolutistico, della responsabilità
che egli deve avere in ogni momento della sua arte. Colui che scrive e,
nel caso di Argento, colui che dirige la scena, è l’unico
vero assassino, l’unico vero responsabile di tutti gli omicidi e
di tutto il sangue. Quest’ultimo viene stavolta usato in dosi particolarmente
massicce, in particolare nella famosa sequenza in cui viene amputato di
netto il braccio di Jane (Veronica Lario). Quando l’attrice divenne
moglie di Silvio Berlusconi, sembra che questi si sia addirittura adoperato
personalmente per censurare la scena da ogni copia esistente della pellicola.
Alcune
immagini tratte da Phenomena
Del 1985 è Phenomena,
altra meravigliosa e terrificante favola nera, che strizza contemporaneamente
l’occhio ad alcune suggestive peculiarità di Suspiria
ed all’imperante formato video-clip rockeggiante vigente in quegli
anni. Phenomena è un film pregevole ed affascinante sotto
diversi punti di vista, ad incominciare dall’ovattato oniricismo
presente che, purtroppo, non ritroveremo più nella carriera del
regista. Inoltre, risulta davvero ben bilanciato il contrappeso tra paranormale
e thriller razionale, sancendo ancor di più la dimensione di "maestro
del thriller-fantastico" per il regista romano. La giovane Jennifer,
così come Susy in Suspiria, sbarca nell'ombrosa e lussureggiante
Europa centrale con l’innocenza ingenua ed eroica tanto cara ad
alcune protagoniste argentiane. Qui però, oltre al ritratto di
una giovane eroina, si vanno a concatenare tutta una serie di fascinose
invenzioni sotto il segno di una natura viva e pulsante, e dietro il marcatissimo
meccanismo di favola nera pseudo-disneyana. Si definisce dettagliatamente,
ergendosi a vero co-protagonista della storia, il rapporto di Jennifer
con gli animali, e gli insetti in particolare. Argento li ha sempre considerati
bellissimi, studiando accuratamente un libro di entomologia prima delle
riprese. Questa sorta di amicizia-amore per i piccoli invertebrati viene
così elegantemente rappresentata tramite il potere telecinetico
di Jennifer, da arrivare quasi a sovvertire il comune senso di avversione
nutrito per queste bestiole. Per questo film ne sono state allevate oltre
un milione, tra mosche, lucciole, api, farfalle e scarafaggi. Le larve,
che porteranno la giovane americana nella casa dell'assassino, fanno il
paio proprio con quelle di Suspiria, mentre questa disneyana
antropomorfizazzione dello scimpanzé Inga sarà ereditata
anche dai corvi di Opera. Indimenticabile la sequenza iniziale,
con spettatrice una flora elvetica sontuosamente misteriosa e terrificante,
veicolo di tutte le più ancestrali paure adolescenziali: la solitudine,
il bosco, la casa, la scoperta dell’orrore.
Terrorizzanti e deliranti sono
i venti minuti finali, dove il simbolismo da incubo nell’assurda
(sotto tutti i punti di vista) casa di Mrs. Bruckner tocca vette raggiunte
forse solo in Inferno. Una strepitosa Daria Nicolodi tratteggia
generosamente questa sorta di madre Grimilde, spaventosa psicopatica,
ed il suo orrendo figlio (il nano Davide Marotta) da lei protetto fino
al punto da coprire gli specchi della casa per risparmiargli la contemplazione
della sua raccapricciante immagine. Il ritorno, anche se solo per un attimo,
della figura del pupazzo come elemento destabilizzante nel concetto di
paura, i corridoi biancastri, il disgustoso bagno nel putrescente liquame
cadaverico: tutta una sequela di simbolismi psicologici a sancire la duplice
condizione di favola e incubo. Magistrale il make-up del fido Sergio Stivaletti,
vero erede italiano di Tom Savini, che con questo film si farà
sempre più strada sia nella filmografia che nelle produzioni argentiane.
Rimarchevoli, seppur brevi, sono le interpretazioni del grande Donald
Pleasence (qui come Prof. McGregor), vera icona dell'horror americano
anni ’80, e del cupo Patrick Bauchau, ennesimo ispettore-marionetta
nella filmografia argentiana, questa volta più vicino al Giuliano
Gemma di Tenebre per la fine a lui riservata.
Notevole la colonna sonora, soprattutto per le musiche di C. Simonetti
e di B. Wyman, mentre i bruschi stacchi sul metal degli Iron Maiden e
dei Motorhead, per quanto molto discutibili, evolvono in maniera un po’
semplicistica ma efficace le sperimentazione musicali adottate dal regista
già ai tempi di Inferno.
Ai
lati alcune immagini tratte da Phenomena, al centro il regista sul set
del film
Ufficialmente considerato da buona
parte di critica e appassionati come l’ultimo, vero, grande lascito
argentiano, Phenomena è un film spartiacque a tutti gli
effetti: non segna solo la fine di un'era strepitosa e l’inizio
di un'altra molto più buia e discontinua, ma sancisce anche un
definitivo ritorno al giallo, con il (dis)continuo intento di rinnovare
il genere.
Opera (1987), ne rappresenta l'esempio più lampante. Qui
Argento si prende una sorta di quasi esplicita rivincita nei confronti
dello Sferisterio di Macerata che lo aveva precedentemente licenziato.
Quasi interamente ambientato in un teatro, scenario fortemente evocativo
per il regista, Opera mostra subito i suoi limiti dopo gli ottimi
venti minuti iniziali: diverse superficialità ed ingenuità
nel soggetto, recitazioni altalenanti e dialoghi spesso meccanici e artefatti.
Soprattutto si inizia a percepire una certa stentatezza nello sviluppare
un soggetto per più di un'ora di film, con conseguente amplificazione
delle inverosimiglianze (comunque sempre presenti nella filmografia del
regista), che qui formano un numero purtroppo cospicuo. Rimangono saldamente
ancorate alla struttura della sceneggiatura alcuni tipici stilemi argentiani
ma, contemporaneamente, quelli che erano i punti di forza del suo stile
diventano ora come micidiali boomerang.
Innanzitutto quell'ambiente teatrale a lui tanto caro viene qui splendidamente
fotografato, ma pessimamente ricostruito dal punto di vista della credibilità.
Inoltre, stavolta, sembra davvero che Argento indugi troppo alla rappresentazione
della morte sullo schermo, nei modi più fantasiosi ma contemporaneamente
più gratuiti possibili. Tra brutali tracheotomie, coltelli conficcati
in bocca, e pallottole che trafiggono le orbite sembra di assistere ad
una moderna rivisitazione di quanto visto in Profondo Rosso e
Suspiria. Ma mentre in questi ultimi la creatività dominava
lo sguardo, indirizzandolo verso una compiaciuta ma pur sempre motivata
truculenza, in Opera manca tutto questo, con un risultato quasi
paragonabile ad un B movie a basso costo. Rimangono comunque splendide
alcune carrellate e piani sequenza nel teatro, così come ottima
l’idea (quasi kubrickiana) degli spilli applicati agli occhi per
costringere Betty a guardare il sadismo dei delitti. Incantevoli ed evocative
le riprese sui lugubri voli dei corvi in platea, e sicuramente intelligente
(per quanto poco credibile) l’idea della loro ferrea memoria con
la quale riconoscono in sala il loro seviziatore, ovvero l’assassino.
Ancora una volta rimarchevole il lavoro di Stivaletti sui corvi animatronici
(uno dei primi a sperimentarne la tecnica in Italia), e sempre efficace
il lavoro di make-up del fido Germano Natali e del suo staff. Si percepiscono
anche influenze e tributi all'Hitchcock de Gli Uccelli per il
dualismo nell’uso dei volatili in chiave orrorifico-fantastica,
ma il finale in stile Heidi (forse ultimo retaggio di Phenomena)
risulta talmente fuori luogo, ridicolo ed irritante da lasciare disorientati
anche i più accaniti fans del regista romano.
Ai
lati alcune immagini tratte da Opera, al centro il regista sul set del
film
Opera rappresenta il tentativo
scomposto e forse anche pretenzioso di stravolgere ancora le carte sulla
"tavola" del giallo, pur mantenendo fede ai propri arsenali
stilistici, commettendo il primo vero passo falso nella carriera. Questa
sarà comunque la punta più alta di quella parabola tristemente
discendente che ha visto protagonista Argento negli ultimi quindici anni.
Due Occhi Diabolici del 1990 rappresenta un episodio abbastanza
estraneo nella carriera argentiana, pur conservando alcune caratteristiche
e spunti di interesse. Liberamente tratto dall'omonimo racconto di Poe,
non riesce a mantenerne le viscerali caratteristiche di "perdizione"
del protagonista (un istrionico e bravissimo Harvey Keitel) mettendo sì
in scena il tema della "necessità di sgravare l'anima da un
peso", ma decontestualizzandolo in uno ordinario formato thriller.
Per quanto magistrale conoscitore del genere, Argento non può stavolta
pretendere di ricondurre l’opera del geniale scrittore di Boston
ad un semplicistico meccanismo di omicidio-rimorso-scoperta, senza plasmare
in immagine il sentimento di lucida e delirante follia che il racconto
originale trasmette. Così come sarà in Trauma,
Il Gatto Nero subisce probabilmente la cattiva influenza di un
set ed un cast tutto statunitense, un budget elevato, ed una serie di
leggi del cinema americano dalle quali Argento era riuscito sempre a tenersi
alla larga, ma che stavolta sembrano attanagliarlo in una morsa di costipazione
creativa. L’uso di vari "topos poeschi" nell’attribuzione
nei nomi (Rod Usher, Eleonora) e nei contenuti (la raccapricciante scena
iniziale, direttamente desunta da Il Pozzo e il Pendolo), danno
all’intero episodio un climax da tributo piuttosto grezzo, appena
risollevato dall’ottimo ritmo e dalle (solite) pregevoli trovate
registiche.
Il 1993 sarà l'anno di Trauma,
anch'esso girato negli Stati Uniti con una certa larghezza di budget,
che inaugura la (invero piuttosto infelice) collaborazione con la figlia
Asia nel ruolo di protagonista. Una suggestiva sequenza iniziale ed un'ottima
atmosfera nei primi quindici minuti ravvivano subito le speranze, puntualmente
tradite da una stesura del soggetto e, soprattutto, della sceneggiatura,
a volte di imbarazzante ridicolaggine. Purtroppo non è possibile
menzionare quasi niente di buono in questo deludente thriller, a partire
dall’isterica recitazione di Asia Argento, nella parte dell’anoressica
Aura. L’attrice italiana, sicuramente pregevole in altri momenti
della sua carriera, qui si autodoppia con una pesante inflessione romanesca,
creando momenti di involontaria comicità se si pensa che la protagonista
da lei interpretata è di nazionalità rumena. La sontuosa
fotografia, il grandioso make-up di Tom Savini, i tentativi di simbolizzazione
del nome Aura (come Asia e come, in seguito, Anna) ed il finale a sorpresa
non risollevano di molto Trauma, sottoprodotto rozzamente americanizzato
di quanto visto nelle precedenti opere del regista romano.
Alcune
immagini dell'episodio girato da Argento per Due Occhi Diabolici
Su questa ripida e inarrestabile
discesa qualitativa incontreremo anche La Sindrome di Stendhal
(1996), forse il punto più basso della carriera del regista per
tematiche (assurde), stesura della sceneggiatura (delirante e inconcludente),
recitazione (in stile serial televisivo), tecniche registiche (piatte
e discontinue). La Sindrome di Stendhal trasborda di incongruenze
e assurdità in (quasi) ogni minuto della pellicola, a causa di
uno script davvero scadente ed un’imbarazzante interpretazione di
Asia Argento, assolutamente fuori parte, che si prodiga per tutti i tristi
115’ minuti di film a recitare sempre sopra le righe e sempre peggio.
I primi bellissimi cinque minuti (sembra che Argento, in questi ultimi
anni, si impegni nel girare solo quelli) racchiudono la bella idea della
disfunzione nervosa provocata dalla visione di opere d'arte di grandissimo
valore; appunto la sindrome che colpì Stendhal durante la contemplazione
dei capolavori artistici italiani.
Ma il difetto peggiore di questo thriller poliziottesco rimane proprio
la regia. I rimanenti 110’ di film vedono invece Argento senza spunti
creativi, girando vorticosamente su stesso nel tentativo di colmare i
terrificanti vuoti della sceneggiatura. Da segnalare, ancora una volta,
il bellissimo lavoro di Sergio Stivaletti alla computer-grafica, ma La
Sindrome di Stendhal rappresenta ufficialmente ed a tutti gli effetti
la rovinosa condizione produttiva di un maestro del brivido che sembra
aver oramai esaurito quel fuoco sacro di creatività che lo ha reso
tale.
Due anni dopo sarà la volta de Il Fantasma dell’Opera
(1998), liberamente tratto dal romanzo di Leroux, oramai alla sua diciottesima
trasposizione sul grande schermo. Cambia drasticamente l’ambientazione,
il soggetto, la fotografia (stavolta particolarmente seducente e pittorica),
ma non la scelta della protagonista (ancora una volta la figlia Asia)
e, purtroppo, il risultato, riassumibile in una parola: scadente. Abbondano
luoghi comuni di ogni tipo in questo ritorno alle fastose ambientazioni
teatrali di Profondo Rosso (quasi imbarazzante nominarlo ora)
e di Opera, con una serie di gratuiti effettacci, totalmente
avulsi da ogni tipo di giustificazione artistica. Rimane uno statuario
Julian Sands, Asia che recita per la quasi totalità del film con
gli occhi sgranati e, ultima ma non ultima, la storia d’amore tra
i due protagonisti a cesellare questo infelice quadretto. Nonostante vi
siano ancora presenti alcuni (pochi) elementi basilari del cinema argentiano,
la paura, sentimento tanto caro e tanto analizzato dal regista per più
di venti anni, sembra in questo caso semplicemente non pervenuta. Si può
considerare la pellicola molto più come una storia d’amore
con qualche risvolto erotico di brassiana memoria, che come un horror
vero e proprio.
Da
sinistra alcune immagini tratte da Trauma, La Sindrome di Stendhal e Il
Fantasma dell'Opera
Non
ho Sonno (2001) rappresenta l’unica boccata di respiro in questi
anni di così pregnante stasi creativa. Un buon soggetto ed un discreto
script (in collaborazione con il criminologo Carlo Lucarelli) riescono
a sostenere l’intera durata del film senza limitarsi ad una sola
sequenza o ad un pugno di buone idea mal sviluppate. Straordinaria la
sequenza iniziale, dove il regista ritrova lo smalto d’un tempo
nel creare spasmodiche tensioni accumulate in ogni inquadratura, per poi
farle esplodere in quel disfacimento corporeo che rappresenta tuttora
uno dei suoi cardini stilistici. Molto bella la fotografia, questa volta
incentrata sull'uso espressivo di alcune dominanti cromatiche quali il
grigio metallico ed il nero, ad avvalorare ancor di più la maestria
ed il virtuosismo del regista quando baciato dalla musa ispiratrice. Un’ispirazione
sicuramente presente in Non Ho Sonno, anche se in dosi sicuramente
meno massicce se confrontato con i lavori dei decenni ‘70 e ’80.
Tanto perentorio quanto inutile il grido di alcuni fan nel cercare di
catalogare il film come "il ritorno ai fasti di Profondo Rosso",
forse in virtù del fatto che le riprese esterne sono state effettuate
a Torino. Per quanto raffinato il meccanismo giallistico e molto arguto
(anche se abbastanza macchinoso) il soggetto, Non Ho Sonno viene
comunque fortemente penalizzato da una scelta degli attori, e rispettive
interpretazioni, abbastanza disastrosa, nonché da una cospicua
dose di incongruenze ed inverosimiglianze. Su questo punto vale la pena
sottolineare che Argento ha sempre dichiarato, sin dagli inizi della sua
carriera, di non essere mai stato particolarmente interessato a questi
aspetti del cinema. Il suo modus lavorandi è sempre caratterizzato
da un montaggio rapidissimo, con poche incertezze sul piano concettuale.
Questo innanzitutto per l’evidente istintiva visionarietà
del suo cinema, ed inoltre per lo storyboard millimetrico che di solito
scrive accuratamente prima delle riprese. Il tutto a vantaggio dell’immagine
e dell’azione, ma non di certo della sceneggiatura che, se affidata
a validi interpreti, funziona ancora bene. In caso contrario, però,
si rivela irritantemente meccanica e infarcita di dialoghi imbarazzanti,
con conseguente appiattimento della tensione e del valore artistico dell’opera.
Per quanto riguarda la poca verosimiglianza di alcune parti del soggetto,
ancora una volta, il regista tiene fede alle sue dichiarazioni; ma se
in passato il tutto era contornato da cotanto genio registico e visionario,
ora allo scoccare del secondo millennio, tutto sembra trascinarsi con
molta più stentatezza, facendo inevitabilmente emergere negativamente
questi difetti strutturali.
Eccezion fatta per la bella (e purtroppo limitata) interpretazione di
Max Von Sydow, tutto il resto risente di un pesante climax da fiction
televisiva, e osservando attentamente i nomi presenti nel cast si può
facilmente intendere il perché. Ancora bellissimo il make-up del
fido Stivaletti, e molto interessante il ritorno dei Goblin, riuniti appositamente
per l'occasione. Il suono, ingannante e rivelatore, sarà ancora
il senso da acuire per la scoperta dell’assassino, facendo eco ai
fasti de L'Uccello dalle Piume di Cristallo, rendendo comunque
il film guardabile con un certo interesse fino alla fine.
Alcune
immagini tratte da Non ho Sonno
Qualcosa di simile nello scioglimento
dell'enigma viene applicato anche ne Il
Cartaio (2004), purtroppo con risultati peggiori. Stavolta Argento
ambienta il soggetto in una sorta di commissariato di polizia che, seppur
ben fotografato, crea una costante e sgradevole sensazione di telefilm
poliziesco da seconda serata. Non mancano, ancora una volta, alcune pregevoli
sequenze registiche, come suggestive carrellate ed un certo ritmo negli
inseguimenti. Il resto sembra davvero imbarazzante per quanto involontariamente
caricaturale, forzato e incoerente. I risvolti tecnologici usati questa
volta dall'assassino rappresentano l’unica vera "trovata"
del film, che non raggiunge nemmeno un centesimo di quanto fatto dal regista
romano fino a Phenomena, con l'aggiunta di una pessima colonna
sonora pseudo-elettronica.
A seguire, l'omaggio televisivo ad un altro maestro con Ti
piace Hitchcock? (2005), del quale però non si ha ancora traccia
nei palinsesti odierni.
L'ultimo lavoro ufficiale risponde al nome di Jenifer,
quarto episodio della prestigiosa serie Masters
of Horror (2005). Anche qui, però, è necessario guardare
il lavoro alla luce dell’ultimo periodo argentiano, dato che il
risultato non è certamente disprezzabile, ma lontano dall’essere
esaltante. Produzioni americane con budget cospicui non sono mai state
l’ambiente ideale per il regista, che gira questo Jenifer
basandolo più sull’aspetto erotico (invero anche troppo ostentato)
che orrorifico. Gli effetti speciali, stavolta, risultano anche abbastanza
approssimativi e la tensione non sale quasi mai oltre la media.
Alcune
immagini tratte da Il Cartaio
Dario Argento rappresenta tuttora
il più talentuoso regista di genere italiano dopo Bava. Discorso
a parte andrebbe fatto per Avati, il quale pur avendo sfornato un capolavoro
(La
Casa dalle Finestre che Ridono) e altri due ottimi horror (Zeder
e L'Arcano Incantatore) non è da considerarsi propriamente
uno specialista.
Il regista romano è un artista che ha dato tanto sfarzo al nostro
cinema, entrando a pieno diritto nel gota dei più grandi "horroristi"
di tutti i tempi per genio, creatività e tecnica. L'impegno profuso
sul grande schermo non si è limitato solo alla regia, ma anche
alla produzione: in primis va citato Dawn of the Dead (Zombie,
1978) eccelso capolavoro horror firmato Romero, seguito da vari altri
altalenanti lavori dei suoi pupilli Lamberto
Bava e Michele
Soavi, ex-assistenti alla regia. Argento li ha fatti conoscere al
grande pubblico producendo Demoni
(1985), Demoni
2 (1986) per il primo, e La
Chiesa (1989), La
Setta (1991) per il secondo, oltre alla collaborazione nei soggetti.
Si segnalano, in oltre, varie altre produzioni minori, alcune pubblicità,
e ben quattro documentari realizzati in suo onore: Dario Argento's
World of Horror (di Soavi), Protagonisti del cinema italiano:
Dario Argento (di Caprara) e Il mondo di Dario Argento 2 e 3
(entrambi di L. Cozzi).
Ai
lati alcune immagini tratte da Ti piace Hitchcock?, al centro un'immagine
tratta da Jenifer
La soglia del cambiamento che ha
attraversato si è purtroppo dovuta scontrare con l’incapacità
di rinnovarsi, e con la consapevolezza di aver creato un cinema che non
basta più a se stesso. Gradualmente, la sensazione che ha pervaso
la critica ed i fan negli ultimi diciotto anni è quella di un creatore
di "immagini horror", ma non più di film, come ci aveva
sublimemente assuefatto fino alla prima metà degli ’80. In
ogni suo lavoro vi è puntualmente almeno una buona idea, spesso
addirittura grandiosa, ma lo sviluppo e la realizzazione rimangono incompleti,
frammentati in un caos di spunti pretenziosi, superficialità ed
incoerenze. Il suo programmatico distacco da ogni forma di commercializzazione
della "settima arte" gli ha costruito da una parte una sorta
di "trono" da maestro, circondato da una reverenziale aura di
fan ed adepti di vario livello. Ma dall'altra gli ha eluso ogni forma
di comunicatività con un genere (quello del thriller-horror) che
nell’arco di venti anni è mutato tanto (troppo) per poter
ancora sostenere la personalissima e visionaria irriconducibilità
del suo cinema. La ripetitività della sinossi giallistica, la delirante
ed imbarazzante incoerenza delle ultime sceneggiature, lo sguardo che
dall'abisso della "perdizione" ora si accontenta solo di assertive
e gratuite contemplazioni della morte, sono solo alcune delle patologie
che perdurano oramai da troppi anni nell'organismo-cinema argentiano.
Affetto da un male che sembra incurabile, il suo talento non si mostra
in grado di auto-curarsi se non, forse, attingendo ancora una volta da
quanto di meravigliosamente sovversivo ed innovativo ha partorito in passato.
Il terzo capitolo della trilogia delle Madri sembrerebbe un antidoto perfetto,
l'occasione migliore per rinascere dalle proprie stesse ceneri di incontenibile
genialità. Il soggetto originale della trilogia sembra proprietà
della Nicolodi, il che non può che promettere bene visti i risultati
artistici del lungo sodalizio tra i due.
Non ci resta che attendere con flemmatica curiosità il susseguirsi
degli eventi, ricordando con tanta ammirazione ed affetto quelle mani
guantate dell’assassino che, fin dal primo e lontano film, sono
sempre state le sue. Quelle mani che saranno sicuramente ancora in grado
di produrre grandi capolavori del brivido "Made in Italy", che
saranno ancora capaci di regalare tanti brividi.
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